Partito Socialista Italiano (1966-1981)

Introduzione
A cura di Chiara Domizi

I congressi analizzati al fine di rilevare l’esistenza e la natura del rapporto del partito socialista con la conflittualità interessano il periodo dal 1966 al 1981. Queste due date, non soltanto individuano una fase particolare della storia d’Italia, caratterizzata dalla contestazione studentesca e operaia e dal terrorismo, ma racchiudono un’epoca di profondi cambiamenti nel partito socialista. Il congresso del 1981 soprattutto, segna la fine di una determinata fase politica e ne inaugura una interamente dominata dalla figura di Craxi. Il congresso del ’66, che sancisce l’unificazione tra PSI e PSDI, può essere indicato come evento emblematico di un processo di revisione, non tanto ideologica quanto di prassi politica, che ha interessato il socialismo italiano dal ’56. I fatti d’Ungheria costituirono l’occasione, soprattutto ad opera di Nenni, di svincolarsi dal patto d’unità d’azione che lo legava al PCI. Venne inaugurata una nuova fase politica, caratterizzata dall’avvicinamento alla socialdemocrazia e ai cattolici. Questa scelta autonomista da un lato portò alla partecipazione del PSI al primo governo di centro sinistra organico nel ’63 e poi alla riunificazione col PSDI; dall’altro fu però la causa di gravi perdite. La scissione del PSIUP nel ’64 contribuì a far diminuire la credibilità e la rappresentatività del Partito Socialista.

A questo proposito Nenni scrisse polemicamente sull’«Avanti!»: «che il PSIUP nasceva da motivazioni politiche e ideologiche assai modeste, trovava un terreno largamente occupato dal PSI e ancor più dal PCI, nei cui confronti avrebbe finito per oscillare come un satellite da destra e anche da sinistra per le simpatie “cinesi”». La mancanza di una revisione ideologica contemporanea alla svolta nella azione politica fu la causa delle profonde contraddizioni e divisioni interne. Anche dopo i Fatti d’Ungheria, che provocarono uno strappo fra PSI e PCI, «mentre Nenni e gli autonomisti cominciano a trarne le conseguenze logiche sul piano della politica delle alleanze le altre componenti si affrettano a cercare di ricucirlo, considerando il dissenso col PCI come un fatto episodico, non essenziale, una specie di incidente di percorso». «E’ la preoccupazione di non spezzare i legami con la sinistra nel suo complesso all’ interno della quale ci si rende conto di essere minoritari che impedisce al gruppo autonomista di premere più a fondo sul pedale della revisione ideologica». Lombardi, Giolitti e gli altri appartenenti alla correnti di sinistra si fecero sempre promotori di una ripresa di dialogo e di collaborazione col PCI; il fine era quello di mantenere l’ unità della classe lavoratrice e di accelerare la caduta del sistema capitalistico, per mezzo anche delle riforme di struttura in grado di destabilizzare l’ordine economico e sociale vigente.

Nenni e De Martino furono invece i sostenitori di una linea più pragmatica, mirante al raggiungimento di obiettivi riformistici attraverso l’ interazione con i partiti al governo: PSDI e DC. Questa elevata razionalizzazione interna rappresentò sempre un grosso ostacolo per il partito: «La divisione in correnti (o, più precisamente, vere e proprie fazioni organizzate che attraversano verticalmente il partito e che creano fedeltà parallele, al partito e alla corrente) indebolisce l’ azione del PSI, il consenso interno è sempre frutto di faticose e laboriose mediazioni» Come ricorda anche Degl’ Innocenti in nella storia del socialismo italiano il frazionismo accentuato fu una costante». Il partito continuò a non voler riconoscere il nuovo indirizzo politico, più vicino alle esperienze delle socialdemocrazie europee, e a richiamarsi sempre all’ ortodossia marxista. Il risultato fu quello di apparire succube della DC sul piano dell’ esercizio del potere, e al PCI sul piano ideologico. Questa dipendenza assunse carattere più rilevante soprattutto con la linea degli “equilibri più avanzati” promossa da De Martino, finalizzata al coinvolgimento del PCI nel governo.

Le sconfitte elettorali del ’ 68 e poi del ’ 76 rivelarono la distanza del partito dalle trasformazioni e dalle esigenze della società dell’ epoca. Il 1976 segnò la fine politica di De Martino e l’ ascesa di Bettino Craxi con la “rivolta del Midas”: « il PSI dava inizio a una nuova stagione della sua storia: quella che, sviluppando le premesse di un riformismo non più dissimulato, avrebbe dovuto renderlo finalmente omogeneo al modello delle socialdemocrazie europee». Craxi imprimerà un nuovo corso al PSI,
basato sulla solidarietà atlantica, sulla critica serrata al PCI, sulla rivalutazione delle radici riformiste e sulla disponibilità alla collaborazione governativa in nome della governabilità. «In questa fase il Psi introduce tematiche e prospettive di analisi della società italiana molto più “moderne” di quelle prodotte dagli altri partiti di massa» In questa nuova fase si realizza l’acquisizione di molti elementi della cultura liberale, estranei alla tradizione socialista; e non tanto sul piano filosofico-dottrinale, quanto sul piano della ridefinizione della cultura politica del partito. Un esempio su tutti riguarda la “ scoperta” del mercato e la sua immissione nella cultura politica socialista. Anche se molte delle iniziative politiche successive contraddiranno le elaborazioni di questa fase formativa, nondimeno il Partito socialista di Craxi attua una
vera e propria “mutazione antropologica”. Una mutazione che è stata spesso stigmatizzata focalizzandosi su alcuni aspetti epifenomenici e di costume (più spesso di malcostume), mentre riguarda anche la straordinaria ricalibratura della tradizione socialista».
I brani antologici, da noi selezionati, vogliono rispecchiare le linee essenziali dello sviluppo ideologico e del dibattito all’ interno del PSI sul tema del riformismo, filo rosso della prassi politica socialista già dagli anni cinquanta. Come scrive Sabbatucci: la maggioranza del partito (e non solo la sinistra lombardiana) continuò a riconoscersi in una piattaforma ideologica che si muoveva ancora entro i confini dell’ ortodossia marxista, che poneva come fine dell’ azione socialista il superamento del sistema capitalistico e dello stesso “ Stato borghese” , che considerava degne di essere perseguite solo le riforme “ di struttura” , quelle cioè volte a scardinare e a modificare sia pur gradualmente il sistema economico e sociale vigente». Questa problematica, dunque, occupa gran parte delle riflessioni e dei programmi delle correnti a tal punto da divenire una vera e propria lente con la quale i socialisti interpretano e interagiscono con la realtà del paese.

In questa prospettiva, la stessa conflittualità è spiegata storicamente anche come il frutto dell’ insufficienza di riforme nei primi anni di vita dei governi di centrosinistra e, politicamente, come la spia d’ allarme di un nuovo e più incisivo programma di riforme di struttura. Ogni corrente, pur avendo divergenze metodologiche, considerava, a livello teorico, le riforme di struttura il mezzo di realizzazione del superamento della società capitalistica. A questo proposito, è interessante il giudizio espresso da Giovanni Pellegrino in «Segreto di Stato» sulla stagione della conflittualità: «Dobbiamo sempre ricordare che, in quel momento storico, non solo all’ interno della sinistra extra-parlamentare ma anche di quella parlamentare, non si finiva di discutere su quale fosse la via migliore per raggiungere l’ obiettivo del socialismo, della dittatura del proletariato, del superamento del sistema capitalistico di produzione e di scambio della ricchezza. Persino il PSDI, nato con i soldi degli americani e sempre rigidamente filo-atlantico, discettava sul modo di produzione capitalistico, sulla necessità di estendere le nazionalizzazioni, sul tipo di società, obiettivo molto lontano, a cui però il socialismo doveva comunque tendere». Nella realtà di fatto, però, il riformismo trovava i suoi più grandi limiti negli equilibri parlamentari e governativi, pregiudicando il rapporto del partito con le masse dei lavoratori, l’ elettorato tradizionale dell’ area socialista, come dimostrano i ripetuti insuccessi elettorali a partire dal 1968. A partire da questo punto, l’ idea stessa di riformismo subiva un’ evoluzione: «Rispetto al disegno riformatore del centro-sinistra originario fondato sulla programmazione e sulle cosiddette riforme di struttura (governo dello sviluppo e riforma dello Stato), l’orientamento del PSI andò spostandosi sul piano degli interventi nel merito dei rapporti delle forze sociali». «Il PSI si accreditava ancora come “il partito delle riforme”, ma ora di un riformismo sociale, piuttosto che programmatorio, istituzionale ed economico». Infatti, con la stagione centrista dei governi democristiani e con la formulazione del compromesso storico, il Partito Socialista iniziava una riflessione della sua collocazione rispetto all’ area governativa, entrando di fatto in una empasse politica, che a breve scadenza, però, si sarebbe risolta con l’ ascesa di Craxi alla segreteria del partito.

L’ idea di riformismo rimaneva invariata nella prassi, sebbene cadesse in gran parte l’interpretazione marxista e la pregiudiziale della lotta di classe. L’analisi della conflittualità, di conseguenza, subiva un forte cambiamento, forse confuso, e veniva orientata verso modelli interpretativi, per quel momento in particolare, non ancora definitivi. Nella Carta dell’Unificazione si proclama che il Partito reca all’ Internazionale il contributo di un movimento rimasto sempre fedele ai principi dell’ internazionalismo ed ai principali di essi, cioè la solidarietà con i lavoratori del mondo intero, l’appoggio e l’ aiuto ai popoli coloniali od ex coloniali in lotta per la loro indipendenza, la lotta contro l’ imperialismo nelle forme tradizionali e nuove in cui si manifesta.(Relazione del segretario Francesco De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966). Il Partito accetta i vincoli e gli obblighi nascenti dell’ adesione italiana al Patto Atlantico nella loro interpretazione difensiva e geograficamente delimitata. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966). Nel Vietnam si scontano errori decennali; li sconta l’Occidente per aver rifiutato una politica di apertura verso la Cina ed il suo riconoscimento legittimo, li sconta l’Unione Sovietica per aver posto in passato in termini di egemonia i suoi rapporti con la Cina, li sconta la politica americana, che non ha saputo interpretare le ispirazioni all’ indipendenza di questo popolo generoso e che ha finito con l’ appoggiarsi su di una cricca discreditata del Sud Vietnam. Tuttavia questi errori non giustificano l’ intransigenza cinese, che sembra rivolta a rischiare perfino un allargamento del conflitto, né la sua violenta campagna contro l’Unione sovietica, che assume toni ancora più esasperati di quelli rivolti all’America. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966) delle esperienze di potere dei comunisti nel mondo, che rimangono imperniate sulla preminenza del partito unico sulla società civile e dell’ apparato sul partito. Le eccezioni in questa regola generale è Jugoslavia, che nell’ ambito della liberalizzazione del sistema è alla ricerca di forme di democrazia diretta Cina, che in senso nettamente antitetico con lo scatenamento delle guardie rosse reagisce alla corruzione agli abusi, nonché all’ imborghesimento degli apparati (Nenni, «Avanti!», 29 ottobre 1966).

L’ aggiornamento, da una opposizione frontale e di carattere pregiudiziale alla partecipazione italiana al Patto Atlantico, non è un prezzo che noi abbiamo pagato al centro-sinistra o che paghiamo all’ unificazione socialista. E’ il risultato della evoluzione della situazione internazionale dal 1949 fino ad oggi. (Nenni, «Avanti!», 29 ottobre 1966) Ossessionante è in particolare la guerra del Vietnam, nei confronti della quale si diffonde tra gli uomini del mondo intero un senso di responsabilità anche individuale. La situazione rimane incerta, con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica protesi verso il Pacifico, in una funzione di contenimento della Cina. Ma il dialogo diretto tra Washington e Mosca è ostacolato dalla guerra nel Vietnam; l’Onu è tagliata fuori da ogni possibilità di intervento ed è in crisi; l’Europa è assente e rischia di scadere sempre più da potenza continentale a espressione geografica. Fine della guerra nel Vietnam; soluzione dei problemi del Sud-Est asiatico; ripresa del moto d’ unificazione dell’Europa; ecco i tre temi fondamentali (Nenni, «Avanti!», 29 ottobre 1966).
Se tuttavia fosse confermato che l’America ha deciso la sospensione dei bombardamenti nel Vietnam del Nord e che la tregua di fatto degli ultimi giorni nel Vietnam del Sud è sul punto di tramutarsi in armistizio, questo sarebbe un grande giorno che ci ripagherebbe di molte e lunghe amarezze. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968).
In Europa la piaga che più duole si chiama e si chiamerà per lungo tempo ancora, Praga. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968). Rimane tuttavia vero che l’ intervento militare sovietico in Cecoslovacchia non è stato un errore imputabile a questo o quel dirigente, ma che in esso c’ è la logica inesorabile del totalitarismo e monolitismo comunista. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968) Non a caso Belgrado ha dovuto prendere misure militari di autodifesa non soltanto nell’ interesse dei popoli jugoslavi ma nell’ interesse di tutti, anche nostro, di noi che abbiamo con la Jugoslavia una frontiera aperta. (Nenni, «Avanti!»24 ottobre 1968).

Il nostro partito deve rimanere per parte sua fedele alle esigenze sulle quali si ritrovò unanime dopo l’ occupazione della Cecoslovacchia: non ci sarà normalizzazione a Praga finchè le truppe sovietiche non saranno state ritirate; la politica della distensione mantiene intatto il suo valore e deve essere più che mai la base della politica estera italiana; la distensione come la libertà sono un tutto indivisibile; comportano il ristabilimento della pace nel Vietnam; ripropongono il problema del diritto dell’America latina alla decisione del proprio destino fuori delle interferenze imperialistiche e capitalistiche che la soffocano; esigono la condanna delle truffe plebiscitarie dei colonnelli greci. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968)
Dobbiamo vedere se la decisione sovietica riguarda solo la Cecoslovacchia o anche altri paesi come Jugoslavia e Romania. In tale situazione è fuori della realtà uscire dal Patto atlantico (De Martino, «Avanti!», 25 ottobre 1968) Ciò non vuol dire approvare la formula dei blocchi o la corsa al riarmo, che la decisione sovietica può favorire ma che noi dobbiamo avversare. (De Martino, «Avanti!», 25 ottobre 1968)
Siamo solidali con i popoli ex coloniali e siamo solidali con i popoli europei che sono caduti sotto la tirannide. (De Martino, «Avanti!», 25 ottobre 1968) Consideriamo un fatto grave la presenza della Grecia negli organismi europei e nell’Alleanza Atlantica (De Martino, «Avanti!», 25 ottobre 1968)
Non possiamo essere d’ accordo con la esclusione della Cina popolare dall’ ONU (De Martino, «Avanti!», 25 ottobre 1968). Europeismo e atlantismo non sono termini complementari, ma sono termini antagonistici. (Lombardi, «Avanti!», 25 ottobre 1968).

Questa prosperità dilapidatrice di risorse caratteristica della società consumistica, riposa proprio sullo sfruttamento del Terzo Mondo. (Lombardi, «Avanti!», 25 ottobre 1968). Se l’Europa raggiunge il grado di civiltà e il tipo di civiltà consumistica degli Stati Uniti, non vi è più posto per tutti e due nello sfruttare insieme il Terzo Mondo: non ce la si fa! O l’ uno o l’ altro bisogna che chiuda l’ uscio! (Lombardi, «Avanti!», 25 ottobre 1968). Procedere concretamente sulla via del superamento dei blocchi, che non garantiscono la pace ma alimentano ovunque focolai di guerra, con l’ aggressione americana al Vietnam, con l’ invasione e l’ occupazione sovietica in Cecoslovacchia, con la permanente minaccia all’ esistenza stessa del popolo israeliano. (Giolitti, «Avanti! », 25 ottobre 1968).
Riaffermare l’ accettazione dei vincoli e degli obblighi inerenti alla adesione dell’ Italia al Patto atlantico nella loro interpretazione difensiva e geograficamente delimitata. (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968) La pace nel Vietnam, dopo otto anni di una guerra fra le più atroci mai combattute, è titolo di onore e di gloria per l’ indomabile popolo vietnamita. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972). E’ proprio dai giovani d’ ogni parte del mondo, e dal popolo americano che più direttamente la soffriva, che è venuta l’ interpretazione più esatta della guerra nel Vietnam, vera matrice della violenza che ha dilagato in ogni parte del mondo, amaro veleno dei popoli del nostro tempo. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972). Basti pensare al Medio oriente dove il terrorismo e le rappresaglie che si trascinano dietro rendono improbabile ogni passo innanzi della pace. Basti pensare al Cile dove il rischio di guerra civile è stato fronteggiato con l’ ingresso dei militari nel governo di unità popolare (Nenni, «Avanti!», 11 novembre 1972). In quel momento i compagni vietnamiti ci hanno dimostrato che il diritto al socialismo che essi difendono nel loro paese lottando contro l’ aggressione imperialistica è lo stesso nostro diritto al socialismo. (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972).

Il PSI non può che agire incoraggiando ed appoggiando le posizioni più autonome che si rivelano nei blocchi e sollecitando, soprattutto per l’Italia, una politica estera più autonoma nei confronti dell’alleanza occidentale e soprattutto rifiutando un’interpretazione ideologica di tale alleanza che condurrebbe ad una sorta di solidarietà mondiale, anche cioè in quelle regioni extra-europee, nelle quali si esercita la concorrenza tra le due maggiori potenze. (De Martino «Avanti!», 4 marzo 1976) la convivenza europea [e] la convivenza mondiale mancano di punti fermi ai quali agganciarsi, specie dopo lo sconvolgimento dei prezzi del petrolio che ha consentito agli sceicchi di mettere il coltello alla gola dell’ orgoglioso Occidente. O meglio di punti fermi ce n’ è uno solo probabilmente destinato a prolungarsi nel tempo e cioè la decisione degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica di non lasciarsi trascinare in una guerra locale del Medio Oriente, dell’Asia, dell’Africa, anche se in questi continenti dietro le guerre locali o le minacce di guerra c’ è sempre la mano delle superpotenze.
ONU, CEE, NATO e il suo contraltare di Varsavia, annaspano dietro i problemi della pacifica convivenza internazionale senza per nessuno avere una soluzione. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976).
Se poi dai pesi europei passiamo al Cile troviamo una situazione estremamente grave. Il golpe militare regge, con i dollari americani e con la tortura, sulla compattezza dell’ esercito prigioniero della sua stessa avventura dell’ 11 settembre.

C’è in tutto questo un fattore di fiducia: l’ indomito coraggio della resistenza. C’ è, malgrado tutto, una certezza, che le conquiste democratiche e socialiste sono in pezzi ma non sono annichilite. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976).
L’imponente sviluppo capitalistico di questi trent’anni si è realizzato sulla base non solo dello sfruttamento «nazionale» della forza lavoro, ma altresì, in un contesto imperialistico a livello mondiale, sulla scorta di un flusso continuo di «scambi ineguali» fra Paesi sviluppati e Paesi sottosviluppati. Del vantaggio derivante da questa appropriazione di ricchezza il capitalismo si è giovato non solo per alimentare il processo di accumulazione, ma altresì per ottenere il consenso che gli era necessario, cioè una condizione di tranquillità sociale. E’ stato appunto la possibilità di devolvere a vantaggio delle masse popolari una parte delle risorse prelevate dai Paesi sottosviluppati che ha reso «tollerabile» il capitalismo e ha fatto accettare l’ alienazione, le catene di montaggio, le varie forme di sfruttamento mascherato. (Lombardi, «Avanti!», 6 marzo 1976).
Il disordine economico e monetario internazionale che getta ovunque ombre di incertezza e di insicurezza, la mancanza di chiarificazione e di accordo in materia di armamenti, l’ asprezza dei conflitti locali e gli impulsi che da essi promanano, il peso crescente delle caste militari offrono un quadro pieno di tensioni e di incognite. La pace resta il problema dei problemi. L’ esistenza di un enorme potenziale bellico distruttivo e la sua crescita continua, il permanere di antagonismi dettati da forti contrapposizioni ideologiche , il mancato sviluppo della cooperazione internazionale lasciano sulla carta l’ aspirazione diffusa ad un nuovo ordine economico internazionale . Il problema della pace va di pari passo con quello del disarmo. la voce armamenti mantiene imperterrita la sua curva ascensionale. Le maggiori potenze industriali figurano nella lista dei grandi produttori. In primo piano sta la responsabilità delle due maggiori potenze: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica . Occorre evitare che la produzione bellica diventi una struttura portante essenziale e difficilmente riconvertibile del sistema produttivo dei paesi industriali. Oggi invece decine di conflitti locali in paesi in via di sviluppo sono alimentati incessantemente di materiale bellico sempre più sofisticato e così pure i circuiti internazionali del terrorismo sono largamente facilitati dallo sviluppo incontrollato del mercato delle armi. Il clima di disordine economico e monetario, di corsa agli armamenti, di focolai accesi e di minacce, ostacola l’ efficace sviluppo della cooperazione internazionale. (Relazione del Segretario B. Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978).

Il ruolo dell’Europa è di grande importanza per lo sviluppo delle relazioni con l’Est e lo è in rapporto alle prospettive della regione euro-mediterranea. La capacità dell’Europa di porsi quale soggetto attivo nella determinazione della politica mondiale, come forza di equilibrio e di impulso, è destinata ad accrescersi.
L’ esigenza della sicurezza e della pace nel Mediterraneo, sconvolto da tensioni e conflitti locali e dall’ incancrenirsi della questione arabo- palestinese- israeliana, sovrasta ogni altra. L’ Italia di oggi è una città aperta. Un porto franco per i circuiti del terrorismo internazionale. Ed è appunto a mantenere e ad aggravare questo stato di cose che puntano le azioni criminali del terrorismo interno. (Relazione del Segretario B. Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978.) Il nostro paese, per evidenti ragioni geografiche e politiche, si trova in una collocazione internazionale nevralgica. Tener conto di questo fatto significa sollecitare nelle forze politiche reazioni sempre più giuste e comportamenti che chiudano ogni varco a quelle tendenze che vogliono fare dell’ Italia una zona franca di lotte e conflitti internazionali. Ci sono zone oscure nella politica estera delle grandi potenze e da queste zone possono venire spinte destabilizzanti per stremare la vita democratica e ridurre il nostro paese in uno stato di precarietà e di permanente travaglio. (G. Mancini, «Avanti!», 31 marzo 1978)
C’ è in questa definizione il segno del nostro saldo legame con i valori del pluralismo politico e del sistema liberal- democratico anche se siamo ben consapevoli di quanto nelle democrazie occidentali, nel sistema politico democratico che Maurice Duverger definisce pluto- democratico, valga ancora il peso della ricchezza e del potere economico di gruppi ristretti e quante distanze separino le classi segnino il permanere di vaste diseguaglianze sociali. (Bettino Craxi, Segretario politico «Avanti!».
E’ necessario realizzare un cambiamento che deve essere l’ espressione dello sforzo cosciente e collegiale di tutti i militanti: questo comporta che dobbiamo spingere il Partito a proiettarsi verso l’ esterno, verso e tra le masse con tutte le energie necessarie, opponendoci con tenacia e fermezza a quanto di vecchio ancora permane in alcuni settori del partito e dentro noi stessi, per affermare una strategia che avvalori tutte le classi lavoratrici. (Adriano Calabrini, «Avanti!», 1981).
Nel corso delle vicende relative alla crisi di governo del febbraio 1966, fu stabilita una stretta unità d’ azione dei due partiti, che permise di superare le gravi difficoltà del momento, di resistere con successo alle richieste democristiane per una modifica sostanziale dell’ equilibrio nella struttura del governo, di concordare un programma che riassumeva gli impegni principali di rinnovamento del centro-sinistra. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966). Il rifiuto dei socialisti di partecipare ad una lotta, legale o rivoluzionaria che essa sia, per creare forme di potere autoritario, centralizzato, non democratico deve essere considerato definitivo. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966).

La DC si trova davanti ad una scelta: o prendere atto dell’ unificazione e rendere più sicuro e spedito il cammino del centro- sinistra o sceglie di ritardare e rinviare il corso delle riforme più significative ed in tal caso la crisi è inevitabile ed altrettanto inevitabile un’ anticipata consultazione elettorale. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966). Il XXXVII congresso non è per noi e per l’ insieme del partito se non il punto conclusivo di arrivo di un duplice, anzi di un triplice obiettivo politico: arrivare ad un chiarimento con la DC e con i comunisti, riconquistare al socialismo, con l’ unificazione, una condizione di iniziativa, sottrarlo in tutte le sue espressioni ad ogni funzione subalterna nei confronti di due egemonie: l’ egemonia lungamente esercitata dalla DC sul potere, l’ egemonia lungamente esercitata dal Partito comunista sul Movimento dei lavoratori. (Nenni, «Avanti!», 29 ottobre 1966).
In codesto bipartitismo, il centro-sinistra ha introdotto, con l’ apporto socialista, un fattore di correzione, nel medesimo tempo un fattore di relativa stabilità e l’ unificazione socialista ve ne apporta un altro, avviando un processo verso un autentico bipartitismo democratico (Nenni, «Avanti!», 29 ottobre 1966).
Io e molti compagni crediamo che, dopo i primi quattro mesi di esperimento, la politica del centro- sinistra si sia involuta e praticamente trasformata non dico in un cedimento ma in una vera e propria rinunzia di fronte all’ insorgenza degli interessi offesi. (Lombardi, «Avanti!», 29 ottobre 1966).
Ma le divisioni che si sono prodotte nei quadri direttivi ed alla base secondo linee che due anni or sono erano imprevedibili hanno fatto sorgere non pochi problemi. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968) due avvenimenti, hanno concorso a creare all’ interno del partito uno stato di amarezza e di irritazione: l’ insuccesso elettorale e la polemica sul cosiddetto disimpegno. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968).

Il governo in carica è giunto col voto del cosiddetto “decretone” di sua iniziativa e col voto dell’ amnistia agli studenti, proposta dai socialisti, all’ esaurimento delle sue possibilità. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968).
Condizione pregiudiziale per la possibilità di una nostra rinnovata partecipazione a un governo di centro-sinistra è il rifiuto di concepire questo come uno schieramento contrapposto a quello della sinistra, della quale il Partito Socialista è parte ineliminabile e attiva. Se anche giudichiamo inattuale (come noi lo giudichiamo) un’alternativa di schieramento unitario delle sinistre, non per questo possiamo capovolgere la nostra collocazione e trovarci schierai contro la sinistra. (Giolitti, «Avanti!», 25 ottobre 1968). Non possiamo trasferire la formula di centro-sinistra a tutti gli altri campi della vita del paese e rinunciare così alla nostra autonomia e alla nostra funzione nella società. (Giolitti, «Avanti!», 25 ottobre 1968).
I risultati elettorali del 19 maggio, pur non costituendo il disastro di cui parlano i nostri avversari, hanno segnato un momento di grave difficoltà per il partito (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968).
Scontata la scissione del PSIUP, si può obbiettivamente valutare che il partito abbia perduto quattrocentomila voti (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968).
Ciò che emerge come elemento di grave pericolo per il futuro del paese, è la polarizzazione delle forze che continua intorno alla DC e al PCI. (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968). Nelle condizioni in cui si trova la democrazia italiana oggi, l’ indebolimento del nostro partito costituirebbe invece l’ inizio della fine del mondo democratico in Italia. (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968).
In altre parole, da una parte, si faceva carico soprattutto al nostro partito della minore efficienza del governo, dall’altro, la DC appariva come l’unica e assoluta protagonista della politica di centro-sinistra. (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968).
L’azione del partito comunista, che, preoccupato delle ripercussioni che l’unificazione socialista poteva avere sulla sua stessa base, esasperava la propria violenza polemica contro i noi, cercando di dimostrare che la nostra partecipazione alla politica di centro-sinistra era determinata dal desiderio di occupare comunque delle poltrone ministeriali e affermare che il partito aveva liquidato la sua natura socialista in cambio di meschini interessi di potere. (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968)
Il nostro esame non può che prendere le mosse dalla crisi della unificazione socialista che ebbe radice nel suo modo stesso di originarsi come operazione che non creava una situazione unitaria nuova del movimento socialista nel Paese, ma anzi sommava deficienze nuove, a nuove carenze ed a nuovi errori: che non allargava, come aveva preteso, l’ influenza socialista e democratica tra le masse lavoratrici ed i ceti democratici, ma la restringeva, creando una pericolosa situazione di isolamento dalla base popolare del Paese. (Mancini, «Avanti!» 10 novembre 1972).

La scissione era di per sé un momento centrale, un atto determinante dello svolgimento di quella che fu giustamente chiamata la “strategia della tensione” che puntava apertamente ad uno spostamento dell’ asse politico del Paese, ad una interruzione dei rapporti tra socialisti e cattolici, ad una politica repressiva nei confronti del movimento operaio, ad uno scioglimento anticipato delle Camere. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).
Il governo monocolore che conseguì dalla crisi non poteva che essere un governo debole, influenzato da un clima di crescente tensione e di avversione nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori, che si apprestavano alle battaglie dell’ autunno caldo. Esso creò un vuoto di autorità democratica, in cui si iniziò a dipanare il filo delle congiure fasciste e si cominciò a tessere la trama di quella omertà che portò ben presto al deterioramento delle garanzie democratiche nella vita sociale e politica del Paese. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972). Rispetto al governo Andreotti, rispetto alla DC, oggi è prevalente senz’altro la spinta a destra, diretta a spezzare definitivamente il dialogo tra DC e PSI. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).
La crisi attuale si ricollega al fenomeno della riviviscenza neo-fascista nel Sud; ed alla esplosione di violenza che l’hanno accompagnata. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972) questo XXXIX congresso che ci trova al centro della crisi caratterizzata dal rovesciamento della linea di sviluppo della lotta democratica e socialista quale era stata impostata dal partito negli anni Cinquanta e applicata e sviluppata negli anni Sessanta. (Nenni, «Avanti!», 11 novembre 1972). Con questo siamo al tema del XXXIX congresso: da un lato l’involuzione democristiana su posizioni di centro-destra, dall’ altro l’ iniziativa che ancora una volta può essere presa soltanto dai socialisti di dare a quanti fra i democratici laici non sono acquisiti alla svolta a destra, il modo di riprendere all’ interno del loro partito l’ iniziativa di una nuova apertura a sinistra. (Nenni, «Avanti!», 11 novembre 1972).

Oggi comunque la situazione è questa: c’ è un governo centrista che può essere il primo passo verso il deterioramento antidemocratico del paese (De Martino, «Avanti!», 12 novembre 1972). Giustamente ha detto Nenni che dietro l’angolo c’ è il pericolo di una degenerazione autoritaria (De Martino, «Avanti!», 12 novembre 1972) la svolta a destra operata dalla DC si è solo recentemente manifestata in maniera appariscente perché le sue radici affondano in tempi assai lontani. Essa è in corso fin dalla metà degli anni Sessanta. (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972) Una tendenza deflazionistica graverà sui salari e sull’ occupazione e il ricorso necessario a una politica repressiva e autoritaria che ne garantisca il successo di fronte alla resistenza operaia. Questa è la vera situazione che abbiamo di fronte, cioè una lotta di classe accentuata ove la politica economica, politica estera e politica dell’ ordine pubblico si saldano in una linea necessariamente alternativa. (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972).
L’alternativa attuale non è tra capitalismo e socialismo, bensì tra rivincita della destra e politica di riforme capace di far funzionare un sistema che è ancora capitalistico. Se dobbiamo ottenere garanzie di resistenza dalla DC all’ attacco che viene da destra, non possiamo però trovarci esposti a sinistra in una situazione di permanente scontro frontale con l’opposizione comunista e di contestazione sistematica da parte dei sindacati. (Giolitti, «Avanti!», 12 novembre 1972).
L’instabilità governativa è un riflesso più che la causa della crisi. Ed è sull’instabilità sociale che debbono portarci la nostra attenzione e la nostra iniziativa. In tale contesto la crisi più vera e profonda è quella del neo-capitalismo il quale è, sì l’autore del «boom» degli anni cinquanta e di un impetuoso sviluppo della produzione e del consumismo e quindi del lavoro e del tenore di vita di strati assai vasti della popolazione. Ma è altrettanto vero che il neo- capitalismo e il capitalismo finanziario e di speculazione sono responsabili delle nuove contraddizioni della società, degli aggravati squilibri fra le due Italie (e ormai le due Europe).

Ha concorso ad esasperare queste piaghe la borghesia di Stato. Ed è proprio nella neoborghesia di Stato che la DC, indebolita dall’esodo dalla campagne, ha fatto il proprio nido, nutrendo di sé l’alta burocrazia statale, le aziende di Stato e a partecipazione statale. Con ciò la DC ha accresciuto al suo interno il peso della destra conservatrice, a detrimento del carattere popolare della sua base e dei movimento di evangelismo cristiano. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976)
Tutti sanno, certo, che la crisi è grave anche se da parte governativa e padronale di tanto in tanto si diffondono con leggerezza caute speranze e barlumi di ottimismo. Ma la DC in modo particolare non trova il coraggio per compiere quella svolta che la situazione esige, non indica le linee di attacco che siano in grado di vincere i grandi mali del nostro sistema e quindi si dimostra pur sempre una forza sostanzialmente conservatrice. Il PCI pur essendo pienamente cosciente come noi siamo dell’entità della crisi e della necessità di una profonda svolta politica, appare incline ad attendere tempi più o meno lunghi, in attesa che la situazione politica si evolva, e critica l’azione di coloro che cercano, come noi facciamo, di stringere i tempi, non per massimalismo o scarso senso del reale ma al contrario proprio per una molto acuta coscienza che, la democrazia italiana non ha tempi lunghi, ma deve decidersi in tempi brevi a soluzioni ardite. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976).
La crisi economica che stiamo vivendo si iscrive in una crisi di fondo del capitalismo internazionale, lo sviluppo capitalistico non riesce più a conciliarsi con l’equilibrio della bilancia dei pagamenti, con una relativa stabilità dei prezzi, con una effettiva tendenza alla piena occupazione. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976). La parola alternativa può essere usata in varie accezioni. Si può ipotizzare un’ alternativa di costume, ovvero un’ alternativa programmatica che operi in senso riformistico all’ interno del sistema capitalistico. Noi abbiamo scelto la via, certo più difficilmente praticabile, di una alternativa di governo delle sinistre per avviare la transizione verso il socialismo.

Oggi un dato nuovo di enorme rilievo è che il processo di accumulazione del capitalismo ha cessato (almeno con riferimento alle società capitalistiche europee) di far derivare dall’aumento degli investimenti un contestuale aumento dell’occupazione.
Se queste tendenze sono riscontrabili in tutta Europa, il caso italiano è particolarmente grave per la fragilità del nostro tessuto economico, solcato da profondi squilibri. (Lombardi, «Avanti!», 6 marzo 1976).
Abbiamo avuto una crisi ministeriale di trentacinque giorni che ha confermato in maniera sempre più allarmante lo stato di confusione in cui versa la guida politica del paese, in coincidenza col più grave sconvolgimento economico e monetario che abbia colpito la nazione dal 1945 in poi. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976). In questi mesi abbiamo assistito ad una escalation incessante del terrorismo. Con la strage di Roma e il rapimento dell’ onorevole Moro l’ offensiva terroristica ha scosso colpendola con una sferzata un’ opinione pubblica che era parsa assuefatta e persino rassegnata, riproponendo con forza il problema della condizione di emergenza in cui è sconvolta da tempo la nostra vita civile. C’è una grande tensione in tutto il paese. Nella tragedia della nostra vita democratica che si lega alla sorte di Aldo Moro c’ è un profilo politico che va oltre il rapporto che si stabilisce tra il processo in corso a Torino e il rapimento di Moro. Esso si ricollega al ruolo che Moro veniva svolgendo nel «difficile passaggio», per usare le sue parole, del suo partito e della vita politica nazionale. La sua azione è stata decisiva per far prevalere la politica dell’ incontro. Si è voluto colpire un «centro vitale» dell’ attuale equilibrio democratico. Lo ha fatto ed ispirato chi punta alla disgregazione ed allo scontro selvaggio sia che si ponga nell’ ottica del muro contro muro, sia che risponda ad un disegno di progressivo sfaldamento delle istituzioni come premessa di un assalto rivoluzionario. (Relazione del Segretario B. Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978).
E’ forse la prima volta in trent’ anni di vita democratica, che un Congresso del PSI si svolge in una situazione così profondamente turbata e sconvolta, insidiata da violenze e minacce, esposta a pericoli gravi e imminenti, quel terribile giorno del 16 marzo qualcosa di spaventevole è accaduto, hanno tremato le basi della nostra società.

Adesso, mentre noi siamo qui riuniti, un dibattito di profondità mai raggiunta è in corso nel Paese ed è destinato a crescere e ad allargarsi. Tutte le considerazioni che si possono fare su quel misfatto ci riconducono alla precarietà democratica del nostro Paese, allo stato di pericolo grave, gravissimo in cui si trova. Non lanciamo né nuovi sospetti, né nuove sigle misteriose oltre quelle già note, stiamo ai dati reali della situazione italiana degli anni ’70, esaminiamoli tutti compreso quello dell’ emarginazione sociale e dei fenomeni migratori che hanno interessato milioni di italiani sradicandoli dalle loro comunità e cerchiamo di fare un discorso politico che deve riguardare fattori interni e internazionali e necessariamente tutte le forze politiche a partire dalle più importanti, dalla DC e dal PCI, ed i cambiamenti che in esse si sono verificati, nei loro comportamenti di fondo nei confronti dello Stato e delle tradizionali posizioni, che avevano caratterizzato queste forze nel corso degli anni passati fino al principio degli anni ’70, facendole passare dalla fase dello scontro e dell’ incomunicabilità a quella dell’ incontro dell’ intesa dell’ avvicinamento della comprensione.
Siamo in grado di misurare questo cambiamento cosa ha comportato sul piano politico, economico e sociale? Gli anni ’60 -’70 sono gli anni in cui emergono le insufficienze del sistema democratico, o piuttosto dello Stato e dei suoi organi. Da ogni processo che si svolge sulle trame nere risulta che i servizi segreti non agivano per la democrazia, ma spesso erano in combutta con i suoi nemici. Da che parte stavano i generali e gli ammiragli imputati o testimoni reticenti nei processi interminabili dai quali purtroppo non viene sostegno e conforto per lo sviluppo democratico? (G. Mancini, «Avanti!», 31 marzo 1978).
Il problema essenziale e vitale che abbiamo oggi di fronte a noi è la difesa e il consolidamento della democrazia. Il 16 marzo il colpo è stato vibrato alla DC per provocarne una crisi da cui escano dominanti le componenti più arretrate politicamente e culturalmente, per sospingerla verso tentazioni e suggestioni antidemocratiche. Sappiamo bene che quando la sinistra si avvicina alla direzione politica del Paese e oggi la forza principale della sinistra è il PCI si scatenano reazioni violente, interne e probabilmente internazionali. Nel 1974, dopo la vittoria del referendum sul divorzio, ci sembrò che la strada fosse tutta spianata e in discesa verso situazioni più favorevoli alla sinistra. Fu un errore crederlo. Dopo quanto è accaduto il 16 marzo dobbiamo comprendere che la situazione è più difficile. È cresciuta la rigidità, anche se non si può attendere, rassegnati, che ci soffochi. (G. Mancini, «Avanti!», 31 marzo 1978).

Manca fino a questo momento una riflessione critica da parte del gruppo dirigente democristiano sulle responsabilità della crisi complessiva che investe il paese . Nessuna riflessione autocritica sulla responsabilità democristiana per come il paese si è trovato a fronteggiare una crisi economica di queste dimensioni, sulla crescita a dismisura di ceti e settori parassitari e conseguentemente di vasti settori di emarginazione sociale, naturale retroterra della violenza; acquista particolare attualità oggi il rischio che nella DC, posta al centro dell’ attacco eversivo, possano innescarsi processi disgreganti. Possono esserci forze all’ interno della DC e tra quelle che la sorreggono, che pensano di utilizzare l’ attacco eversivo per interrompere il rapporto positivo con la sinistra, nella ricerca di un rinnovato consenso integralistico e di un arroccamento su posizioni conservatrici. Questo va impedito perché è proprio l’ obiettivo che le forze dell’ eversione si propongono. (E. Manca, «Avanti!», 31 marzo 1978) la crisi di fronte a cui ci troviamo non è rimediabile con provvedimenti congiunturali. La crisi, essendo internazionale, ha origini e sviluppi difficilmente padroneggiabili senza modificazioni molto profonde, quelle che una volta chiamavamo riforme di struttura . E dobbiamo dire che un modello alternativo di sviluppo, di produzione, di gestione della società non lo possediamo. E intanto il capitalismo sta portando avanti la sua ristrutturazione. Il capitalismo si organizza in modi nuovi di cui la chiave è la frattura del movimento operaio, attraverso l’eliminazione della massa compatta dei lavoratori all’ interno delle aziende e la loro dispersione in mille piccole unità produttive. Il capitalismo sta cercando di superare la sua crisi attraverso la dilatazione del mondo capitalistico, attraverso la riduzione a struttura mercantile di settori importanti in cui il capitalismo non era ancora entrato in massa. Oggi il capitalismo tenta di rendere vendibile lo sport, la sanità, la musica, il tempo libero. Noi stiamo conducendo una battaglia contro un capitalismo che è in crisi, ma non è ancora in ritirata, che è ancora aggressivo e che cerca altri modi per sanare le sue ferite. E l’ esito di questa battaglia è incerto. Nessuno ha stabilito a priori che la crisi del capitalismo sfocerà nel socialismo: può sfociare nella barbarie. (R. Lombardi, «Avanti!», 1 aprile 1978).

Abbiamo vissuto e in parte viviamo ancora una singolare contraddizione. Da un lato abbiamo avuto per anni una predicazione angosciata ed angosciosa della nostra condizione, sempre più o meno sull’ orlo della catastrofe. Per cui dall’altra parte come una sorte di transfert si continua tranquillamente a godere della maggior ricchezza prodotta, dei maggiori consumi, dell’ aumento costante anche se diseguale dei salari, dell’aumento ancora più forte dei profitti. (Bettino Craxi, Segretario politico, «Avanti!». Un’ inflazione al di sopra del 30% diventa capace di mangiarsi anche la democrazia. Un processo inflattivo di questa portata ha molte radici e molti irresponsabili che lo alimentano. Ho parlato con insistenza dei pericoli di una nuova destra, quando più o meno discretamente si comincia a fare l’ occhiolino ai militari. (Bettino Craxi, ,«Avanti!», 1981)
E’ necessario condurre un approfondimento degli elementi di crisi della nostra società. Una società che è passata attraverso approfondimenti e sconvolgimenti( dagli anni ’50 e ’60, alla contestazione del ‘68 e del ’69) che produssero quasi un’ esasperante socializzazione dei problemi, trasformando il privato in politico all’ interno delle fabbriche, delle scuole e della famiglia. Oggi si avverte una tendenza esattamente opposta. Una ricerca di privatizzazione della vita, di libertà individuale che ponga l’ individuo al riparo di una società basata su principi di rendimento, di competizione, di gerarchie e di una forte carica di aggressività. (Marta Ajò, «Avanti!», 1981). Ma riflettiamo ancora sul sud. Non intendo aprire una polemica tra Nord e Sud, ma voglio richiamare l’ attenzione del Congresso sull’ ondata antimeridionalistica che da anni avvolge il Paese fino al punto che è penetrata largamente anche nelle nostre fila e in quella di tutta la sinistra politica e sindacale. (Giacomo Mancini, «Avanti!», 1981).

Espressione di una maggioranza di copertura, e di una scelta politica sostanzialmente immobilistica, il governo Andreotti è certo espressione della DC ma appare anche sempre più espressione di un rapporto di mediazione e di collegamento tra la DC e i centri di potere interni ed esterni al Paese, alle cui esigenze la DC è in grado di dare solo risposte parziali e temporanee. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972). Un rapporto tra il PSI e il PCI concepito come tra partiti distinti, non opposti. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972). Il PSDI è un partito, dunque, che almeno per oggi non offre appigli alle nostre proposizioni. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972) L’ unità d’ azione realizzata nelle lotte contrattuali del ’ 69 e ’ 70, si è tradotta in una sollecitazione all’ unità organica, sulla piattaforma dell’ autonomia, e di una scelta riformatrice, che ha sottratto il sindacato alle suggestioni pansindacalistiche ed inarcosindacaliste, dirette a farne uno strumento di contestazione dello Stato democratico. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972) C’ è una condizione pregiudiziale a tutto ed è che la DC e la socialdemocrazia tronchino la esperienza politica e di governo di centro- destra, che fatalmente conduce allo scontro blocco contro blocco e intanto favorisce la trama reazionaria fascista che si è fatta da un anno in qua particolarmente insidiosa (Nenni, «Avanti!», 11 novembre 1972). Non posso compagni, non rilevare che nella DC le correnti di sinistra e l’on. Moro si battono contro il centrismo e nella stessa maggioranza vi sono riserve nei confronti del centrismo e si parla della ripresa della collaborazione col PSI.
(De Martino, «Avanti!», 12 novembre 1972). La DC anche se oggi è un interlocutore necessario, non può essere considerata un interlocutore unico. (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972) Noi dobbiamo tenere una dialettica permanente dei “ distinti” e non degli “ opposti” con il PCI, attraverso un continuo approfondimento dei problemi. (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972). Circa l’ autonomia del partito nei confronti dei comunisti, noi dobbiamo ribadire che ci sono ragioni profonde e ideologiche che ci distinguono, ma non ci oppongono (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972).

Il rifiuto della DC di compiere la svolta richiesta nella gestione della crisi economica sta alla base del progressivo esaurirsi della nostra partecipazione al governo e del centrosinistra. La nostra decisione di astenerci ha avuto il duplice valore di rendere possibile la formazione di un governo in un momento di grandissime difficoltà nazionali e nello stesso tempo di sottolineare che per il PSI la vecchia politica è finita per sempre. La politica del centro-sinistra è morta ma la nuova politica ancora non esiste. Non vi è dubbio che per l’immediato la responsabilità principale è della DC. Il suo prossimo Congresso dovrà dare una chiara risposta al Paese. Se essa sarà nel senso della continuità sostanziale, allora non vi sarà altra via che quella dello scontro. (De Martino «Avanti!», 4 marzo 1976)
Riconfermiamo il nostro pieno appoggio e consenso al processo di unità e autonomia sindacale, non senza avvertire con rammarico che tale processo sembra essersi molto rallentato. Non intendiamo aspirare ad una sorta di collegamento del nostro partito con l’uno o l’altro sindacato, ma nemmeno accettare la tesi, che sarebbe ipocrita, della piena e totale indipendenza delle correnti sindacali dalle posizioni dei partiti. Per combattere le degenerazioni corporative dei occorre rimuovere le cause che le hanno favorite e cioè la pratica paternalistica, le concessioni di categoria, le disuguaglianze, i privilegi. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976) preoccupa la posizione del PCI rispetto al blocco sovietico. Anche se riconosciamo i progressi compiuti dal PCI sulla via dell’accettazione del metodo democratico, delle libertà, del pluralismo. Berlinguer ha rivendicato l’autonomia di ciascun partito e quindi riaffermato la teoria delle vie nazionali. Riteniamo si tratti di una scelta di carattere storico. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976).

Nei confronti della sinistra extraparlamentare non abbiamo preclusioni pregiudiziali e pur non condividendo le loro tesi né i loro metodi d’azione non abbiamo mai pronunciato condanne. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976) è necessario evitare una strategia avanzata lasci spazio nell’ immediato a compromessi arretrati. Proprio per evitare ciò, poiché il primo passo è l’ alternativa al potere democristiano, è bene che da parte nostra, del nostro Congresso, ci sia un preciso messaggio per il Congresso democristiano nel quale si riconfermi con chiarezza che avendo scelto la linea dell’alternativa, non sussiste per il PSI alcuna possibilità di governo con la DC che mantenga i comunisti all’opposizione. (Lombardi, «Avanti!», 6 marzo 1976).
La questione comunista che ci interessa e ci appassiona è quella del contributo nuovo che i comunisti italiani, quelli francesi, quelli spagnoli si sforzano di dare alla via democratica e nazionale verso il socialismo, uscendo dal bozzolo del dogmatismo per adeguarsi non già all’opportunismo, ma alla realtà politica della società in cui operano. Che il Pci sia giunto alla affermazione che la sola via per arrivare a socialismo per gestire una vittoria socialista è quella del pluralismo democratico, che non consideri più, come pertinente ai nostri tempi, la formula di dittatura del proletariato nella sua accezione sovietica, tutto questo è di estrema importanza soprattutto per noi che su questa via abbiamo sollecitato i comunisti da cinquant’ anni in qua anche sotto le loro contumelie. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976).
Il centrosinistra è andato a sbattere sui limiti borghesi della società quale è, e non ha saputo superarli. Tuttavia il centrosinistra ha concorso direttamente o indirettamente alla più larga partecipazione popolare alla vita pubblica. Non per caso il sindacalismo, negli ultimi dieci anni, ha creato e trovato l’ambiente per erigersi al livello di una vera e propria componente del potere. Ma il punto più criticabile dell’esperienza di centrosinistra è stato ed è rappresentato dalle pratiche clientelari e di sottogoverno che hanno caratterizzato il metodo di governo della DC. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976).

Il nostro Partito può di dire di avere mantenuto l’impegno di portare a livello della responsabilità del potere forze popolari che sempre erano state condannate all’opposizione. E questa non è cosa di poco conto, anzi è il dato di maggior rilievo del decennio trascorso, e dell’eredità che il centro-sinistra lascia dietro di sé nel momento in cui risulta superato e senza più margini di avanzamento politico e sociale. Ma il punto più criticabile dell’esperienza è stato ed è rappresentato dalle pratiche clientelari e di sottogoverno che hanno caratterizzato il metodo di governo della DC. E bisogna dire che questo metodo di governo non ha trovato da parte nostra la resistenza e l’opposizione che comportava e che comporta. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976).
La questione politica fondamentale per il PSI è se esso debba concorrere ad una restaurazione peraltro difficile del sistema capitalistico tradizionale entrato così profondamente in crisi in tutti i suoi meccanismi o se debba battersi per una trasformazione del sistema, che implichi nuovi meccanismi. (De Martino,«Avanti!», 4 marzo 1976). Il nostro problema è di corrispondere in modi nuovi alla diffusa domanda di conoscenza, di informazione, che assume dimensioni di massa e che alla fine implica una concezione della gestione del potere come consenso reale e diffuso. Nemmeno noi possiamo rinunciare ad un tentativo di egemonia, ma dobbiamo conquistarla nel senso di porre in grado gli intellettuali socialisti di esprimere le esigenze di rinnovamento e di trasformazione profonda, perfino di autentica rivoluzione di una società che è in crisi in tutti i suoi valori ed alla quale siamo decisi e pronti ad offrire una prospettiva, un modello ideale di esistenza, non limitata ai fatti dell’economia. (De Martino,«Avanti!», 4 marzo 1976).

La linea strategica è quella dell’alternativa al potere democristiano, quindi un’alternativa delle sinistre. Tale alternativa non può non coincidere con un tentativo di transizione al socialismo. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976) Non ci spaventa la difficoltà di assumere la gestione della crisi in tempi oscuri, ci spaventa l’idea che non possiamo agire come socialisti. Per perseguire i grandi evasori fiscali, per colpire e reprimere la fuga dei capitali, combattere le ingiustizie e le disuguaglianze, attuare le riforme, fare progredire la società. Per questo siamo pronti a chiedere sacrifici e rinunce alla classe operaia, per salvare il Paese. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976). Per parte nostra ravvisiamo nella posizione presa dai comunisti italiani a Mosca, un fattore se non di nuovi patti unitari o di cartelli elettorali, almeno un riavvicinamento nelle lotte di ogni giorno e nell’ impegno di portare al suo più alto grado la vita democratica del nostro Paese. Ed è anche questo un evento che avvalora la prospettiva della alternativa. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976). L’ aspettativa è quella di un discorso e di un movimento che mantengano l’ unità tra finalità e mezzi. Tale deve diventare il terreno degli incontri e degli accordi con quei movimenti popolari che hanno una forte capacità di urto sociale e di mobilitazione di opinione e qualche volta addirittura di massa. Si tratta in primo luogo degli amici radicali i quali hanno ceduto alla tentazione di costituirsi in partito da movimento che erano e che nelle battaglie civili degli ultimi tempi hanno avuto una funzione di primo piano. In ogni campo si tratta di allargare quanto più è possibile il terreno delle convergenze a sinistra anche coi socialdemocratici di sinistra, anche coi repubblicani, anche coi cattolici del no che ritroveremo nelle battaglie di domani. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976).

Nella situazione interna e mondiale che siamo andati rievocando, il Partito si è un poco ripiegato su se stesso. Ha motivi interni di umiliazione e di sconforto. Tiene un Congresso unitario in piena corrispondenza con lo spirito unitario della sua base, ma non ha ancora liquidato lo spirito di fazione e di corrente che vive sotto il sottile velame degli appelli unitari. Non vuole essere il partito degli assessori e soprattutto degli assessorati donati; vuole, del potere, la fetta che ha conquistato e che spera di allargare. Ha vinto in questi anni la battaglia della autonomia e affronta quella della alternativa con le tappe che comporta. E’ il partito della Costituente e della Repubblica di trenta anni or sono. Nessuno sente di più il problema affrontato in questo Congresso del rapporto tra democrazia e socialismo. Deve da domani lanciarsi nella battaglia delle idee e delle prospettive alternative riscattando la politica del piccolo cabotaggio ministeriale ed amministrativo in una concezione generale dei nuovi lineamenti dello Stato e della società. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976).
I compagni comunisti hanno certamente inteso il compromesso storico come un approccio a scelte alternative per il paese. Vi è stata tra di noi una polemica quando l’ obiettivo che i comunisti assegnavano al compromesso storico sembrava essere unicamente quello di uno sviluppo democratico con imprecisati elementi di socialismo, mentre noi affermavamo che l’ alternativa doveva puntare a una transizione graduale al socialismo; ma il compagno Berlinguer ha detto a Mosca che in Italia il socialismo è attuale e, se le parole hanno un senso, ciò vuol dire che in Italia si pone il problema del passaggio al socialismo, e ciò è l’ essenza tipica della alternativa. (Lombardi, «Avanti!», 6 marzo 1976).
Se abbiamo scelto la linea dell’ alternativa, prendiamola sul serio non sprechiamola, non svendiamola sotto costo, non facciamola dipendere dalle cosiddette necessità obbiettive, che spesso non sono né necessarie, né obbiettive. Se sapremo agire in questo modo, renderemo un grande servizio alla sinistra italiana ed europea. (Lombardi, «Avanti!», 6 marzo 1976).

L’ asprezza della crisi pone il movimento sindacale di fronte a grandi responsabilità e anche a grandi difficoltà. Tuttavia la descrizione di un movimento sindacale indebolito, frustrato, costretto ad una serie incessante di ripiegamenti non mi pare corrisponda alla realtà. La verità è che il sindacato premuto nell’ area massiccia della emarginazione e della disoccupazione, dai problemi della riconversione industriale e del rilancio produttivo, rifiuta di imboccare la strada del protestarismo demagogico, e tenta di far valere in modo positivo il peso della sua influenza che è notevole e per tanti aspetti decisiva. Il sindacato non limita le sue posizioni nell’ ambito della rivendicazione contrattuale ma le allarga e le innesta nella complessità del processo economico e nella direzione del sistema sociale. Il sindacato è quindi un fondamentale protagonista della moderna società industriale. Abbiamo sempre considerato l’ autonomia e l’ unità del movimento sindacale come suoi punti di forza specifici e non come anomalie. Una società pluralista non è fatta a compartimenti stagni: i diversi corpi e i diversi poteri comunicano tra loro e si condizionano. Ciò vale anche nei rapporti fra sindacati e partiti, entrambi autonomi ed entrambi sottoposti a vincoli di responsabilità che sono comuni. Nella piena autonomia delle sue decisioni il movimento sindacale è chiamato ad un intervento decisivo nella lotta alla crisi. Il sindacato vede al suo interno i pericoli dell’ appiattimento puramente rivendicativo come i pericoli del corporativismo e dello spontaneismo selvaggio. Dall’ unità tutte le componenti sindacali ricavano maggiore forza e maggiore prestigio di fronte al mondo del lavoro. Il movimento sindacale italiano è cresciuto in maniera formidabile nel corso dell’ ultimo decennio. Ancora vasta è l’ area di potenziale sindacalizzazione. vasta è ancora l’ opera di educazione sindacale che resta da compiere secondo un principio di solidarietà collettiva e di ispirazione ugualitaria nella quale si ricongiungano i valori originali del cristianesimo e del socialismo. (Relazione del Segretario B.Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978).

Lo sviluppo di una politica di unità nazionale e di larga collaborazione non cancella la natura e le contraddizioni del partito della Democrazia Cristiana. D’altro canto anche l’ impostazione di una politica di unità nazionale non cancella il problema del superamento della egemonia della DC nella vita dello stato. Una politica di unità nazionale presuppone la volontà di ricercare e di garantire un complesso di equilibri soddisfacenti ed accettabili da parte di tutti. Una politica di unità nazionale non può comportare il segno della egemonia del partito democratico cristiano così come non potrebbe confondersi con la politica dei fronti nazionali a direzione comunista. (Relazione del Segretario B.Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978).
Fautore come sono di una alternativa a sinistra non relegata a tempi storici ma affidata a tempi politici, sono persuaso che una stretta collaborazione anche polemica coi comunisti sia indispensabile, non solo del resto per la nostra prospettiva di alternativa, ma anche per quella comunista di compromesso storico, perché entrambe non si possono realizzare senza una stretta intesa tra i due partiti. Questo non significa che il nostro rapporto col Partito Comunista debba essere esclusivo, io credo che debba essere un rapporto privilegiato, polemico quando occorra, perché siamo diversi. Credo anche che la diversità giovi a tutti, che il non appiattirsi giovi a tutti, e che il rifiuto delle specificazioni che ci fanno diversi sia una perdita di identità sia per loro che per noi e per il movimento operaio in generale. (R. Lombardi, «Avanti!», 1 aprile 1978)
Stento a pensare o a supporre che il nostro avversario storico, l’antagonista principale, abbia cessato di essere la Democrazia Cristiana. Sono alieno, lo dico da anni, dal sostenere che la DC sia il nostro nemico principale per ragioni di costume, per il malgoverno che le imputiamo e da cui siamo stati, confessiamolo pure, un poco infettati. Anche una DC completamente pulita, non clientelare, non produttrice di parassitismi, democratica in tutte le sue componenti (ed io spero che essa diventi tale) non cessa di essere il nostro avversario principale. Non si tratta infatti del suo modo di governare, ma di un problema di contenuti. Noi la DC la consideriamo un grande partito di massa che però esprime la resistenza alla avanzata proletaria e alla trasformazione in senso socialista della società. Non ho mai escluso la necessità di compromessi in vista di obiettivi ben delineati nel tempo e nei contenuti. Anche al tempo in cui Nenni parlava di incontro storico con la DC, gli opposi la linea dell’ accettazione di un incontro con la DC, ma certamente non storico. Analoga è la critica che rivolgo oggi al «compromesso storico», di cui accetto il sostantivo compromesso non l’aggettivo storico. (R. Lombardi, «Avanti!», 1 aprile 1978).

Si può osservare che il PCI da tempo ha perso quella che era la sua bussola, la famosa «pietra di paragone» del rapporto privilegiato con l’URSS come faro e modello (sia pure suscettibile di varianti «nazionali»). Non volendo sostituirla con la bussola del socialismo democratico europeo-occidentale, deve acconciarsi al piccolo cabotaggio lungo la costa configurata dalla DC. Sono questi i limiti del revisionismo comunista di «medio periodo». È un revisionismo angusto, tattico e in definitiva molto più compromissorio e opportunistico del revisionismo radicale del progetto socialista. Il revisionismo che mira al consenso della DC è ben più sdrucciolevole del revisionismo che mira alla coerenza con la scelta democratica europeo-occidentale e al consenso degli elettori. (A.Giolitti, «Avanti!», 31 marzo 1978)
Non dobbiamo dimenticare che le vicende del nostro Paese sono condizionate, e non solo da oggi, da un’ accorta strategia da parte della DC che rende praticamente impossibile l’ attuazione delle riforme essenziali. (Riccardo Lombardi «Avanti!», 1981).

Con il 1956 si era aperto un periodo nuovo, Nenni i vecchi idoli erano infranti, i miti caduti, le clamorose denunce di Krusciov avevano posto le premesse di un rinnovamento profondo, i moti di Polonia e l’ insurrezione ungherese rivelata l’ entità della crisi di un sistema, mentre in Italia si profilavano profonde trasformazioni economiche e sociali, che avrebbero negli anni successivi richiamato tutta la classe politica alla considerazione di responsabilità nuove. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966) A noi interessa richiamarci ai suoi essenziali tratti politici, alla sua interpretazione della storia come storia della lotta delle classi, ai suoi principi della inevitabilità del crollo del sistema capitalistico, della necessità di un’ organizzazione politica, rivoluzionaria del proletariato, della funzione di questo come protagonista dell’ abbattimento della vecchia società e della creazione di una società senza classi di liberi ed eguali. Questi punti essenziali del marxismo non sono caduti con la società altamente industrializzata dei nostri giorni. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966).
Siamo quindi attenti ad evitare che il cosiddetto “ socialismo moderno” , sotto la veste della sua apparente modernità, non nasconda l’ abbandono del socialismo e la rinuncia ad una lotta contro il capitalismo, che è e rimane il termine antitetico del socialismo. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966)
Per la prima volta appunto nella storia, lo Stato non è più necessariamente un organo di classe destinato ad esercitare una permanente oppressione sui lavoratori. Mai nel passato questo era stato possibile . Ma nella nostra epoca, nell’Europa democratica, in Italia, questo avvento è possibile, perché stanno dietro di noi la tragica esperienza del fascismo e della guerra, sta la lotta di Liberazione, sulla cui onda si è potuta costruire una Costituzione che la più avanzata dell’Occidente, sta principalmente la forza raggiunta dai lavoratori e la loro influenza decisiva, mediante le grandi organizzazioni politiche e sindacali, sulla vita dello Stato e sullo stesso sviluppo dell’ economia. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966).
De Martino ha indicato come anno di svolta il 1956. Ma solo il PSI seppe trarre senza esitazione le conseguenze, poiché in esso il centralismo democratico non aveva spento l’ autonomia di giudizio né soffocato la capacità critica e autocritica. Ed esso seppe trarre tutte le conseguenze sulla linea della democrazia e della autonomia, senza ripiegare sulle posizioni socialdemocratiche che aveva a suo tempo criticato e superato. (Antonio Giolitti, «Avanti!», 29 ottobre 1966).

Se il congresso di Torino aveva messo con i piedi per terra il dialogo con i cattolici trasformandolo in un confronto con la DC, il congresso di Venezia faceva lo stesso due anni dopo con l’ unità socialista prendendo decisamente l’ iniziativa della fusione con i socialdemocratici, con un appello al suo prossimo congresso per l’ inizio dell’ azione unitaria tra le due organizzazioni. (Nenni, «Avanti!», 29 ottobre 1966).
Molte volte noi facciamo una bella scappatella al marxismo, ma non lo apprezziamo come si conviene, limitandoci a considerare solo le parti caduche, appunto perché sappiamo che il modello di fine del capitalismo e di passaggio alla società socialista ipotizzato da Marx non è più quello realizzabile oggi . Ma vi è un metodo marxista che è quello vero e permanente ed è appunto l’ angolo visuale da cui esaminare i rapporti politici e l’ evoluzione necessaria della società. (Lombardi, «Avanti!», 29 ottobre 1966). Il grande atto nuovo nella storia della lotta delle classi è che esistono le possibilità reali, effettive, non più illusorie, come al tempo dei riformisti, per la classe operaia, di giungere al socialismo con una lotta democratica, che si svolge nell’ ambito dello Stato costituzionale e repubblicano. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966). Nella quotidiana battaglia per sempre migliori condizioni di vita e di dignità civile dei lavoratori, abbiamo tra di loro associati i due momenti della lotta di classe, quello dell’ interesse immediato e quello dell’ interesse storico, che separati alimentano un riformismo spicciolo e fine a sé medesimo, incline alla integrazione dei lavoratori nella società capitalistica, mentre uniti elevano ed agguerriscono la coscienza dei fini generali del socialismo. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968).
L’ autonomia del partito è stata interpretata come rifiuto di servire di apporto a propositi di monopolio democristiano nella direzione dello stato e di egemonia comunista nella direzione del movimento dei lavoratori. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968) Il motivo centrale dell’Unificazione ha come presupposto il superamento della antica e dolorosa divisione del socialismo italiano tra massimalismo e riformismo. (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968).

Riteniamo che la esperienza storica e lo stesso sviluppo civile della società italiana ci consentono di realizzare una sintesi positiva raccogliendo ad un tempo la tensione ideale della tradizione massimalista e la concretezza travagliata, ma non meno ideale, della concezione riformista. (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968) Tutto ciò ha significato, per un verso la riaffermazione della non adattabilità al nostro paese della ipotesi leninista per pervenire alle conquiste e realizzazioni socialiste (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972) ricordiamoci che venticinque anni fa la cultura italiana era praticamente ferma all’ idealismo, gentiliano o crociano, mentre oggi è fortemente influenzata dal pensiero marxista. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).
L’ acquisizione del congresso di Venezia riguardò in particolare i rapporti di unità d’ azione con i comunisti già entrati da anni in fase di consunzione. E giacchè era aperto il dibattito sul congresso di Mosca e sull’ intervento dei carri armati sovietici a Budapest, il congresso precisò che la causa delle degenerazioni del potere in Unione Sovietica e nelle democrazie popolari non era da ricercare soltanto negli errori e nei delitti di Stalin denunciati da Krusciov, ma nella dottrina comunista e nel sistema sovietico di potere, privo di quelle garanzie democratiche di libertà individuale e collettiva e di controllo democratico del potere, fuori di che tutto si burocratizza, tutto si corrompe in forme di oppressione, anche le istituzioni sorte dalla rivoluzione proletaria. (Nenni, «Avanti!», 11 novembre 1972). Non posso in ogni caso non rivendicare alla cultura e all’ iniziativa politica dei socialisti una visione dialettica e non meccanica del marxismo e della realtà politica. (De Martino, «Avanti!», 12 novembre 1972). Nel 1968 noi avessimo sbagliato nel mortificare la nostra posizione di attacco globale verso la società capitalista italiana. (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972). Perché il partito socialista o è un partito di lavoratori o non è niente. (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972) Nessuna transizione democratica al socialismo sarebbe possibile senza il consenso di gran parte delle classi medie. Le classi medie comprendono categorie molto diverse tra loro. Non si può pensare che sia compatibile con una politica di transizione al socialismo il garantire a tutti i reparti delle classi medie che le loro condizioni di vita e i loro privilegi saranno conservati. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976). La critica socialista al sistema delle libertà borghesi non è all’idea della libertà ma al carattere formale di essa, per la mancanza delle condizioni reali, materiali che ne siano un indispensabile presupposto. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976).

Un partito socialista non vive in rapporto alla sua propria necessità, esso tende sempre a identificarsi, per la sua natura, con i grandi interessi collettivi, con le buone e giuste cause, con le esigenze sempre più diffuse di trasformazione e di rinnovamento. Di fronte ai pericoli di un ritorno alla barbarie non è sufficiente difendersi: bisogna organizzare le risposte civili e democratiche del socialismo. Vibrano di una attualità le riflessioni che Carlo Rosselli in esilio andava facendo prima di cadere sotto i pugnali della canaglia fascista. Dalle riflessioni sulla sconfitta della democrazia e del socialismo e sul domani del movimento socialista egli affermava di aver capito: «che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale e poi trasformazione materiale. Che il socialismo senza democrazia significa fatalmente dittatura e dittatura significa uomini servi, numeri e non coscienze, prodotti e non produttori e significa quindi negare i fini primi del socialismo. Che il socialismo non si decreta dall’ alto ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura. Che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti». È così che fedele alle sue tradizioni di difensore della democrazia, dei diritti del lavoro, dei diritti civili, il nostro partito può rinnovare il suo impegno di lotta e di fede nel socialismo ripetendolo alto e forte in questa grande Torino che ci ospita, città gloriosa delle lotte del lavoro, dell’ indipendenza e della libertà. (Relazione del Segretario B. Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978)Il contenuto marxista non è a piacere eliminabile o riconoscibile; pensiamo alla risposta che diede il Che Guevara che come rivoluzionario sapeva il fatto suo a chi gli domandava se egli si reputava marxista: «Non lo credo necessario». Intendeva dire che il marxismo è un antecedente necessario, allo stesso modo che nessuno oggi può dirsi non galileiano in fatto di fisica benché dopo c’ è stato Einstein.

Oggi abbiamo bisogno, oltre che delle categorie marxiste, di categorie diverse, che si sono esplicitate nel corso di un secolo di dibattiti. vi sono molti marxismi. Non si può fare del marxismo facile, sarebbe un’ arma sbagliata perché, ripeto, le categorie di Marx sono insufficienti per analizzare il capitalismo di oggi. Pensiamo a come non si tiene conto dell’ intervento correttivo della classe operaia, dell’ intervento attraverso i sindacati. Ai tempi di Marx non esisteva la realtà sindacale, la pressione riformatrice. Oggi invece questa realtà, questa pressione esistono e la classe operaia, attraverso cento anni di lotta, ha conquistato il diritto all’ accesso ai consumi non direttamente produttivi e lo ha conquistato attraverso l’ azione politica. E da ciò è nata l’ azione riformatrice. Analogamente, se noi dovessimo considerare la fine del capitalismo, come prevista da Marx, attraverso l’ incapacità di poter promuovere indefinitivamente le forze produttive, non riusciremmo ad analizzare la situazione attuale. Oggi, infatti, il capitalismo è entrato in crisi per la ragione opposta, cioè per eccesso delle forze produttive che hanno urtato persino contro lo stesso ambiente ecologico. Siamo di fronte a problemi integralmente nuovi, che vanno affrontati con nuovi parametri. Il marxismo è inscindibile dalla prassi, non è una teoria per conoscere il mondo, ma è una teoria per trasformare il mondo. La prassi è quella che decide della validità stessa della teoria che, per definizione, è sempre in crisi. Non dunque una mescolanza fra marxismo, liberalsocialismo e altre scuole di pensiero, ma uno sforzo per mettere il marxismo al posto che gli compete, che non è quello di spiegare in tutte le sue categorie il mondo capitalistico in cui oggi ci muoviamo. (R. Lombardi, «Avanti!», 1 aprile 1978).
Non abbiamo saputo dire una parola a quei cattolici a cui ci rivolgiamo per invitarli alla milizia socialista, fuori dalla DC. Non abbiamo saputo chiarire ciò che è pur frutto di una elaborazione marxista, all’ interno del Partito Socialista, che cioè l’ateismo è all’ origine del marxismo, ma non ne è il fondamento. Nella visione marxista vi è un ateismo metodologico e un ateismo critico. Il metodo è quello scientifico, che qualunque cattolico, qualunque cristiano deve adottare in materie scientifiche: prescindere dall’ influenza ultraterrena. E questo è appunto l’ ateismo metodologico, l’ ateismo critico è quello che smaschera la falsa coscienza che le religioni tentano di dare di se stesse, rappresentandosi come diverse da quello che sono. Sono due concezioni che possono benissimo essere compatibili con la milizia socialista dei credenti. (R. Lombardi, «Avanti!», 1 aprile 1978).

Ricordiamo i morti di ieri e le vittime di questi mesi. Essi rappresentano per noi il volto della democrazia civile e pacifica, i loro assassini, il volto della barbarie. Anche la storia del nostro partito si mescola e per tante parti si identifica con la storia del movimento operaio e dell’ antifascismo torinese. Qui a Torino si presentava candidato socialista nel lontano 1892 Camillo Prampolini. Il movimento dei consigli di fabbrica e la resistenza all’ avvento del potere fascista furono un momento eroico del movimento operaio torinese. Una grande tradizione di lotte, del movimento operaio e dell’ antifascismo, un grande contributo di sangue e di sacrifici del movimento socialista e del nostro partito. È al coraggio e alla coerenza di queste tradizioni che ci dobbiamo ricollegare per essere aiutati ad affrontare con salda energia morale e con onestà di analisi i problemi che ci stanno di fronte. (Relazione del Segretario B. Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978).
Si sollecita il compagno Lutero a proclamare lo scisma. Ma, anziché evocare Lutero, ci si può riferire a Erasmo da Rotterdam, che ancora nell’ ambito della Chiesa cattolica promosse una così intensa azione riformatrice per cui si potè dire che Erasmo depose le uova che poi Lutero covò. Ebbene io sono per Erasmo. (Riccardo Lombardi «Avanti!», 1981).
Il maestro del riformismo, Filippo Turati, il quale aveva dedicato tutta la sua vita di militante all’ idea delle conquiste democratiche legali, graduali, della classe lavoratrice e si era opposto alla violenza come atto autentico di rottura rivoluzionaria. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966)
La volontà del nuovo Partito di attuare il passaggio del capitalismo al socialismo mediante la democrazia e per successive conquiste graduali con le riforme di struttura. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966). Il socialismo diviene in tal modo l’ espressione massima e più avanzata della democrazia nelle varie forme che essa può assumere. Nessuna trasformazione di ordine sostanzialmente rivoluzionario può legittimare la limitazione della libertà, la creazione di un ordine autoritario. Senza la democrazia nemmeno le rivoluzioni riescono a garantire più alti valori civili; i germi delle degenerazioni burocratiche e poliziesche sono insiti in qualsiasi regime autoritario ed i risultati sono inevitabili. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966).

La Carta dell’ unificazione indica nelle riforme politiche e amministrative la volontà di attuare integralmente la costituzione e quindi di realizzare un profondo rinnovamento democratico, mentre giustamente afferma che tali riforme sono inseparabili da quelle della società, cioè le riforme della struttura sociale. (De Martino, «Avanti!», 28 ottobre 1966). Siamo in un periodo di transizione, di trasformazione della società in società socialista: questo periodo di transizione richiede un impegno enorme. Non è concepibile una politica che manchi di incidere sulle strutture, che non implichi una prova di forza. (Lombardi, «Avanti!», 29 ottobre 1966). Io ho sempre concepito le riforme di struttura come un processo necessariamente a catena: riforme di struttura perché turbano, spesso sconvolgono l’ equilibrio esistente. Ma alla reazione del corpo in un certo senso ferito non si possono opporre che due politiche: o far seguire alle riforme altre riforme in modo che il sistema a poco a poco possa essere riequilibrato a più alti livelli, o rinunziare alla politica delle riforme e addirittura rimarginare quelle effettuate. (Lombardi, «Avanti!», 29 ottobre 1966). Il compagno Basso quando era nel nostro partito ci ha invitati più volte a considerare, ripetendo del resto una celebre frase, che non vi è politica rivoluzionaria senza dottrina rivoluzionaria.

Questo non è un problema soltanto dei comunisti, è un problema anche nostro. Non è detto che se i comunisti oggi subiscono una crisi, anche per l’ assenza o l’ imperfezione di una teoria rivoluzionaria, questo significhi che noi siamo esenti dallo stesso difetto. (Lombardi, «Avanti!», 29 ottobre 1966). E gli impegni prioritari sorgono dalle condizioni del paese. Esse pongono in primo piano i provvedimenti da adottare per migliorare la condizione dei lavoratori e dei ceti meno abbienti: occupazione, diritti dei lavoratori nella fabbrica, case, pensioni, assistenza. Esse collocano in testa alle riforme da attuare subito quella universitaria e dell’ insegnamento medio superiore, una riforma organica non dei provvedimenti dettati dall’ urgenza quali quelli da noi proposti alla fine della scorsa legislatura e che, validi allora, oggi non avrebbero senso. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968).

Il partito deve sapere che la sua funzione non è quella di partecipare, perché la situazione lo rende utile, al governo di coalizione. Il partito sa che la sua funzione è sempre nell’ ambito della libertà e della democrazia, una funzione cioè rivoluzionaria una funzione rivolta ad abbattere il sistema capitalista. (De Martino, «Avanti!», 25 ottobre 1968). Riforme sociali hanno raggiunto un tale livello di coscienza, nei lavoratori e soprattutto nelle nuove generazioni, che per soddisfarle ci vogliono mezzi e volontà politica incompatibili con l’ attuale rapporto di reddito e di potere nella società italiana, il che esige una alterazione profonda e dei rapporti di reddito e dei rapporti di potere fra le classi. L’attuazione di queste riforme esige una lotta combattuta , che non può non essere fatta contro qualcuno (Lombardi, «Avanti!», 25 ottobre 1968). Per portare avanti una politica riformatrice, la quale inevitabilmente appunto per il suo carattere lesivo di interessi costituiti, comporta necessariamente la lotta (Lombardi, «Avanti!», 25 ottobre 1968).
Ormai anche un riformismo moderato ha bisogno di appoggio a sinistra perché non può evitare lo scontro con le strutture del sistema, il quale non ha più margini sufficienti per concessioni capaci di acquietare la sete di libertà e di giustizia sempre crescente in masse sempre più vaste di lavoratori e di giovani. (Giolitti, «Avanti!», 25 ottobre 1968). Si tratta invece di dare alla politica di centro-sinistra tutto il vigore necessario per portare avanti una azione riformatrice capace di assicurare il progresso generale del paese senza di che la politica di centro-sinistra è destinata a isterilirsi e a perire. (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968).
La politica delle riforme, insieme con i tentativi di avviare un sistema di programmazione democratica, suscitava l’ irrigidimento dei centri di potere economico e finanziario che avevano guidato lo sviluppo dell’ economia italiana. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972) La irrazionalità del sistema reagisce inevitabilmente alla razionalità connessa ad un’ azione riformatrice. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).

Le riforme promesse e non fatte; le riforme attuate in sede legislativa e non applicate nella pratica, anzi denigrate, sono la causa del crescente malessere nel quale ha germinato il tema del disordine e della violenza fascista. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972)
L’ urgenza di una riforma democratica della polizia e di una nuova legge di pubblica sicurezza che non può non toccare alcuni punti nodali come: una severa disciplina del dilagante e arbitrario uso delle intercettazioni telefoniche ed altri consimili abusi spionistici; una revisione delle organizzazioni e delle funzioni degli schedari politici, degli uffici politici, e della divisione affari riservata al ministero degli interni. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).
La risposta del centro-sinistra alle sollecitazioni e alle attese operaie è risulta insoddisfacente e sovente sbagliata per difetto nella elaborazione e applicazione delle riforme. Un errore quindi di impronta moderata, non di impronta socialista. (Nenni, «Avanti!», 11 novembre 1972). E’ in questo decennio che si è sperimentata la politica delle riforme con risultati nel complesso positivi (De Martino, «Avanti!», 12 novembre 1972)
Il nostro partito si è sempre distinto come partito interamente socialista, vale a dire mirante ad un totale e radicale mutamento del sistema economico-sociale, ad una rivoluzione cioè in forme democratiche e graduali. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976).
Occorre che concentriamo tutte le nostre energie e i nostri sforzi per animare una strategia democratica di difesa e di attacco, un’ offensiva della ragione e della critica che aiuti il risanamento della vita pubblica, attui le necessarie riforme, ridia forza e mobilità alla vita democratica. La battaglia per l’ordine pubblico e la normalità della vita democratica sarà vinta solo quando saranno approvate e risulteranno operanti riforme incisive nel settore della polizia e della magistratura. Un’ opera di potenziamento e di riforme deve procedere in fretta e deve essere sorretta da chiara e costante volontà politica.

Ma una iniziativa eccezionale dello Stato nel campo dell’ ordine pubblico non basta. E’ l’intera società civile, sono le sue forze migliori e più attive che debbono mobilitarsi per respingere il pericolo che ci sovrasta. I partiti, i sindacati, l’informazione, gli intellettuali, debbono sforzarsi di restituire agli italiani quel tanto di compattezza di identità, quel minimo di fedeltà ad una costellazione di valori comuni che sono indispensabili per superare la crisi. (Relazione del Segretario B. Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978). I pericoli di moderatismo non sono certo sulla via riformista. Si tratta di un fenomeno mondiale ed europeo, di un grande riflusso, dal quale dobbiamo guardarci in Italia e in Europa. (Carlo Tognoli, sindaco di Milano «Avanti!», 1981) A mio avviso, in Italia, la sinistra ha perso tre grandi occasioni per sviluppare un’ azione riformatrice nei contenuti e alternativa negli schieramenti: le lotte operaie e studentesche del ’ 68, la battaglia del divorzio del 1974, lo stesso spostamento a sinistra del 1976 a favore del PCI. (Fabrizio Cicchitto, «Avanti!», 1981)
Anche il riformismo deve essere in un certo senso scientifico, deve partire da un esame dei problemi della nuova società industriale, dei nuovi modi di produrre, delle nuove classi che si affacciano, dei nuovi bisogni che affiorano nella società. Un riformismo scientifico e un riformismo socialista e cioè fondamentalmente egualitario e un riformismo democratico nel senso di un allargamento costante della sfera della democrazia, di uno sforzo costante per dare sostanza alla democrazia. (Bettino Craxi, Segretario politico, «Avanti!». Dobbiamo rimetterci in condizione di trasformare una decisione congressuale o un accordo politico tra direzioni dei partiti e tra gruppi parlamentari in azione di massa. Dobbiamo avere un dialogo permanente e diretto coi nuovi e vasti ceti che la scuola e la moderna tecnica produttiva hanno portato alla ribalta della storia e quindi della vita. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968) bisogna dare la priorità al problema della riforma universitaria con una visione coraggiosa che muti profondamente le strutture, gli orientamenti didattici, assicuri la autonomia e la partecipazione di tutte le componenti della vita universitaria. (De Martino, «Avanti!», 25 ottobre 1968).

Obiettivo primario l’ incremento della occupazione fino a giungere al pieno impegno e, ad un tempo, l’eliminazione dei gravi squilibri territoriali che appunto soltanto una tale politica può risolvere, come può risolvere gli squilibri e le differenze tra le varie categorie dei lavoratori; così pure senza una tale politica non è possibile affrontare e risolvere i gravi problemi dell’Università e della scuola in modo da are una risposta positiva alle istanze crescenti delle giovani generazioni (Tanassi, «Avanti!», 25 ottobre 1968)Si tratta di battere la destra, quella interna ala DC che ha condotto l’operazione elettorale e governativa di centro-destra, e quella dichiaratamente autoritaria che altro non è che la staffetta del fascismo. Si tratta di battere il neo-fascismo nelle sue provocazioni e nel tentativo che sta compiendo di penetrazione dei corpi dello stato: polizia, burocrazia, forze armate, magistratura, quadri tecnici dell’ economia.
(Nenni, «Avanti!», 11 novembre 1972). La situazione economica impone al Partito di assumere obiettivi e valori che sono allo stato delle cose alternativi rispetto alle logiche e all’evoluzione del sistema. Sono i valori dell’occupazione, dei consumi collettivi, di una maggiore uguaglianza nel tenore di vita, di una più ampia partecipazione dei cittadini alle scelte della collettività. Dire che si tratta di valori alternativi significa sottolineare che essi entrano in contraddizione con la logica del sistema, esigono trasformazioni graduali ma profonde, impongono arbitrati e mediazioni che il partito deve saper realizzare con coerenza avendo sempre presente un criterio che è politico prima ancora che economico. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976)
La linea strategica è quella dell’alternativa al potere democristiano, quindi un’alternativa delle sinistre. Tale alternativa non può non coincidere con un tentativo di transizione al socialismo. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976) Si può indicare come soluzione abbastanza coerente quella di un’economia mista, nella quale vi sia l’intervento pubblico nella grande impresa, salvo poi definire le forme di tale intervento (nazionalizzazione o altro) e dall’altra sia riconosciuta la validità dell’impresa privata piccola e media con il solo vincolo uniformare le proprie attività produttive a quelle delineate nel piano economico nazionale.
(De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976). Il socialismo che noi perseguiamo non si esaurisce in collettivizzazioni o nazionalizzazioni che diano luogo a nuove forme di subordinazione dell’uomo; esso invece esalta la massima espansione della personalità e garantisce quella sintesi storica superiore tra il collettivo e l’individuale, non più in termini antitetici ma reciprocamente integrati. Compagni! Il nostro dovere è di costruire un partito rinnovato che si presenti al paese come il più forte e coerente fautore di una politica alternativa, ma anche di un costume alternativo a quello degli altri.

Se esso riuscirà ad agire come grande forza collettiva e unitaria allora nel dissolvimento generale saremo una forza alla quale le energie migliori del paese ed i giovani guarderanno con fiducia. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976) Ciò che emerge è la necessità di uscire dal sistema capitalistico, giacchè la crisi economica non si può superare in modo durevole se non gestendo il sistema in modo completamente diverso, sulla base di tre principi fondamentali:
1) Una nuova distribuzione del lavoro (tutti debbono lavorare, ciascuno per minore tempo);

2) Una perequazione drastica dei redditi;

3) Una revisione drastica del modo di produrre e del modo di consumare, rinunciando ad un’economia di spreco.

Un programma di questa natura, che richiede una fortissima tensione politica e morale, può essere affrontato solo dalle forze di sinistra, nel contesto di una rigorosa strategia dell’ alternativa. (Lombardi, «Avanti!», 6 marzo 1976)
Il compito del Congresso è quello di individuare le vie e i mezzi attraverso i quali il Partito intende concorrere con ogni sua energia, alla soluzione organica della crisi economica e monetaria del paese e ad un rilancio generale della vita democratica delle masse nei confronti non solo del capitalismo monopolista privato ma dello stesso capitalismo di Stato intento a burocratizzare tutto, la lotta di classe come la lotta politica. (Nenni, «Avanti!», 6 marzo 1976). Le istituzioni, in senso politico e formale, non si sono adeguate alla possente domanda di libertà e di rinnovamento, con il rischio sempre attuale di processi involutivi ed autoritari rivolti a contrastare le conquiste democratiche. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976).
Per le istituzioni una prima esigenza consiste nelle revisioni necessarie per rinvigorire il sistema democratico parlamentare fondato su ampie autonomie locali.

Il sistema bicamerale non è l’ideale e non a caso al tempo della Costituente il PSI aveva cominciato con lo schierarsi a sostegno di un sistema unicamerale. Le istituzioni in senso politico e formale non si sono adeguate a tale possente domanda di libertà e di rinnovamento, con il rischio sempre attuale di processi involutivi ed autoritari rivolti a contrastare le conquiste democratiche. (De Martino, «Avanti!», 4 marzo 1976) Le crisi del capitalismo non si sono mai risolte pacificamente. Tutta la grande espansione produttiva del capitalismo dopo la seconda guerra mondiale ha coinciso puntualmente con conflitti. È soltanto la corsa agli armamenti provocata da ognuno di questi conflitti che ha offerto al capitalismo i mezzi per potersi espandere. Da ciò la necessità di una grande svolta socialista che non accetti il capitalismo per gestirlo «diversamente». Non si passa al socialismo accettando il sistema di produzione capitalistico e facendolo governare dai lavoratori. È il sistema dello sfruttamento del lavoro umano che bisogna cambiare «in toto», con una ristrutturazione completamente rivoluzionaria. E’è il sistema capitalistico che bisogna radicalmente superare. È questa la grande ipotesi internazionalista che il movimento operaio deve recuperare. (R. Lombardi, «Avanti!»,1 aprile 1978) E’ necessario realizzare un cambiamento che deve essere l’ espressione dello sforzo cosciente e collegiale di tutti i militanti: questo comporta che dobbiamo spingere il Partito a proiettarsi verso l’ esterno, verso e tra le masse con tutte le energie necessarie, opponendoci con tenacia e fermezza a quanto di vecchio ancora permane in alcuni settori del partito e dentro noi stessi, per affermare una strategia che avvalori tutte le classi lavoratrici. (Adriano Calabrini, «Avanti!», 1981).

Lo sviluppo diseguale della vita economica fa sì che vicino a prodigi del lavoro, della tecnica, dell’ urbanistica, della viabilità sussistano, sovente l’ uno vicino all’altro, sopravvivenze di un livello di esistenza oggi inammissibile. Dal punto di vista sociale la condizione operaia è precaria, come lo attestano le agitazioni e gli scioperi a catena. Molti sono i giovani in cerca di una prima occupazione che non trovano. Lo stesso progresso tecnologico, nelle sue fasi più avanzate, dà luogo ad un fenomeno di asservimento dell’ uomo ai mezzi del suo lavoro, che si risolve in forme più acute di alienazione ed alimenta tra i giovani il fenomeno della contestazione globale. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968). Lo stesso estremismo giovanile: contestazione studentesca, contestazione neoanarchica, contestazione cattolica, è un fatto di grande rilievo. L’estremismo, diceva Lenin, è una malattia infantile. Ma precisava che quando l’ estremismo prende il carattere di azione di massa, allora è segno che esiste un problema reale al quale non si è data risposta adeguata. In altri termini l’ estremismo non si vince se non togliendogli ogni radice obbiettiva. (Nenni, «Avanti!», 24 ottobre 1968). Esistono oggi movimenti reali delle masse che sarebbe un errore del nostro partito considerare come un episodio di incitazioni agitatorie dell’ uno o dell’ altro partito. Movimenti reali delle masse che esprimono la insoddisfazione dei lavoratori italiani per il drammatico contrasto esistente fra le immense possibilità della tecnica e la condizione dell’ uomo. Questi movimenti reali devono essere un allarme per il partito socialista il quale rimane il partito della classe lavoratrice e non un altro partito. Sull’ altro fenomeno, quello delle giovani generazioni, della contestazione, dobbiamo dire che troviamo le stesse cose che furono patrimonio della lotta socialista nel suo secolo di storia, un patrimonio che lo rende protagonista di una società libera. Sappiamo che in questa contestazione si sono inserite forze estremistiche e sappiamo bene che se queste tendenze dovessero continuare un grave pericolo minaccerebbe l’ Italia e minaccerebbe i lavoratori, il pericolo di una reazione di destra. (De Martino, «Avanti!», 25 ottobre 1968).

Ora noi assistiamo a questo imponente dispiegarsi della protesta giovanile e della protesta operaia, pur se si tratta di una protesta contraddittoria, come tutte le cose che nascono, che non hanno trovato, non trovano e rischiano di non trovare nemmeno in futuro un’area di sbocco politico. Ma questa gioventù ha riscoperto il grado non soltanto di insoddisfazione per questa società ma di protesta e di rifiuto di questa società; ha compreso non soltanto la inaccettabilità e la ingiustizia della società capitalistica, ma il suo carattere sordido e dispersivo, il suo carattere noioso e autoritario. I giovani, nella loro rivolta ci hanno aiutato a riscoprire nelle sue vere dimensioni, il problema del passaggio al socialismo. i giovani non sanno che farsene di una società come quella che noi abbiamo dato loro ed hanno ragione. Essi sono insoddisfatti e protestano. I giovani non vogliono più essere amministrati da uomini che sono venuti da altre lotte e da altro sangue. (Lombardi, «Avanti!», 25 ottobre 1968). La spinta che viene dalle masse e che tutti constatiamo ogni giorno, e non soltanto dai giovani, non trovando, perché non può trovarli ancora, sbocchi rivoluzionari, si traduce in eversione e sovversivismo. (Lombardi, «Avanti!», 25 ottobre 1968).
E’ però un gravissimo errore limitarsi a catalogare le manifestazioni di contestazione specialmente giovanile, come un fenomeno di estremismo. I giovani esprimono in misura sempre maggiore e con una coscienza sempre più lucida il loro disgusto per questa società e per l’ avvenire che essa prepara loro. (Giolitti, «Avanti!», 25 ottobre 1968). Non abbiamo il diritto di rimproverare ai giovani la loro posizione esclusivamente negativa, contestativi; abbiamo il dovere, come partito socialista, cioè come strumento dell’ azione politica contestativi della società capitalistica, di dare a quella loro contestazione uno sbocco politico positivo. (Giolitti, «Avanti!», 25 ottobre 1968).

Il processo di sviluppo economico registrava le prime battute d’ arresto. Cresceva l’ opposizione dei ceti moderati alla presenza socialista nella direzione dello Stato democratico. Si sviluppava, nell’ esasperazione dei problemi irrisolti nella nostra società e sull’ onda del maggio francese, la contestazione studentesca e giovanile in generale, che si trasformava in impetuosi movimenti di piazza e dava vita all’ organizzazione dei “ gruppuscoli”. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).
Le lotte vittoriose dell’ autunno caldo e dei primi mesi del 1970 dimostrarono la forza, la combattività, il senso di responsabilità delle organizzazioni dei lavoratori che non accettarono nessun elemento di provocazione, seppero contenere l’ azione dei gruppuscoli estremisti e degli stessi movimenti spontanei nel quadro di un’ azione decisa, coraggiosa, dura che portò ad importanti risultati contrattuali. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).
L’ attività dei circoli reazionari si faceva più intensa. Si affacciava, negli scritti e nei fatti, la ipotesi di trasferire la “strategia della tensione” dal piano delle manovre politiche come quella della fallita scissione socialdemocratica al piano della violenza antioperaia ed antidemocratica. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).
L’ attività delle squadre fasciste, del teppismo paramilitare si faceva frenetica, e sostenuta da ingenti mezzi finanziari. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).
In questo quadro prendono forma i tentativi di organizzazione, in modo rozzo e dilettantesco, del colpo di Stato del principe Borghese e, soprattutto, precedentemente, l’attività che conduce all’ efferata strage di Milano, ed agli attentati di Roma, sui treni, in Alto Adige. Ciò serve per scatenare una campagna d’ odio contro le sinistre, anche se i colpi vengono indirizzati verso i gruppuscoli e verso gli anarchici. Un incredibile clima di “ caccia alle streghe” si scatena nel Paese; gli episodi di Pinelli, l’ incriminazione di Valpreda ne sono la tragica e assurda conclusione. Un vero e proprio “ pogrom” ideologico cerca di mobilitare contro le sinistre l’ opinione pubblica. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972).

C’era dietro le dimissioni (di Rumor) la trama della lotta interna alla DC, sempre più divaricata tra i numerosi gruppi politici. C’ era soprattutto l’ urto di forze politiche, extra politiche, che aprivano un nuovo capitolo della strategia della tensione. (Mancini, «Avanti!», 10 novembre 1972). Sfiducia nella giustizia emersa dalle allucinanti vicende delle indagini della polizia e della magistratura, sugli attentati milanesi del 1969 e dal sospetto più che legittimo, di interferenze che hanno annullato la certezza del diritto fondamento della vita civile. (Nenni, «Avanti!», 11 novembre 1972).
Vorrei ricordare che i socialisti non hanno mai taciuto, come c’ è stato rimproverato, sui fatti di Milano. Vorrei ricordare l’ azione svolta attorno al ’68 per evitare la socialdemocratizzazione del partito. A queste esperienze ancora oggi restiamo fedeli e ne sosteniamo la continuità. (De Martino, «Avanti!», 12 novembre 1972) Dobbiamo trovare un punto d’ incontro per una gestione unitaria che consenta di condurre con successo lo scontro di classe che è in atto nel paese. (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972).
Dinanzi al rapporto Mazza sull’ estremismo di sinistra, i socialisti, di fronte a quella mistificazione che cercava di attribuire alle sinistre le trame eversive della “ pista nera”, dovevano almeno salvare la faccia chiedendo la rimozione del prefetto di Milano. (Lombardi, «Avanti!», 12 novembre 1972).
Per lungo tempo vi è stato per il movimento operaio, per i comunisti ed anche per i socialisti, il riferimento alla dittatura del proletariato, oggi respinta implicitamente dai comunisti francesi. Se comunque viene a mancare questa teoria, resta un vuoto che dobbiamo riempire, non come forze singole ma con un confronto fecondo e unitario. (Lombardi, «Avanti!», 6 marzo 1976). La tesi secondo cui la criminalità, il terrorismo non sarebbero che surrogati nevrotici della lotta di classe e della lotta politica oramai spente e ridotte a vuote manifestazioni rituali a causa della linea revisionista e collaborazionista della sinistra storica, è assolutamente inaccettabile. Lo è in primo luogo per una questione di date.

La teorizzazione della lotta armata comincia in Italia tra il ’69 e il ’70 nell’ idoleggiamento romantico del Che e dei Vietcong. Il primo attacco armato a una sede di partito è del gennaio ’71, il primo sequestro politico risale al marzo del ’72. In questi anni i filoni della violenza e della «strategia della tensione» si alimentavano reciprocamente generando violenza. l’ organizzazione armata delle B.R. ha raggiunto un alto grado di efficienza operativa e per taluni aspetti mostra una preparazione possiamo dire scientifica. L’ organizzazione delle B.R. si poggia ormai su di una rete di complicità che penetra in gangli vitali dello stato e nella struttura dirigente. Hanno fatto azioni di propaganda nell’ ambito studentesco e giovanile.

E’ un fenomeno certamente inserito, per stessa parziale ammissione dei brigatisti, nei circuiti del terrorismo internazionale. Il compito del movimento operaio e della sinistra è innanzitutto quello di smascherare la natura non classista, non proletaria, ma al contrario antipopolare, di questa organizzazione. Nessun socialista, nessun compagno che si rispetti può avere indulgenza a fare concessioni all’ immagine romantico- idealista che si riassume nella definizione dei “ compagni che sbagliano” . (Relazione del Segretario B. Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978). La violenza è stata sovente nella storia levatrice di nuove grandi realtà. Nel passato la violenza ed anche il terrorismo sono apparsi legati a cause giuste nella lotta per l’ indipendenza, per la libertà, per il progresso.
Nessuna causa giusta è alla base del terrorismo delle B.R. La gravità è accresciuta dal fatto che attorno al nucleo che appare più consistente, radicato ed efficiente, ruoti un pulviscolo di gruppi armati, che sotto diversa denominazione concorrono tutti nell’ insieme a formare quel «partito armato» la cui pericolosità è all’ ordine del giorno. C’è un problema di efficacia della reazione ma c’è allo stesso tempo il problema di salvaguardare la qualità del nostro ordinamento liberale. Il nostro resta un appello morale che ognuno faccia il suo dovere come cittadino, come lavoratore, come uomo che può influire sulla vita degli altri uomini.
Fondamentale è il ruolo dei sindacati, la loro mobilitazione, il loro appoggio alle istituzioni democratiche. Non servono all’ interno delle fabbriche le squadre di vigilantes o le “ronde proletarie” che potrebbero degenerare in caccia alle streghe. Serve invece la mobilitazione dei lavoratori quando è necessario sulle piazze che i terroristi vorrebbero vuotare per riempire quel vuoto con un potere nemico dei lavoratori.

Servono i dibattiti e la lotta politica verso e contro chi non sa scegliere tra lo stato democratico e le brigate rosse. (Relazione del Segretario B. Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978). Attraverso il mondo giovanile passano problemi vitali del futuro della democrazia. Per troppo tempo si sono lasciati seminare i germi di una “ cultura della violenza”. In tutta una lunga fase di incubazione non sono state molte le voci che hanno cercato di mettere in guardia circa il diffondersi della irrazionalità di miti violenti, delle ideologie recuperate in soffitta. Per tutta una lunga fase iniziale gli slogans duri, il linguaggio perentorio e talvolta eversivo, le condanne che escludevano repliche o la possibilità di un dibattito razionale hanno dominato il campo. Tutto questo è stato sovente giustificato e accreditato. Ad esso non si è contrapposta una offensiva democratica. Si comprendono le radici sociali di una parte almeno dell’ estremismo giovanile che è degenerato sul terreno ideologico e di una specie di sottocultura di sinistra e in taluni suoi settori ha preso le strade della pratica della violenza più o meno autonoma. Il terreno è così risultato fertile per le scorribande dei rigurgiti fascisti, del terrorismo nero e si è allungata la lista delle giovani vittime di attentati criminali e di rappresaglie sanguinose. Siamo giunti a un punto in cui è assolutamente necessario invertire questo corso delle cose. Occorre una forte ripresa morale e pratica sulla base degli ideali della democrazia e del progresso pacifico. Qualcuno ha detto che dal sinistrese al dito sul grilletto il passo è breve. Forse non è così. Ma bisogna che si ritrovi il gusto di parlare, di comunicare, di interrogare e di rispondere. La democrazia non si sviluppa e tanto meno si difende con gli slogans a rima baciata. I suoi fondamenti sono il dialogo e l’ uso della ragione. Bisogna rivitalizzare la vita democratica e sviluppare un piano della democrazia. (Relazione del Segretario B. Craxi, «Avanti!», 30 marzo 1978). Il Congresso si trova di fronte ad una situazione profondamente mutata rispetto al momento della sua convocazione, anche se le premesse di questa erano presenti e manifeste da tempo.

L’escalation terroristica culminata con il rapimento Moro ha interrotto lo snodarsi evolutivo e processuale di uno sviluppo politico che era prevedibile dovesse ancora durare nel tempo prima di giungere, in un senso o nell’altro, a piena maturazione. Ma ora siamo già di fronte al nodo decisivo di questo processo: o una unità democratica fortemente innovativa e quindi in grado di salvaguardare e insieme di far avanzare la democrazia, oppure l’ acuirsi di una disgregazione aperta agli sbocchi anche più arretrati ed imprevedibili. appare ormai che l’ emergenza ha cause intrinseche a questa fase di sviluppo della società italiana; non una parentesi ma una necessità di fondo, eccezionale certamente e quindi temporaneamente delimitata, ma destinata a segnare in modo profondo l’ evoluzione della nostra società. Si tratta di una politica che non può essere né di immobilismo né indolore; se tale politica entrerà finalmente nella fase della realizzazione anche nei contenuti, il Paese uscirà positivamente cambiato. (E. Manca, «Avanti!», 31 marzo 1978)
Il rapimento di Moro costituisce la punta più alta di quella strategia della tensione cominciata nel dicembre del ’69. Siamo ora di fronte ad un tentativo di “ politicizzazione” delle criminali iniziative terroristico- militari. I gruppi eversivi giudicano venuto il momento di tentare di spezzare il processo di crescita democratica che è maturato in questi anni nonostante e malgrado la strategia della tensione. Va tenuto presente che l’ Italia, nonostante la sua crisi generale e complessiva, si presenta come il paese in cui più ampi e solidi sono a livello sociale e politico i processi di maturazione della sinistra e i suoi legami con altre forze democratiche decisive. Non è quindi un caso che l’ attacco che le B.R. portano allo Stato democratico e al movimento operaio colpisca un paese nel quale la sinistra politica e sindacale pone problemi che investono direttamente l’assetto capitalistico. In questa situazione i gruppi eversivi puntano al cervello e al cuore stesso della DC, anello più forte quantitativamente e più debole insieme qualitativamente del sistema democratico del nostro Paese. (E. Manca, «Avanti!», 31 marzo 1978).

Vi sono stati errori nella sottovalutazione e nella scarsa comprensione del fenomeno complesso del terrorismo politico, in cui si sono andate intrecciando in questi anni componenti fasciste e posizioni di matrice opposta ma della medesima qualità: fanatica, criminale, antidemocratica ed antioperaia. Ciò non significa avallare a distanza la teoria degli “ opposti estremismi”, che anzi è stata una causa della mancata tempestività nell’ azione di difesa democratica. Poiché, allora, si è messo sullo stesso piano il fatto anticostituzionale del neofascismo con posizioni politiche estremistiche che andavano, sì respinte con durezza politicamente, ma che non potevano essere giudicate fuori dalle garanzie costituzionali. Ogni crimine da chiunque commesso andava fin da allora colpito, ma questo non è avvenuto o quanto meno non è avvenuto a sufficienza. Non siamo quindi di fronte a una rivalutazione da parte nostra delle tesi della destra; quel che c’è da fare è di tagliare in maniera definitiva, culturalmente e politicamente, con quella pratica di ammiccamenti e civettamenti verso le posizioni estremistiche che hanno contraddistinto purtroppo alcuni settori e alcuni uomini della sinistra. (E. Manca, «Avanti!», 31 marzo 1978).
Lotta al terrorismo che inutilmente cerca di scardinare il nostro sistema democratico. (Sandro Pertini presidente della Repubblica,«Avanti!», 1981)
C’ è in questa definizione il segno del nostro saldo legame con i valori del pluralismo politico e del sistema liberal-democratico anche se siamo ben consapevoli di quanto nelle democrazie occidentali, nel sistema politico democratico che Maurice Duverger definisce pluto-democratico, valga ancora il peso della ricchezza e del potere economico di gruppi ristretti e quante distanze separino le classi segnino il permanere di vaste diseguaglianze sociali. (Bettino Craxi, Segretario politico «Avanti!».

Sarà un messaggio di stabilità e di rinnovamento politico con un no rivolto ad ogni tendenza alla radicalizzazione della lotta politica ed un si ad ogni ragionevole ed equilibrata ricerca di intese che anche su tracciati limitati, ma significativi, possa far convergere su obiettivi di riforma, su azioni legislative e di governo concordate e condivise, l’ apporto e l’ impegno costruttivo di tutte le forze che intendono partecipare ad un processo di rinnovamento e di progresso. (Bettino Craxi, Segretario politico, «Avanti!», 1981).
Ora siamo di nuovo ai prodromi di un incendio, con guerriglie in atto e guerre minacciate, micro- conflittualità e macro-conflittualità. (Bettino Craxi, «Avanti!», 1981).
Se certe forme di sindacalismo vanno messe in causa con molta energia, un qualche approfondimento merita l’ istituto italiano dello sciopero politico e in particolare dello sciopero politico in generale. (Bettino Craxi, «Avanti!», 1981). Non abbiamo avuto rapporto con i movimenti politici del ’ 68, li abbiamo anzi giudicati criticamente. Ma non si può lasciare alla magistratura il giudizio politico su questi eventi. È nostro dovere far giungere la voce di un partito democratico a quelle zone sulle quali è caduta una repressione spesso ingiustificata e sproporzionata e a quei territori che sono su una posizione di dissenso, ma che la repressione spingerebbe verso l’ eversione. (Giacomo Mancini, «Avanti!», 1981).

Ecco perché sosteniamo, da qualche tempo, che alla cultura della crisi, che accetta come fisiologica l’ ingovernabilità di un sistema sociale complesso, dobbiamo sostituire la cultura del progetto, della programmazione, della controllabilità dei processi di trasformazione. Ecco perché diciamo che il sindacato deve, non meno delle altre forze organizzate, maturare una cultura di governo. (Giacomo Mancini «Avanti!», 1981).
In una società sempre più complessa è destinato a divenire sempre più stridente il contrasto tra l’ interesse dei piccoli gruppi soprattutto se legati a posizioni di grande potere, e quello più generale della collettività. Il rischio che sindacati e forze politiche prendano due strade opposte è molto forte: per i primi può essere più comodo rinserrarsi nelle cittadelle corporative e coltivare lì la propria forza; per i secondi sempre crescente potrà essere la tendenza a saltare le difficoltà del rapporto diffuso con la società civile per attestarsi sulle grandi opzioni ideologiche. (Giacomo Mancini, «Avanti!», 1981).

File Pdf originale: Partito Socialista Italiano (1966-1981)

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