Capitolo 2 DALLA CRISI DEL RIFORMISMO ALLA CADUTA DELLA DEMOCRAZIA

La Storia del PsiDalla crisi del riformismo alla prima guerra mondiale

Nella crisi del riformismo, che ha il suo punto di svolta nella politica coloniale avviata da Giolitti, la quale poneva ai socialisti questioni nuove e problemi al momento insuperabili, c’è un dato da considerare, nei suoi aspetti positivi e nelle sue conseguenze alla lunga dirompenti. È quello della estensione del suffragio, giustamente reclamato dai socialisti, fin dai tempi del “programma minimo” e ottenuto con oltre dieci anni di lotte e di abili alleanze parlamentari.
L’estensione del, suffragio ha nell’immediato, con le elezioni del 1913, conseguenze solo in parte prevedibili. D’un lato essa immette nel circuito della vita politica masse molto più ampie di cittadini, e in particolare di contadini e operai; d’altro lato questa immissione, allargando potenzialmente la rappresentanza politica socialista, fa ricomparire tutte quelle fobie e quelle paure che avevano alimentato i comportamenti dei ceti conservatori nell’ultimo decennio del secolo precedente. A inasprire un contrasto che da virtuale tende a farsi rapidamente reale, è la vertenza libica, che non è altro che l’anticamera di una nuova politica internazionale dell’Italia quale potenza europea e mediterranea, pronta a caricarsi anche dei rischi di un conflitto bellico che è sempre più presente nell’orizzonte europeo.
La spedizione coloniale in Libia provoca la reazione popolare alla testa della quale si collocano sindacati e PSI.

Questo scontro accentua la frattura con i settori traenti dell’industria, della borghesia e con l’esercito, un potere nient’affatto trascurabile, direttamente collegato alla monarchia sabauda. Sullo sfondo appare, già nel 1911, un atteggiamento di ostilità dei socialisti nei confronti di un sempre più possibile intervento dell’Italia in un eventuale conflitto europeo. E un Parlamento, nel quale la rappresentanza politica degli interessi popolari va smisuratamente ampliandosi, diventa un’istituzione di difficile controllo da parte della classe dirigente del paese. Giolitti, come abbiamo visto, concede alle sfere della borghesia industriale e nazionalista quell’iniziativa coloniale, avversata dai socialisti, che e comunque priva di rischi, mentre e refrattario all’ipotesi di una politica di intervento in un eventuale conflitto, e non perde occasione per proclamare o far intendere nei fatti, in quegli anni, la sua convinzione neutralista. E, come pur abbiamo rilevato, abbraccia una strategia insieme di estensione della rappresentanza parlamentare con ampliamento del suffragio, probabilmente anche perché ritiene che una più lunga presenza di socialisti e di parlamentari condizionati dal voto cattolico possa rappresentare un sostegno alla sua linea di neutralità. Ma intanto molte cose erano cambiate, e di esse lo stesso Giolitti sembra non avvedersi; oppure, avvedendosene, ritiene di essere in grado di continuare a esercitare la sua funzione di controllo e di mediazione politica. Era cambiato l’atteggiamento della monarchia, come rilevava anche per molti segni il comportamento del re e dell’esercito, influenzato dalla Casa Reale. Questa non era più quella che un brillante scrittore di cose politiche, che dovrà sopravvivere a molte epoche, Mario Missiroli, aveva definito come “La monarchia socialista”, che con Vittorio Emanuele III aveva mutato l’atteggiamento assunto dal suo predecessore e aveva accettato, e nella misura del possibile assecondato, l’opera di Giolitti, sia pure interpretandola in termini di paternalismo e, per dirla con il Missiroli, di “riformismo statale”, volto cioè a soddisfare esigenze sociali ed economiche dei lavoratori, ma, insieme, a rafforzare l’apparato amministrativo e burocratico ad essa fedele.(1)
Era cambiato l’atteggiamento della borghesia imprenditiva e di quella culturale, sempre più proclive a dar ascolto alla risorgenza della “questione nazionale”, vuoi per cointeressenza economica del ceto imprenditoriale, vuoi per l’affermarsi di una cultura irrazionalistica ed antimaterialistica, che univa nella sua critica spiritualistica tanto le filosofie positivistiche che quella marxista.
Era rapidamente cambiato il PSI, e non soltanto nella sua dirigenza. Il congresso di Reggio Emilia infatti aveva visto i riformisti in minoranza. L’espulsione dei revisionisti di Bissolati e Bonomi, che aveva preso a motivo l’atto di deferenza di questo gruppo alla monarchia in occasione di un tentativo di attentato al re, rendeva praticamente impossibile un ritorno a breve tempo dei riformisti alla guida del partito. Così nel successivo congresso la dichiarazione di incompatibilità tra appartenenza alla massoneria e militanza socialista significava trasparentemente un attacco ai settori giolittiani che erano in stragrande maggioranza massoni, e alla stessa monarchia, essendo conosciuta, inconfutabilmente, l’appartenenza all’organizzazione massonica dello stesso Vittorio Emanuele III. Il leader di questo processo di cambiamento, in forme addirittura iconoclastiche, del socialismo italiano, era quel Benito Mussolini balzato alla ribalta nazionale al congresso di Reggio Emilia, e che era stato addirittura il protagonista di quello di Ancona del 19 14 e aveva assunto la direzione dell'”Avanti!”, dopo che l’intransigente Lerda aveva dovuto abbandonarla essendo uno dei socialisti massoni incappati nella scomunica congressuale. Sono fin troppo conosciute la personalità e la storia di Mussolini perché ci si debba soffermare a lungo su di lui. Oltre tutto, Renzo De Felice ha dedicato la sua fondamentale opera storica al mussolinismo, ed in particolar modo quel volume, Mussolini il rivoluzionario, al quale per tutto ciò che concerne Mussolini di questa fase, si può tranquillamente rinviare il lettore.(2)
Ci sembra utile, tuttavia, citare questa notazione sul Mussolini di quei congressi, dovuta alla penna di Pietro Nenni, che il Mussolini conobbe in quel tempo forse meglio di ogni altro. Scriveva Nenni, in quel volume ancora oggi di interessante lettura che è La lotta di classe in Italia, pubblicato in francese nel 1930 e solo di recente tradotto in Italia: “Molto giovane, sconosciuto, appena uscito di prigione dove aveva scontato una pena di cinque mesi, aggressivo e mordace, l’uomo che dieci anni dopo si sarebbe impadronito del potere con la reazione più sanguinosa, proveniva dalla Romagna.

Nato in una famiglia socialista, ribelle per istinto, il suo socialismo aveva più di Blanqui che di Marx. Come Blanqui e i rivoluzionari classici aveva una nozione molto vaga dell’idea di classe, per contro professava una specie di mistica del partito; come Blanqui egli concepiva il socialismo come la rivolta dei poveri sotto la direzione di uno stato maggiore rivoluzionario. Del marxismo non comprendeva che i motivi antiliberali: la concezione dell’egemonia e la dittatura del proletariato, la visione drammatica della vita e della società…
Il nuovo capo era naturalmente un intransigente, un fanatico e un intollerante. Da quando divenne direttore dell'”Avanti!” ne fece un organo di quotidiani stimoli all’azione diretta e alla violenza. Nella sua propaganda il proletariato appariva – come Edoardo Berth ha detto di Sorel – come l’eroe di un dramma la cui felice riuscita dipende interamente dalla sua energia, dalla sua devozione e dalla sua capacità di sacrificio”.(3)
Lo scenario del dramma era, in quel momento, lo scontro sociale e politico che si faceva ogni giorno più aspro, e che non permetteva più alcuna iniziativa di mediazione. In questo scontro, che riporta il movimento socialista, o la maggioranza di esso, a un culto della violenza che era stato diffuso precedentemente alla costituzione del partito, e che era stato rifiutato per vent’anni, il partito tuttavia accrebbe la sua forza.

Divenuto improvvisamente combattivo, in modo addirittura esagerato, aggressivo e anche violento, in verità non soltanto per effetto della propaganda mussoliniana, il PSI vide non solo rafforzarsi nel 1913 la sua rappresentanza elettorale (i rivoluzionari non rinunciavano affatto al mandato parlamentare, anche se dell’istituzione dicevano peste e corna) ma vide anche ingrossarsi le sue fila, fino a raggiungere quasi i 50.000 iscritti. Turati, forse esagerando nella polemica, disse che questo avveniva perché ai lavoratori si aggiungeva la teppa. Certo è che la svolta politica coincise con questa rinnovata potenza del partito. Tutto questo esaltò la nuova dirigenza che, inebriata dai successi interni ed esterni, si buttò senza discernimento sulla strada dell’azione diretta, andando incontro a una grossa sconfitta, che segnò l’inizio di un momento critico per tutto il movimento.
Nelle elezioni amministrative che seguirono il congresso di Ancona, il PSI, che rifiutava ogni alleanza con altre forze progressiste, conquistò 400 comuni, tra cui Bologna, Milano e Alessandria.
Esaltati da questo risultato i “rivoluzionari” non ebbero più alcun freno, e con Mussolini in testa si buttarono a corpo morto nelle agitazioni che erano seguite anche dalla violenza fisica, senza accorgersi che il partito, pur crescendo di forza e di combattività, andava isolandosi e provocando reazioni psicologiche negative in tutta l’opinione pubblica.
Lo scontro politico raggiunse il punto culminante nella cosiddetta “settimana rossa” tra il 7 ed il 14 giugno, e fu determinato dall’esito di una manifestazione antimilitarista, proprio ad Ancona, dove la polizia sparò sulla folla per disperdere un corteo operaio, uccidendo due persone. Nenni, che ne fu partecipe, così racconta quella vicenda: “L’indignazione popolare prese allora la forma di una vera insurrezione. Lo sciopero generale fu proclamato da un estremo all’altro dell’Italia. I ferrovieri si aggregarono allo sciopero che durò sette giorni e prese il nome di “settimana rossa”. A Napoli, a Firenze e in altre città scorse il sangue. Nelle Romagne, nelle Marche e in Umbria i manifestanti occuparono i comuni ponendo in scacco le forze di polizia e proclamarono perfino la Repubblica. A Ravenna gli scioperanti arrestarono un generale. Ad Ancona il governo, sopraffatto, ricorse alle navi da guerra. A Roma, un corteo di operai tentò di protestare davanti al palazzo reale. Gli insorti incendiarono qualche Chiesa e gli uffici del dazio”.(4)
Anche in questo caso, come in tanti altri, la violenza, sia pure scatenandosi a ragione di un eccidio brutale, non portò fortuna al movimento dei lavoratori. L’insurrezione non poteva avere, né forse voleva avere, uno sbocco rivoluzionario. Ne mancavano le condizioni, i rapporti di forza erano a favore del potere statale, degli apparati di polizia e dell’esercito, la direzione del partito socialista, pur proclamandosi “rivoluzionaria”, di rivoluzionario non aveva un disegno, né una strategia, né una organizzazione e neppure il nerbo.
L’agitazione fine a se stessa si risolse, come non poteva essere altrimenti, in una dura sconfitta. Dopo cinque giorni, la Confederazione generale del lavoro, sia pur tardivamente, revocò lo sciopero: certo in seguito alla pressione dei “riformisti” giustamente preoccupati delle conseguenze tragiche di questa avventura. L’ordine dovette attendere due giorni prima di essere completamente eseguito. La repressione fu durissima. (Non si aspettava altro!) Migliaia di militanti, non solo socialisti, ma anche anarchici, repubblicani ed altri, furono imprigionati e processati. Si concludeva così uno degli episodi più nefasti del movimento socialista italiano: un episodio che per decenni è stato esaltato dalla retorica socialista e additato ad esempio di combattività popolare e di spirito di abnegazione. Con tutta la deferenza e il rispetto che si deve continuare ad avere per chi perse la vita o scontò con il carcere quell’insurrezione inconsulta, ci sembra di dover dire, a tanto tempo di distanza, che si trattò di un’iniziativa avventurosa e irresponsabile. E ancora più irresponsabile ci appare l’esaltazione che ne è stata fatta per molti anni. Alla luce di un’analisi storica serena, il mito della settimana rossa si dissolve. Lo stesso Nenni fu arrestato, insieme con molti altri capi dell’agitazione, mentre altri, tra cui l’anarchico Enrico Malatesta, riuscirono a riparare all’estero. Dopo sette mesi di carcere, con l’intervenuta amnistia dell’1 gennaio del 1915, uscirono dal carcere, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia.
Il colpo di pistola di Sarajevo, che virtualmente apriva il sipario della prima guerra mondiale, colse il PSI già nel turbine della crisi susseguente alla dura sconfitta della “settimana rossa” e delle polemiche tra “riformisti” e “rivoluzionari” (in particolare con un duro scambio di accuse tra Claudio Treves e Mussolini) che ovviamente ne seguirono.
La questione dell’intervento eventuale dell’Italia in guerra (in realtà si trattava della “questione nazionale” che tornava dopo il compimento del Risorgimento) trovò i socialisti non soltanto esausti per la cocente disfatta del tentativo insurrezionale, ma del tutto impreparati ad affrontarla.

La questione nazionale

La Storia del PsiGià la guerra di Libia avrebbe dovuto metterli sull’avviso. La risposta che era stata data dal sindacato e dal partito aveva ricalcato fedelmente i canoni dell’ideologia pacifica e internazionalista che aveva accompagnato il PSI dalla sua nascita.
La “questione nazionale” non aveva occupato l’attenzione di nessuno dei teorici “riformisti” o “rivoluzionari” perché nei vent’anni precedenti essa era stata sostituita dalla “questione sociale”, che era indubbiamente la più pertinente alla vita e allo sviluppo del movimento socialista. Qualcuno, come Antonio Labriola, aveva manifestato il suo assenso per l’espansione coloniale del capitalismo italiano: ma era stato il risultato di un’analisi “marxista”, che aveva destato, più che altro, curiosità e stupore. Certo dalla tradizione risorgimentale che in una qualche misura i socialisti avevano ereditato da Garibaldi, da Pisacane e da altri socialisti dell’Ottocento, il tema della “questione nazionale” aveva in qualche modo continuato a vivere nell’animo di alcuni intellettuali socialisti, soprattutto come sentimento di solidarietà per i popoli oppressi. Ora essa tornava in campo, con la prepotenza degli eventi che si susseguivano con la rapidità del vento.
La propaganda nazionalistica, essenzialmente antidemocratica e conservatrice, tranne che per alcune eccezioni, non aiutava affatto alla comprensione del problema: anche se alcuni scrittori nazionalisti, come Corradini e Sighele,(5) avevano avvertito l’esigenza di collegare il discorso nazionale al discorso sociale, tentando una difficile, e forse impossibile, sintesi tra le esigenze del movimento operaio e quelle nazionali. Cos’è che divideva il nazionalismo e la sua cultura dal socialismo e anche dalla democrazia?
“In questo quadro – commenta Giorgio Galli nella sua disamina storica – si appalesa in tutta la sua evidenza… di fronte a tutte le forze: da quelle economiche, ben note, a quelle psicologiche, trascurate, che si scatenano nell’estate 1914”.(6)
La stragrande maggioranza dei socialisti scelse in realtà la strada più tradizionale, mitigandola proprio per tener conto delle “forze psicologiche” che emergevano nell’opinione pubblica e degli orientamenti dei poteri reali, dalla monarchia all’esercito e alla grande industria, che buttavano alle ortiche la vecchia politica triplicista e si apprestavano a schierarsi a fianco della Francia e dei suoi alleati.

La posizione sostanzialmente neutralista dei socialisti corrispondeva, per onore della verità, al sentimento più diffuso tra i militanti, che erano pacifisti e in larga parte antimilitaristi (non si dimentichi che appena qualche mese prima la “settimana rossa” era nata da una manifestazione antimilitarista).
La formula coniata dal segretario del partito, Costantino Lazzari, “né aderire né sabotare”, all’atto dell’entrata in guerra, era, allo stato delle cose, la più corrispondente ai sentimenti delle masse. Né, come è noto, il neutralismo era solo dei socialisti: era anche la posizione dei cattolici, quella d Giolitti e dei giolittiani. Ecco la ragione per cui l’interventismo democratico di Bissolati (già fuori del partito) e l’interventismo rivoluzionario di Mussolini (che ne venne espulso finirono per avere una scarsa incidenza sulla base socialista.
A distanza di tempo si può fare un’opera di revisione critica dell’atteggiamento neutralista, ma occorre serenamente ri conoscere che esso corrispondeva al modo di pensare della stragrande maggioranza dei socialisti in quel momento. Altre ipotesi come quella dell’interventismo nel suo duplice aspetto, o quella leninista, che fu appena conosciuta in Italia, furono in realtà ipotesi che almeno all’inizio del conflitto appartennero a ristrette minoranze, sempre se si fa riferimento al mondo popolare e all’area del socialismo.
Per quanto riguarda Mussolini, il suo mutamento di posizione fu senza dubbio troppo rapido e troppo brusco: in pochi mesi, dal giugno all’ottobre, egli passò da una posizione antimilitarista, pacifista e sovversiva, di cui al momento della “settimana rossa” era stato il fautore e il propagandista più scalmanato, a quella di interventista attivo, cioè di interventista “prima” che la patria fosse in guerra.
Lungi da noi ogni indulgenza a forme di dietrologia, che tra l’altro spiegano poco o addirittura nulla. Interessa soltanto il pettegolezzo e l’aneddotica storica il discorso sui veri o presunti finanziamenti stranieri. Quello che importa rilevare per un corretto giudizio sui fatti del tempo, è che Mussolini non fu in grado allora, né mai, di spiegare in modo convincente questo brusco passaggio da una posizione estrema a un’altra, altrettanto estrema anche se opposta a quella precedente. Sarebbe stato più comprensibile un suo trascorrere a una posizione interventista se ciò fosse avvenuto nel maggio del 1915, “dopo” l’entrata in guerra dell’Italia. Resta difficilmente spiegabile come un uomo che nel giugno del 1914 si atteggiava ostentatamente a leader del sovversivismo e dell’odio antimilitarista, nel volgere di un’estate – sia pur carica di eventi drammatici – si trasformi in un acceso sostenitore dell’intervento militare italiano. Da questo punto di vista appare scarsamente attendibile anche il paragone con Guesde e con i socialisti francesi, i quali si risolsero a schierarsi per la difesa della Francia quando il loro paese era già sotto la minaccia degli Imperi Centrali. Forse l’atteggiamento di Mussolini può paragonarsi a quello che, sulla sponda opposta avevano assunto i socialdemocratici tedeschi, i quali avevano votato i crediti di guerra. Ma i socialdemocratici tedeschi non erano stati, come lui, su posizioni rivoluzionarie e antimilitariste fino a pochi mesi prima, quando dalle colonne dell'”Avanti!” incitava all’odio di classe, all’attacco fisico anche contro l’esercito, oltre che contro il capitalismo e la monarchia.
Dalle colonne dello stesso “Avanti!” il 18 ottobre 1914 Mussolini confermava le voci che già circolavano da qualche settimana circa un suo sorprendente mutamento di opinione rispetto alla posizione neutralistica assunta dal partito.
Per la verità, come scrive Leo Valiani, “alcuni socialisti indipendenti, come Battisti, Salvemini, Giuseppe Lombardo Radice, e dei libertari come Massimo Rocca, premettero pubblicamente su di lui” (7) perché assumesse questa posizione. Valga per tutte la lettera che gli indirizzò Gaetano Salvemini.
Mussolini rimase del tutto isolato nella riunione della direzione del partito che confermò la linea neutralista, e dovette dimettersi dal posto di direttore dell'”Avanti!” che, per la verità storica, aveva riportato a tirature allora vertiginose. Sfruttò subito la sua indubbiamente eccezionale capacità giornalistica fondando “Il Popolo d’Italia”, dalle colonne del quale iniziò immediatamente una incandescente campagna a favore dell’intervento, definendo la guerra, tanto per non smentirsi del tutto, come “intrinsecamente rivoluzionaria”.
I fedeli che lo seguirono, dopo la sua espulsione dal PSI, furono in numero limitato, anche se combattivi. L’espulsione fu un atto di intolleranza politica, fu probabilmente inutile, perché Mussolini era isolato. Era stato però Mussolini stesso ad inaugurare la politica delle espulsioni, con i revisionisti bissolatiani prima, con i massoni dopo. Si potrebbe dire “chi di spada ferisce…”. In ogni caso Turati fu contrario.
Subito dopo la conversione di Mussolini all’interventismo, Giovanni Zibordi scriveva sulla “Critica Sociale” che l’originario neutralismo di Mussolini non aveva significato affatto deprecazione della guerra. Al contrario, allo scoppio del conflitto egli non celava affatto la sua gioia “per la smentita che l’immane catastrofe prorompente infliggeva a quei marmottoni di riformisti positivisti che – a suo dire – avevano esiliato le catastrofi dalla storia”. Egli vedeva nel conflitto “il. mito che s’adempie; l’imprevisto che scoppia; il destino che matura”, tant’è che nella riunione della direzione del partito, a Bologna nell’ottobre del ’14 Mussolini esclamava: “O gettiamoci nella guerra, o con il nostro consenso; o gettiamoci contro la guerra o con la rivolta!”. Tra le due anime rivoluzionarie, quella interventista e quella leninista, Mussolini sceglieva la prima, anche se tutto il suo passato avrebbe dovuto far presumere che egli avrebbe scelto la seconda.

Durante il conflitto

La Storia del Psi

Se il caso Mussolini fu così liquidato dal PSI “nello stesso Partito socialista, Turati, che era legato al patriottismo risorgimentale, ebbe un momento di esitazione”, scriveva sempre Valiani. “Anna Kuliscioff, il sindaco di Milano Emilio Caldara, i professori Ettore Ciccotti ed Alessandro Levi, collaboratori fra i più colti di “Critica Sociale”, qualche dirigente della Confederazione del lavoro, come Rigola e la Altobelli, non nascondevano le loro simpatie per le nazioni democratiche dell’Intesa. Altri, come Claudio Treves, G. E. Modigliani, il giovane Giacomo Matteotti agirono invece sul Turati in senso pacifista e internazionalista, e l’ebbero con loro”. Il maggior grado di ostilità fu manifestato dalla maggioranza intransigente, con a capo Giacinto Menotti Serrati, che aveva sostituito Mussolini alla direzione del quotidiano del PSI. Tra la fine dell’ottobre e il maggio 1915 ci furono numerose manifestazioni, tra cui quella di Milano del 15 aprile. Con il passare del tempo, il PSI dovette constatare, però, che la piazza veniva dominata dagli interventisti, sia quelli democratici che quelli rivoluzionari, e dai nazionalisti. Il PSI non si limitò ad affermare il proprio neutralismo e a mobilitare ove possibile le masse dei suoi aderenti. Svolse anche un’intensa azione a livello politico, che appare più flessibile, o che, comunque, rivela l’esistenza di una divisione nel suo gruppo dirigente, al di là dell’apparente monolitismo. L’ha rilevato (anche se da una angolazione critica che non è possibile condividere) uno storico attento e intelligente del movimento socialista, Luigi Cortesi, quando ha scritto: “Il PSI – al di là del rigorismo formale di facciata – agì invece sul governo per evitare un possibile intervento a fianco degli Imperi Centrali e fin dall’inizio – implicitamente o esplicitamente – lasciò aperta la possibilità di un orientamento filointesista, differenziando in ogni caso subito le due parti belligeranti. Parallelamente, voci che provenivamo sia da Mussolini, sia da altri, assicuravano la disponibilità di una difesa del suolo nazionale contro l’Austria. Su queste posizioni si stabilì una confluenza attiva tra i riformisti di sinistra, la CGL e i bissolatiani. La proposta fatta dal Bissolati al Rigola il 2 agosto, che non si ostacolasse una preparazione militare a salvaguardia della neutralità contro possibili minacce austriache, diventò parte della linea del PSI. Anche l’altra leggenda, del severo astensionismo del PSI rotto unicamente ed improvvisamente dalle enunciazioni difensiviste del Turati e del Treves nell’ottobre 1917 e nel giugno 1918, risulta così vanificata”.1(2)

Lo stesso Cortesi parla di un “ingresso graduale dei destri del PSI in una tacita e dignitosa union sacrée che andò realizzandosi nell’anno successivo al di là della condotta ufficiale dei deputati del PSI alla Camera e delle dichiarazioni di intransigenza della stampa riformista”.(13)

Il diffuso sentimento pacifista e neutralista della base socialista non impedì che i soldati politicamente socialisti facessero il loro dovere, una volta richiamati alle armi, e una volta impegnati sulle linee del fuoco. Lo ha ampiamente dimostrato lo storico Piero Melograni nella sua Storia politica della Grande Guerra con una lunghissima serie di testimonianze con cui dimostra come “i soldati socialisti stupirono tutti, anche i più prevenuti, per l’impegno con il quale parteciparono ai combattimenti”. I socialisti dettero così il loro contributo al tragico olocausto di vite umane che quella, come ogni guerra, comportò per difendere, al di là delle divisioni ideologiche e politiche, l’integrità della patria. Nel discorso pronunciato alla storica tornata parlamentare del 20 maggio 1915, Turati assumeva l’impegno, per sé e per i suoi, a guerra dichiarata, della cooperazione: “Nell’opera della Croce Rossa, nel senso più vasto del vocabolo, sul fronte e in tutto 9 paese, gruppi, amministratori e individui socialisti si troveranno, ne ho fede, nelle prime linee”.

E nel commemorare Cesare Battisti, al Consiglio comunale di Milano, pochi giorni dopo la sua impiccagione, pronunciava le seguenti, inequivocabili, nobilissime parole: “La coerenza della sua vita, la rispondenza perfetta dell’azione al pensiero, lo splendore di carattere insomma di cui fu esempio, fanno di lui uno dei simboli più significativi di altissima umanità; non un eroe fra i molti, ma l’eroe, il Prode sopra i prodi. A lui noi inchiniamo tutti i nostri vessilli”. I vessilli che Turati simbolicamente inchinava al sacrificio di Battisti erano le bandiere rosse. Bastano queste parole a fugare ogni calunnia, ogni ingiusto sospetto sulla lealtà e il senso della patria di Turati e di tutti i suoi seguaci.
Il PSI partecipò al convegno internazionale di Zimmerwald, in Svizzera, che si tenne il 5 e il 6 settembre del 1915. Al convegno, presieduto ad Angelica Balabanoff, si recarono, per il PSI, il segretario Lazzari e il direttore dell'”Avanti!”, Serrati: con due rappresentanti del gruppo parlamentare, Modigliani e Morgari.
La linea internazionalista e pacifista espressa a Zimmerwald dalle forze socialiste ivi presenti fu fatta propria formalmente dal PSI, in quanto coincideva con la linea da esso seguita ufficialmente.
Tutto questo suscitò la rinnovata benevolenza di Lenin, che dalla Svizzera, dove risiedeva, aveva intensificato la sua attenzione alle cose Italiane, e che trovava positiva, dal suo punto di vista, la posizione dei socialisti nostrani ai quali dava soprattutto credito per aver espulso dal partito la “destra”riformista di Bissolati e Bonomi. Sono sempre più numerosi nei suoi scritti di quegli anni i riferimenti all'”Avanti!”: ed egli arriva a sostenere che “i socialisti muovevano guerra alla guerra, facevano i preparativi per la guerra civile”. (14)

Non si sa su quale informazione Lenin basasse questo suo giudizio, che lo portava ad attribuire al PSI, o almeno alla sua maggioranza, una sostanziale adesione alla strategia che egli aveva formulato della trasformazione della guerra imperialistica in guerra rivoluzionaria. Questo equivoco, se equivoco c’era stato, durò solo lo spazio d’un mattino. Nel corso della guerra stessa, era costretto a mutare parere, e a scrivere che “in Italia, il Partito socialista si è nettamente riconciliato con la fraseologia pacifista del gruppo parlamentare e del suo principale oratore, Turati”. (15)
A Zimmerwald le posizioni di Lenin non erano state accettate, anche se discusse con attenzione. La cosa si ripeté nella successiva conferenza di Kienthal (24-29 aprile 1916) nella quale tuttavia Serrati e la Balabanoff si avvicinarono alle posizione di Lenin, mentre gli altri delegati manifestarono le loro riserve.

Questo Passaggio è importante e va sottolineato, perché rappresenta il punto d’avvitamento iniziale del rapporto tra il leninismo e un settore del movimento socialista italiano.Lo confermava lo stesso Serrati, in un articolo sull'”Avanti!” del 30 dicembre 1917: “Sì, noi siamo compagni e anche amici di Lenin – scriveva – e di Trotzkj, siamo stati con loro a Zimmerwald e a Kienthal… ma a parte le relazioni personali, noi condividiamo anche le idee e i metodi di Lenin. Al convegno di Kienthal, mentre i nostri compagni deputati Modigliani, Dugoni, Morgari, Musatti e Prampolini facevano le loro riserve circa la portata di alcune dichiarazioni e tesi di principio presentate al convegno da una speciale commissione, noi che di quella commissione facevamo parte, insieme a Lenin, dichiarammo la nostra incondizionata adesione a quelle tesi”. Si trattava delle tesi che intendevano preparare la costituzione della Terza Internazionale, e la traduzione in guerra civile, rivoluzionaria della guerra “capitalistica”.

Alla notizia dello scoppio della rivoluzione in Russia, nel novembre del 1917, questa convinzione di Serrati e dei suoi compagni si fece ovviamente ancor più salda. Qualcuno di essi giunse a vagheggiare l’organizzazione di un moto rivoluzionario in Italia in concomitanza con quello russo: ma dovette rinunciare a questa idea del tutto insana, perché la Confederazione del lavoro vi si oppose con estrema energia.

“La disfatta di Caporetto – secondo quanto scrive Orazio Niceforo in un suo saggio su “MondOperaio” – determinò un ulteriore approfondimento della divisione del partito… Il PSI avrebbe dovuto tenere un congresso a Roma, nei primi giorni di novembre, ma esso fu sospeso il 29 ottobre per m0tivi di pubblica sicurezza dalla prefettura di questa città. È significativo però che quando ancora non si prevedeva la sospensione, la direzione del partito avesse elaborato e fatto pubblicare dall'”Avanti!” una proposta di riforma dello statuto fortemente restrittiva nei confronti dei criteri di scelta e dei margini di libertà d’azione dei gruppi parlamentari. Per il momento non se ne fece nulla, dato che il congresso fu rinviato: ma il tentativo… di ridimensionare l’influenza della corrente gradualista nel gruppo parlamentare fu ripreso e sviluppato nei successivi congressi”.(16)

I riformisti ottennero un successo per le loro impostazioni al convegno di Milano del 8-9 maggio 1917, dove si raccolsero la direzione del partito, il gruppo parlamentare e la CGL. Il convegno si concluse, infatti, con un ordine del giorno intitolato Per la pace e per il dopoguerra, che accoglieva le tesi gradualiste. Il documento si richiamava ai princìpi di Zimmerwald e solidarizzava con la “rivoluzione russa”: ma era la rivoluzione democratica, ancora, non quella bolscevica. Proponeva, per il dopoguerra, “l’abolizione delle barriere doganali”e l’istituzione di rapporti confederali tra tutti gli “Stati civili”. Ancor più eloquente era il documento nella elencazione delle richieste programmatiche per l’Italia: chiedeva l’instaurazione della Repubblica, il suffragio universale, il sistema elettorale proporzionale, lo sviluppo delle autonomie regionali e locali, la difesa dei consumatori, l’adozione dell’imposta diretta progressiva. Insomma: un tipico programma riformista e progressista, ben lontano da astrazioni estremistiche.

Le cose cambieranno quando giungeranno le notizie della rivoluzione d’ottobre, cioè quando i bolscevichi s’impadroniranno con la forza del potere, rovesciando la Repubblica democratica del febbraio, cui avevano espresso solidarietà i socialisti Italiani.
L’impossessamento violento del potere da parte di Lenin e dei suoi scatenò il sopito rivoluzionarismo dei massimalisti. L’effetto non fu immediato, o almeno non si manifestò immediatamente, perché le notizie del “colpo di Stato” leninista si accavallavano con le drammatiche notizie di Caporetto. La situazione e il clima non erano adatti a sparate filobolsceviche, nel momento in cui era in gioco l’integrità territoriale dell’Italia.
Dopo Caporetto, nel dibattito che si svolgeva alla Camera il 23 febbraio del 1918, prese la parola Filippo Turati. Egli dichiarò che, di fronte alla minaccia che gravava sull’Italia, i parlamentari socialisti mettevano da parte le loro divergenze sulla guerra, e trepidavano tutti gli Italiani per la sorte del conflitto. Turati esclamava che anche per i socialisti, come per tutta l’Assemblea, “Grappa è la nostra Patria”. (17)
Con lui molti deputati socialisti tengono comizi nelle piazze Italiane per esortare i lavoratori alla resistenza e auspicare la vittoria. Anzi: i parlamentari socialisti accettano. incarichi nelle Commissioni governative, dimostrando concretamente la loro disponibilità a contribuire al successo italiano. Dall’1 al 5 settembre del 1918 si tiene a Roma il XV congresso, a conclusione di esso i “rivoluzionari” con la definizione di “massimalisti” ottengono 14.015 voti, contro gli appena 2505 dei riformisti e i 2507 di un’ala staccatasi dalla maggioranza, che assume il nome di “intransigenti”. Nel corso della discussione a porte chiuse comincia ad operare il mito della Rivoluzione d’ottobre, dell’URSS “patria del socialismo”.

Il mito della rivoluzione

La Storia del Psi

Gramsci, che il 24 dicembre 1917 aveva scritto sull'”Avanti!” un interessante articolo critico sulla Rivoluzione bolscevica, La Rivoluzione contro il Capitale (nel quale aveva messo in luce il salto storico effettuato da Lenin che contraddiceva le condizioni storiche di quella società nella quale non s’era prodotta la fase di ciclo capitalistico dominato dalla borghesia), appare schierato su una posizione nuova, che corrisponde alla realtà particolare del gruppo torinese che propugna una rivoluzione dei consigli operai, distaccandosi tanto dai riformisti quanto dai massimalisti. Ma anche l’analisi di Gramsci è errata, perché Nitti non è Kerensky, ne il potere statale 2 il potere economico e finanziario in Italia sono, com’egli invece reputava, al collasso e al disfacimento. In questa fase è Claudio Treves, tra i riformisti, ancor più dello stesso Turati a comprendere che “la vera linea divisoria era lì, tra l’ideologia evoluzionistica del socialismo d’anteguerra, e i princìpi teorici nuovi del leninismo”, come scrive Luigi Cortesi. (18) Una frattura non più sanabile, e che sarebbe probabilmente meglio portare subito alle estreme conseguenze: la giusta opposizione tra le due strategie, quella della rivoluzione democratica da realizzarsi con l’assemblea costituente e con le riforme, e quella della rivoluzione socialista, mediante l’instaurazione della dittatura del proletariato, non solo si contraddicevano, ma si annullavano a vicenda, causando soltanto confusione e generando una totale impotenza politica del PSI. Un esempio di questa confusione fu dato dal sindacalista D’Aragona, il quale, delegato dalla CGL alla conferenza internazionale di Southport delle organizzazioni operaie, che decise lo sciopero generale in tutti i paesi a sostegno della rivoluzione russa contro l’intervento militare straniero (al quale la CGL aderì), così illustrava la situazione italiana: “Non ci sorprenderà affatto se un movimento rivoluzionario scoppia da noi. I risultati non potranno essere decisivi, ma l’insurrezione è inevitabile”. E D’Aragona apparteneva alla “destra” del partito, oltre che essere uno dei capi più ascoltati dall’organizzazione sindacale.

I fatti sembravano solo apparentemente dare ragione su questo punto a lui, e a tutti quei dirigenti socialisti che, massimalisti o no, si attendevano l’insurrezione. Lo scontro sociale tendeva a radicalizzarsi e culminava con le manifestazioni contro il carovita, cui aderirono demagogicamente fascisti e nazionalisti. La formazione del governo Nitti aveva scatenato la destra, cui si univano apertamente ambienti militari, in odio all’uomo politico lucano che era considerato eccessivamente riformista e pacifista. Per chiari segni, nonostante il pullulare degli scioperi, l’iniziativa di piazza tendeva a spostarsi in direzione opposta, in direzione delle forze avverse ai socialisti e ai sindacati. Dopo lo sciopero a difesa della Russia sovietica, proclamato per il 20 e il 21 giugno, apparve chiaro che l’offensiva della stampa era tutta incentrata sul motivo del pericolo di una rivoluzione bolscevica in Italia; ed era un’accusa che accomunava, sia pure strumentalmente, tutta la sinistra italiana, senza fare distinzioni tra rivoluzionari e riformisti, e senza tenere conto che la stessa CGL s’era all’ultimo momento ritirata dallo sciopero stesso. Apparve chiaro che ormai la destra sosteneva apertamente l’azione dei fascisti, dei nazionalisti e dei futuristi. Esaltava l’impresa fiumana di D’Annunzio, sorvolando, con senso tattico, sul fatto che la Repubblica del Carnaro, come D’Annunzio l’aveva fantasiosamente denominata, sfoggiava un programma sociale “di sinistra”, ispirato da ex sindacalisti rivoluzionari come De Ambris. A Nitti, che voleva sfuggire all’abbraccio mortale della destra, e che si proponeva da un lato di restaurare nella legalità l’ordine pubblico e di avviare una politica di giustizia sociale, non resta altro che sciogliere la Camera e indire nuove elezioni: ciò che fece il 29 settembre, ma dopo aver varato la riforma elettorale in senso proporzionale, con l’obiettivo di dare forza ai partiti, contro il movimento incontrollabile. Lenin aveva ragione, dal suo punto di vista, a interessarsi così attentamente alle vicende del socialismo italiano. In breve volgere di tempo, infatti, il leninismo conquistò il gruppo dirigente del PSI.

I massimalisti – come ormai ufficialmente si denominavano – rimasero colpiti dagli avvenimenti che avevano condotto Lenin e i bolscevichi al potere in Russia, sfruttando spregiudicatamente e con l’uso della violenza le conseguenze della rivoluzione democratica del febbraio 1917. Con il mito dell’Unione Sovietica, patria del socialismo, si creava anche il mito della violenza rivoluzionaria “levatrice della storia”. Del resto la guerra abitua all’idea della violenza. E mai, prima del conflitto del ’15-18, s’era assistito a una guerra così cruenta e di tale violenza. I massimalisti, poi, confondevano il disagio economico delle masse che tornavano esasperate da anni di caserma o di trincea, il malcontento per il caroprezzi, l’insofferenza dei proletari e specialmente quella dei contadini meridionali, con l’esistenza di una volontà rivoluzionaria della classe lavoratrice. Ammesso che essa fosse auspicabile, non c’era nessuna delle condizioni favorevoli alla possibilità di una rivoluzione. Lo Stato sabaudo usciva rinforzato dall’esito positivo del conflitto e, nonostante le polemiche sulla “vittoria mutilata”, rinforzato anche per l’annessione dei territori Italiani che, sottratti all’Austria, completavano l’unità territoriale della nazione.

Il potere militare, al di là degli sbandamenti e dei madornali errori verificatisi nel corso del conflitto (e che avevano finito per aggravare il bilancio di vite umane sacrificate), era anch’esso vittorioso e quindi più forte. I gruppi economici dominanti, specie quelli dell’industria pesante, uscivano baldanzosi da una situazione nella quale avevano realizzato ingenti profitti con le commesse di guerra e con la protezione dello Stato. Si cominciavano di conseguenza già ad avvertire i primi segni di manifestazione di quella tendenza alla simbiosi tra lo Stato e il capitalismo privato, che si svilupperà nei decenni successivi.(19) Basterebbero già questi pochi cenni per comprendere come fosse del tutto illusoria – a prescindere da ogni giudizio di valore – una prospettiva rivoluzionaria in Italia. Trotzkj aveva salacemente definito l’atto rivoluzionario come “un pugno sferrato contro un paralitico”.

In Italia il potere economico e il potere statale erano tutt’altro che paralitici. Del resto, se non si era potuto (non lo si era neppure tentato) “trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria”, come si sarebbe potuto trasformare la vittoria in rivoluzione? Se la guerra e soprattutto la guerra perduta costituiva, per la strategia leninista, la condizione più favorevole a un attacco al potere e alla sua conquista, come poteva considerarsi altrettanto favorevole la condizione opposta, di una pace che faceva seguito ad una guerra dall’esito favorevole? Pensare dunque che esistessero le condizioni per una rivoluzione era, insieme, un controsenso e una contraddizione paradossale. Al fondo dei quali c’era un errore di valutazione e di analisi: quello di non comprendere che il malcontento e l’agitazione delle masse erano in realtà un’esigenza e una richiesta di condizioni migliori di vita, di vita economica, di vita sociale, di vita politica. Questa esigenza e questa richiesta non potevano più essere soddisfatte con interventi paternalistici, con elargizioni dall’alto, ma con riforme efficaci che assicurassero un migliore tenore di vita, condizioni – specie nel Mezzogiorno – di esistenza più civile e più dignitosa, una più ampia e salda democrazia politica.

Tale realtà era la linea che l’ala riformista del partito socialista cominciava ad elaborare, sulla scorta dell’esperienza e anche della critica agli errori compiuti nel passato. Le due linee, quella “rivoluzionaria” e quella “riformista”, che già erano entrate in rotta di collisione nel congresso a porte chiuse di Roma agli inizi del settembre, si fronteggiano apertamente subito dopo la cessazione delle attività belliche. Nel dicembre del 1918 si svolge una riunione della direzione nazionale, il cui tema di discussione è la scelta tra due parole d’ordine: quella della Costituente per una Repubblica democratica e quella della dittatura del proletariato. Entrambe astratte, e sostanzialmente impraticabili: ma significative di due opposti atteggiamenti politici, di due valutazioni antitetiche della situazione italiana e dei suoi sviluppi. Prevale la seconda, cioè la linea dei “rivoluzionari”. La risoluzione della direzione, infatti, così suonava fin dal suo primo paragrafo: “Il Partito socialista si propone come obiettivo la istituzione della Repubblica socialista e la dittatura del proletariato”.

Osservava acutamente Pietro Nenni, già negli anni Trenta, nel suo volume La lotta di classe in Italia: “Così dunque veniva lanciata, nell’atmosfera febbrile del dopoguerra, questa parola d’ordine misteriosa e terribile della dittatura proletaria. Stimolava naturalmente al massimo le energie delle masse operaie, ma anche quelle delle classi dirigenti. Si prestava a molti malintesi, sia in seno al partito, dove causava una confusione deplorevole… sia tra i suoi avversari, agli occhi dei quali rievocava il fantasma della guerra civile… Ma praticamente, dopo il 1917, chi diceva dittatura del proletariato diceva rivoluzione russa, dove la dittatura proletaria prendeva la forma del dominio assoluto di una burocrazia pseudocomunista sulla nazione e sulla classe proletaria stessa”.(20) Non si sarebbe potuto, ne si saprebbe dire meglio. Tra l’altro la decisione della direzione confliggeva con la linea della Confederazione generale del lavoro, cioè della organizzazione reale degli interessi della classe lavoratrice, che aveva chiesto la convocazione di una Costituente democratica. Nasceva così una divaricazione profonda, addirittura insanabile, tra la direzione del partito, la CGL e il gruppo parlamentare sempre a maggioranza riformista. Nel gennaio del 1919, riunitasi in congresso a Bologna, la CGL conferma la sua linea, aggiungendovi l’opzione repubblicana. I sindacati ottenevano, nel febbraio successivo, un successo importante, l’orario di lavoro ad otto ore per molte categorie, cui si accompagnava il primo decreto di amnistia per i reati compiuti in corso di servizio militare. Si marciava, dunque, in due direzioni diverse. Il sindacato reclamava la Repubblica, una nuova Costituzione, il suffragio allargato senza distinzione di sesso, miglioramenti normativi e salariali per i lavoratori. Il partito agitava la bandiera della rivoluzione socialista e della dittatura del proletariato.

La reazione non tardò a farsi sentire. Nazionalisti e futuristi scesero in piazza attaccando la sede dell'”Avanti!”. Ai numerosi scioperi, la polizia rispose con una linea repressiva che provocò vittime e arresti. Mussolini dava vita, proprio in quei giorni, all’organizzazione dei fasci di combattimento. Travolto il governo Orlando, dall’esito negativo per l’Italia della Conferenza per la pace di Parigi, gli succedette il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, salutato sull'”Avanti!” da un articolo di Gramsci che giudicava il nuovo gabinetto come l’inizio del processo di dissoluzione dello Stato italiano, paragonandolo al governo Kerensky che aveva aperto la strada alla rivoluzione bolscevica. Il “lungo Parlamento” (1913-1919) della guerra sta per concludere la sua attività. Si torna a votare. C’è non solo l’estensione del suffragio, votata nel luglio, a tutti gli elettori maschi: viene anche decisa l’estensione all’elettorato femminile, con una norma che rinvia però l’attuazione di questo principio a una successiva tornata elettorale, e che finirà per essere rinviata al secondo dopoguerra. Insieme con queste decisioni, si approva l’adozione del sistema proporzionale, accogliendo una richiesta socialista formulata nel convegno di Milano del maggio 1917. L’introduzione della proporzionale non costituisce un semplice mutamento della tecnica elettorale: è un evento di significato squisitamente politico, in quanto contribuisce ad accelerare il processo di disgregazione delle strutture rappresentative tradizionali dello Stato liberale prefascista, e introduce una nuova fase, quella della democrazia dei partiti, inaugurata con la costituzione della prima organizzazione politica moderna di massa, il Partito socialista, cui aveva fatto seguito, circa due decenni dopo, quella del Partito popolare.

Prima delle elezioni generali, si svolge il congresso del partito, su cui è puntata tutta l’attenzione del mondo politico italiano. Al congresso, il XVI (Bologna 5-8 ottobre 1919), che si svolge in un momento così drammatico della vita nazionale, e che è chiamato a scelte decisive, partecipano le tendenze ormai tradizionali del partito, quella riformista e quella rivoluzionaria che fa capo a Serrati. Ad esse s’aggiungono una tendenza centrista “unitaria”, che si raccoglie intorno a Lazzari – il quale pur essendo su posizioni di “sinistra” mostra una crescente preoccupazione per le prospettive politiche del partito e per la sua unità e la nascente tendenza comunista. Quest’ala del partito, di proporzioni ancora limitate, era sorta all’interno del PSI, facendo capo, al sud e al centro, al napoletano Amedeo Bordiga, mentre aveva il suo punto di forza nel nord, a Torino, con i giovani che fanno capo a Gramsci, come a Tasca, Terracini e Togliatti. Il congresso affrontò il problema della nuova Carta del partito: il progetto che si ispirava esplicitamente alla dottrina leninista fu approvato dalla stragrande maggioranza dei delegati, e con grande entusiasmo. Turati, in un dibattito dominato dall’estremismo degli oratori e delle platee, ammoni il partito a guardarsi dalle “seduzioni facili” della dittatura del proletariato e della violenza, ricordando come su questo terreno la borghesia avesse tutti i mezzi e le possibilità di sopravanzare il proletariato. Costantino Lazzari contestò con grande coraggio la linea della tendenza estremista: “Io temo – disse – che non appena voi avrete approvato questo programma che voi dovete applicare, abbiate preparato dei cattivi giorni al partito, che non potrà resistere contro le forze militari dello Stato pronte a schiacciarci”. (21)

Le tendenze hanno modo di misurarsi al congresso di Bologna, il XVI, che si riunisce dal 5 all’8 ottobre 1919. Qui prevale la mozione massimalista di Serrati, che propone l’obiettivo della rivoluzione a breve termine, e ottiene, intanto, la maggioranza con 48.411 voti (gli iscritti al PSI sono notevolmente aumentati rispetto ai congressi dell’anteguerra). Una mozione Lazzari, detta “unitaria” in quanto, pur considerando come obiettivo del partito la rivoluzione, difende tuttavia il diritto di tutti gli iscritti a permanere in esso, contro la richiesta di espulsione dei riformisti, riceve 14.995 voti; mentre la mozione “massimalistica astensionistica” (comunista), che al contrario di quella di Serrati si dichiara avversa alla partecipazione alle elezioni, con la firma di Bordiga, raggiunge appena 3417 voti. I riformisti sostennero la mozione Lazzari perché – si era giunti a questo punto – garantiva la loro permanenza nelle fila del partito, nel quale erano ormai in netta minoranza. Ebbe partita vinta la linea Serrati, secondo la quale, in attesa della rivoluzione, non si disdegnavano i posti in Parlamento, che furono sempre più numerosi. Nelle elezioni di quell’anno il PSI passava infatti da 53 a 156 deputati, mentre il Partito popolare di don Sturzo otteneva 100 seggi.

Il paradosso di Plechanow

Nel clima di violenza instaurato dall’azione fascista, che fa leva anche sulla reazione dei ceti della borghesia all’insurrezionalismo senza sbocchi degli estremisti del PSI, impotenti tra l’altro ad alcuna reale strategia rivoluzionaria, s’avvia la crisi socialista, che si svilupperà rapidamente fino a portare alla scissione. I riformisti, pur vedendo con lucidità i pericoli della situazione, e avendo coscienza che l’unica via d’uscita è nella ripresa dell’alleanza con le forze democratiche e con i cattolici organizzatisi nel Partito popolare, temono di infrangere quest’unità del partito che sarà ben presto frantumata, prima dai comunisti, poi dai massimalisti. Fin da quell’epoca, l’atteggiamento di Turati, tanto nel congresso, che nel complesso della vicenda politica nazionale, suscitò non poche polemiche che si sono poi andate ingigantendo in sede storiografica. Critiche rivolte all’atteggiamento tattico del leader di “Critica Sociale” che nelle conclusioni del dibattito congressuale, a Bologna, aveva preferito confluire insieme con Lazzari e con i suoi seguaci, piuttosto che assumere una posizione distinta. Turati fu accusato e viene ancor oggi accusato di essere stato eccessivamente rinunciatario. Tutte queste critiche e queste accuse ci appaiono superficiali. Esse non tengono conto del fatto che i riformisti erano pressoché isolati, una posizione autonoma, in sede di votazione, avrebbe sottolineato la loro debolezza politica ed organizzativa. Non tengono conto, inoltre, che Lazzari e i suoi s’impegnarono a sostenere la piena legittimità della presenza dei riformisti nel partito, contro la richiesta di espulsione che veniva da tutti gli altri settori del PSI. Non tengono conto, infine, che il congresso si svolgeva a circa un mese di distanza dalle elezioni, che erano state già indette, e che qualora i riformisti fossero stati cacciati dal partito ben difficilmente sarebbero stati in grado in un tempo così breve di organizzarsi per poter partecipare con proprie liste alla competizione elettorale che si svolgeva per la prima volta con il nuovo sistema della proporzionale.

Tutte queste considerazioni indussero Turati e i suoi compagni ad adottare l’unica tattica congressuale possibile in quel momento, che non gli impedì affatto, tra l’altro, di parlar chiaro. Nel suo intervento parlò apertamente contro la violenza rivoluzionaria dicendo: “L’appello alla violenza… è, in fondo, la caratteristica del programma che noi combattiamo. Noi non abbiamo mai creduto alle virtù taumaturgiche della violenza”. E ricorda il “paradosso di Plechanow”: “La gente superficiale è indotta a confondere la violenza con la rivoluzione. Sarebbe come – osservava Plechanow – se, dato che quando piove si aprono le ombrelle, se ne concludesse che basterebbe aprire le ombrelle per ottenere la pioggia”.(22) E aggiunge: “La violenza non e altro che il suicidio del proletariato, è fare l’interesse degli avversari”. Passando dai princìpi ai fatti, contestava: “Parlare poi continuamente di violenza per rinviarla sempre all’indomani, è – lo notava lo stesso Serrati – la cosa più assurda di questo mondo. Ciò non serve che ad armare, a suscitare, a giustificare anzi la violenza degli avversari, mille volte più forte della nostra… Soprattutto questo vale per voi, che non ammettete possibilità di alcuna intesa, neppure transitoria, con le classi avversarie, che vi atteggiate come un blocco feroce, senza pietà e senza possibilità di compromessi. Di quali armi materiali voi disponete? Chi di voi protestò contro il decreto che imponeva la denunzia e la consegna delle armi? Chi di voi ha preso sul serio la rivoluzione armata di cui tanti si riempiono la bocca?… Quando assalirono l’Avanti! avete confessato che il partito e le masse operaie si guardarono bene di reagire con qualsiasi ritorsione. Protestarono con sottoscrizioni ed ordini del giorno, protestammo noi in Parlamento, ossia nel modo più legalitario che si possa immaginare. E in queste condizioni venite a parlare di violenza vittoriosa immediata!”. (23)L’adesione delle Società al Partito implica l’impegno di procedere di comune accordo in tutto quanto riguarda l’applicazione del programma comune, i cui metodi saranno determinati nei Congressi.
Sarà salva l’autonomia delle singole Società o Federazioni in tutto ciò che non sia contrario all’interesse dell’organizzazione generale.

È sufficiente questo squarcio di un discorso, così coraggioso ed antiveggente, a mettere in luce la natura del dibattito che si svolse in quel congresso, il nullismo totale delle posizioni “rivoluzionarie” di Serrati e di Bordiga, e la gravità e pericolosità delle conseguenze che potevano suscitare, come non mancheranno di suscitare. Tutto ciò conferma l’esigenza per i riformisti di usare, in quell’assise, un linguaggio chiaro, anzi chiarissimo, e, nello stesso tempo, di usare la necessaria prudenza per non farsi isolare e travolgere dal fanatismo degli avversari di partito. I riformisti avevano bisogno, proprio per la loro linea strategica, di essere presenti in Parlamento; e sarebbe stato un autentico suicidio politico, per essi, mettere a repentaglio la loro rappresentanza elettiva, a poche settimane dal voto popolare.

In più, occorre rilevare che la convergenza con Lazzari apriva la strada ad un’interessante evoluzione dell’equilibrio politico interno al partito, che non avrebbe mancato di dare qualche risultato, di lì a poco tempo. Pochi giorni dopo la conclusione del congresso di Bologna, scende in campo l’antico interlocutore dei riformisti, Giovanni Giofitti. Lo fa assumendo, nel famoso discorso di Dronero del 12 ottobre, una posizione di “apertura a sinistra”. Usa addirittura espressioni insolite al suo linguaggio, che è in genere più concreto e meno colorito: “Le forze reazionarie non potranno più prevalere – annuncia con una certa enfasi – perché le classi privilegiate che condussero l’umanità al disastro non possono più reggere da sole il mondo, i cui destini dovranno passare nelle mani del popolo”. Nello stesso discorso, scendendo a cose più precise, annuncia un programma di riforme (tra cui l’istituzione dell’imposta progressiva sui patrimoni e sui profitti di guerra) che suona come una tutt’altro che nascosta candidatura alla guida di un governo “riformista”.

I risultati delle elezioni del 16 novembre segnano una grande vittoria dei socialisti che da 48 passano a 156 seggi, e dei popolari che ottengono 100 seggi. Mentre i fascisti vengono clamorosamente sconfitti, non riuscendo ad avere nessun eletto, l’arcipelago liberale ne esce fortemente ridimensionato: dei 380 seggi che contava nella precedente Camera, ne risultano confermati un numero di 235. Il voto offriva, quindi, un’ampia dimostrazione di consenso ai socialisti, nonostante i gravi errori strategici commessi dal partito; ed indicava, ma solo sulla carta, una maggioranza numerica nella somma dei deputati socialisti e popolari. La capacità di manovra politica e parlamentare del PSI era però indebolita dal fatto che numerosi erano stati gli eletti delle correnti “rivoluzionarie” (in attesa del Grande Rivolgimento, erano tutti corsi a candidarsi e a farsi eleggere); i riformisti di conseguenza, pur essendo stati eletti in buon numero, giungevano a perdere per la prima volta il controllo del gruppo parlamentare. Ciononostante, i parlamentari socialisti hanno presto l’occasione per decidere di non rifiutare la possibilità di un’alleanza con quelle forze che la maggioranza congressuale aveva classificate come “avversarie di classe”.

All’inizio dei lavori della Camera appena eletta, si determina infatti una piena convergenza tra socialisti e popolari su un ordine del giorno, votato il 13 dicembre, che delibera l’assegnazione delle terre incolte alle cooperative dei contadini: un settore dove i popolari raccolgono molte adesioni, e che fino a quel momento era stato teatro della concorrenza tra le due forze politiche che adesso convergono, unite dal medesimo interesse sociale che entrambe rappresentano. Passano appena otto giorni, e il 21 dello stesso mese i due partiti tornano a separarsi: i popolari votano infatti la fiducia al nuovo governo di Nitti, pressoché senza alcuna contropartita: un governo la cui funzione essenziale sembra essere quella di sbarrare la strada al ritorno al potere di Giolitti, qualificatosi come interlocutore della sinistra con il suo discorso a Dronero.

Il ritorno di Giolitti

Il 1920 è forse l’anno in cui vengono al pettine tutti i nodi cruciali della politica italiana. È l’anno che segna una pausa significativa nel processo di involuzione politica del movimento socialista. Almeno agli inizi dell’anno sembra esserci qualche novità in casa socialista. Sembra attenuarsi il processo di radicalizzazione della politica della maggioranza, e da ciò deriva una maggiore influenza dei riformisti nelle scelte politiche del partito. Tant’è che Claudio Treves non esitò a parlare di “resipiscenza” della tendenza estremista. Un momento veramente interessante fu quello in cui si manifestò questa “resipiscenza” (purtroppo di natura temporanea): vale a dire in occasione della riunione del Consiglio nazionale del PSI, che ha luogo il 13 e il 14 gennaio. Vi partecipano i rappresentanti di tutte le federazioni, oltre ai parlamentari e alla direzione. Lo stesso Serrati appare più possibilista, entrando in contrasto aperto con Nicola Bombacci, che vi rappresenta le posizioni  dell’ala massimalista-astensionistica. In questo stesso Consiglio, il delegato di Torino Umberto Terracini solleva la questione sulla quale discute da qualche tempo il gruppo che fa capo a Gramsci e all'”Ordine Nuovo”: il problema dei Consigli di fabbrica, che il gruppo considera come i “soviet” dell’Italia, i possibili organismi politici del potere operaio.

Per la verità, c’è una grande confusione in proposito. Perfino Bombacci giunge a negarne il carattere politico, considerandoli solo come organismi di natura economico-sindacale, una sorta di nuova versione delle già esistenti Commissioni interne. Comunque, il Consiglio nazionale decide, con la mozione conclusiva, di assumere una posizione interlocutoria, deliberando di aprire una discussione su questo tema tra le masse operaie e gli organismi di classe. Non appare estraneo a questa sostanziale tregua il cambiamento che si verifica in quel mesi nell’atteggiamento della Terza Internazionale comunista che, nella risoluzione del 4 agosto, riconosceva la legittimità delle istituzioni parlamentari, assumendo una strategia partecipativa (decisione che influirà sull’abbandono dell’astensionismo da parte del gruppo comunista del PSI) e predicava la coesistenza tra società comuniste e borghesi. La Storia del PsiNella primavera, la situazione economica e quella sociale appaiono inasprite per l’aumento dei prezzi e le conseguenti ondate speculative che il governo Nitti non è in grado di controllare, e che portano alla agitazione di numerose categorie sindacali, tra le quali in prima fila quelle dei ferrovieri e quella dei postelegrafonici. Ed è proprio la vertenza di questi ultimi che offre il destro a socialisti e popolari per provocare la caduta del governo, votando insieme alla Camera un ordine del giorno che chiede l’esame di questa vertenza, il 1 maggio. Le gelosie e i risentimenti per i vecchi contrasti impediscono al PSI di sostenere o di mostrare interesse per un tentativo di Ivanoe Bonomi di comporre un ministero che sia espressione di uno schieramento compatto delle sinistre. Cosicché è Nitti che resta ancora a presiedere il governo: ma solo per breve tempo, poiché di nuovo il 4 giugno cade, questa volta perché la Camera considera un’espropriazione delle proprie competenze il provvedimento del governo che abolisce il prezzo politico del pane. Ancora una volta socialisti e popolari, divisi da tante polemiche, si uniscono nel voto per far cadere il governo. È il momento atteso da Giolitti per tornare alla guida dell’esecutivo. Si è molto discusso e molto si discuterà sulla mancata partecipazione dei socialisti, o comunque dei riformisti e di Turati in particolare, alla iniziativa della costituzione del gabinetto guidato dall’uomo di Dronero. Ma per accedere al potere, egli dovette mettere molta acqua nel vino rosso del discorso dronerese: soprattutto tentò di ammorbidire la destra anche estrema con notevoli concessioni in politica internazionale, che ai nazionalisti e allo stesso Mussolini parvero un passo in avanti rispetto alle posizioni dell’odiato Nitti. In un certo senso, Giolitti tentò di ripetere l’operazione del 1911, quando cercò di controbilanciare l’adesione alla politica di espansione coloniale della destra col riformismo che l’aveva visto convergere sul piano sociale e istituzionale con i socialisti. Il gioco non gli era riuscito allora, non gli sarebbe riuscito neppure nella situazione ben più difficile e deteriorata seguita al conflitto bellico. Bisogna tuttavia sfatare la credenza che il PSI, pur in mano ai massimalisti, abbia avuto nei confronti del nuovo governo una posizione di ostilità e di intransigenza. Se da parte sua Turati non accolse l’invito a far parte di esso, nonostante le calorose pressioni dello statista piemontese, pure egli riuscì ad influenzare l’azione parlamentare del partito, che fece numerose volte da sponda alle proposte e alle iniziative giolittiane in materia di politica economica e sociale. Nonostante la dichiarazione di indisponibilità e di sfiducia nei confronti del quinto governo Giolitti, non venne a mancare il voto favorevole dei socialisti che permise l’approvazione della legge sulla nominatività dei titoli; di quella sull’aumento della tassa sugli autoveicoli; sugli aumenti delle tasse di successione e sulle donazioni.

Giolitti, che con il Trattato di Rapallo ha risolto felicemente la questione adriatica, scaccia D’Annunzio da Fiume, senza che nazionalisti e fascisti vadano molto più in la di qualche protesta. È il suo solito gioco politico: un colpo al cerchio, un altro alla botte. Allo stesso modo non interviene per arginare la violenza fascista, con l’esistenza della quale sembra voler controbilanciare la forza del sovversivismo massimalisfico dei socialisti; ma non interviene nemmeno nel corso della questione sociale più scottante dell’anno 1920: l’occupazione delle fabbriche. Tra il 1918 e il 1920 c’erano stati migliaia di scioperi nell’agricoltura e nell’industria, rivolti ad ottenere incrementi salariali. Il numero degli organizzati nei sindacati s’era enormemente moltiplicato: dai 500.000 iscritti dell’anteguerra. s’era passati a circa 4.000.000. Se le condizioni economiche e sociali erano tali da inasprire i conflitti di lavoro, e tali da rendere infuocato il clima delle agitazioni, tuttavia la tendenza riformista e gradualista, grandemente indebolita nel PSI e nello stesso gruppo parlamentare, manteneva un sostanziale controllo dell’organizzazione sindacale. Il che impediva quell’estrema radicalizzazione della lotta sociale, che pure era ventilata dalle tendenze più estreme della sinistra e della destra.

L’occupazione delle fabbriche rappresentò una cartina di tornasole per la situazione che si era creata. Secondo Nenni, appunto, “la lotta proletaria del dopoguerra ebbe il suo punto culminante in Italia durante l’occupazione delle fabbriche. Questo fu il più grande movimento sindacale non soltanto in Italia, ma nella Europa intera”.(24) Nell’agosto-settembre del 1919, dopo settanta giorni di sciopero, la FIOM (la Federazione italiana operai metalmeccanici) aveva ottenuto un contratto collettivo di lavoro, che era da considerare il migliore d’Europa. L’applicazione del contratto, però, determinò un nuovo contrasto tra operai ed imprenditori: questi ultimi si rifiutavano di accettare una richiesta di revisione dei salari, avanzata in conformità delle norme contrattuali. Il 21 agosto inizia l’agitazione. Otto giorni dopo, di fronte ad una minaccia di serrata da parte degli industriali, le organizzazioni sindacali danno l’ordine di occupare le fabbriche, un ordine che viene eseguito dagli operai, non dai tecnici e dagli impiegati. Il governo, fallita una mediazione del ministro del Lavoro, che altri non era se non l’ex sindacalista rivoluzionario Arturo Labriola, decide di dichiararsi neutrale nel conflitto, secondo la vecchia linea giolittiana. Al momento dell’occupazione partecipa oltre mezzo milione di operai: la questione diviene di interesse nazionale. E ad essa vengono date diverse interpretazioni politiche.

La tendenza comunista di “Ordine Nuovo” vede in essa l’avvio di un processo di costituzione di un potere rivoluzionario che deve portare alle forme auspicate della democrazia dei Consigli operai. Torino rappresenta per essa il laboratorio in cui si verificano le possibilità di questo corso rivoluzionario. Per i riformisti – e per la maggioranza della CGL – la lotta riveste un carattere squisitamente economico e sindacale, ed in tali ambiti deve restare. Per i massimalisti, essa non è altro che l’episodio più importante di un movimento agitatorio che fa crescere la tensione rivoluzionaria, anche se nessuno di essi sa e dice come, e in che cosa, dovrebbe sfociare questo movimento. Per la borghesia, per l’estrema destra essa e un gravissimo segnale d’allarme: una specie di prova generale della rivoluzione bolscevica, espropriatrice dei diritti di proprietà. “Ogni fabbrica – scrive l'”Avanti!” – e un fortilizio rivoluzionario. Sono distribuite le armi, una severa disciplina di guerra regna, generalmente, negli stabilimenti, gli incidenti ed i casi di violenza sono pochi e sporadici. La tensione nel Paese cresce di ora in ora. L’ora della rivoluzione sembra che stia per scoccare”. Così Arfé puntualizza la situazione.(25)

La direzione del PSI ritiene che il movimento ha ormai un carattere politico, e pertanto ne rivendica la guida, probabilmente per trasformarlo in un momento insurrezionale. Di fronte all’opposizione della Confederazione del lavoro, in realtà non insiste, forse perché consapevole della insensatezza della richiesta, avanzata, ci sembra di capire più per fare onore alla propria identità “rivoluzionaria” che per convinzione politica. La questione delle fabbriche si conclude con l’istituzione di una commissione mista di sindacalisti, industriali ed esperti governativi incaricata di formulare un progetto di legge per il controllo operaio della produzione. Ciò dopo che Giolitti, in una riunione delle rappresentanze delle due parti, convocata a Torino il 15 settembre, di fronte all’intransigenza padronale, minacciò, nel caso in cui la Confederazione degli industriali avesse perseverato nel rifiutare l’accordo, di imporre il controllo operaio con una legge che lui stesso avrebbe presentato in Parlamento. La soluzione concordata risultò soddisfacente per gli operai metallurgici, che la ratificarono con un referendum. Risultò soddisfacente anche per i riformisti che con Prampolini non mancarono di rimarcare l’importanza del principio limitativo della proprietà privata industriale, che costituiva il fatto nuovo della conclusione concordata. Fu accolta con soddisfazione, come un successo, anche da Gramsci e dall'”Ordine Nuovo”. Fece invece storcere il naso a Serrati e ai suoi, che vedevano nell’accordo il pericolo di un rilassamento della tensione “rivoluzionaria” e dello spirito classista degli operai.

Concludendo il suo saggio Il governo Giolitti e l’occupazione delle fabbriche, Carlo Vallauri osserva: “Il comportamento del governo in quelle circostanze è l’ultima occasione che si presenta allo Stato liberale di dimostrare la capacità di sviluppare e assorbire il movimento democratico, e questa funzione Giolitti e i suoi collaboratori svolgono con senso preciso delle loro responsabilità, nella convinzione appunto che lo Stato lìberale si salvi in quanto sappia interpretare le esigenze delle masse popolari”, aggiungendo che “sono i gruppi politici che si contendono la direzione della società a intendere la necessità di salvaguardare le condizioni di sviluppo e preferiscono lottare direttamente rifiutando l’intermediazione dello Stato: si lanciano sulla strada della radicalizzazione della lotta politica”. (26) La questione politica era anche un’altra. La vera questione politica che si evidenziava (e che Serrati probabilmente intravedeva, temendone le possibili conseguenze) era che Giolitti si era esposto in questa vertenza in modo addirittura audace, e superando ogni limite rispetto ai propri comportamenti politici precedenti. Egli non solo aveva assicurato la neutralità del governo nel conflitto, respingendo tra l’altro le ripetute richieste di far intervenire l’esercito a tutela dei diritti di proprietà degli industriali, rompendo la sua tradizionale linea di neutralità, egli si era addirittura spostato dalla parte dei lavoratori, sostenendo la validità di un principio che andava bene anche ai comunisti di “Ordine Nuovo”, e minacciando di imporlo di propria iniziativa agli industriali riluttanti.

Nella riunione del 15 settembre, a Torino, quando s’era scontrato con gli industriali, aveva abbandonato la posizione super partes che aveva tenuto per un quarto di secolo. S’era esposto, e non soltanto con frasi retoriche, come nel discorso di Dronero, su un problema che investiva non questioni rivendicative, ma questioni di principio riguardanti l’esercizio pieno del diritto di proprietà, proponendone la limitazione a fini sociali. Giolitti era giunto a dichiarare: “Bisogna concedere ai lavoratori il diritto di sapere, di apprendere, di elevarsi in modo da essere in grado di assumere la loro parte di responsabilità nella direzione delle fabbriche”. E su questa base aveva redatto il decreto che reintegrava gli operai nel loro posto di lavoro e formulava la proposta per la formazione della Commissione paritetica, con 6 rappresentanti per ciascuna delle parti. Che la posizione di Giolitti, oltre che del tutto nuova sul piano sociale, fosse mirata in senso politico a gettare un ponte verso i socialisti, è dimostrato anche dal fatto che egli in ogni fase della vertenza sull’occupazione delle fabbriche escluse deliberatamente dalle trattative la rappresentanza del sindacato cattolico, la CIL. Era un’occasione favorevolissima, addirittura inaspettata, per un tentativo rivolto ad allacciare un rapporto positivo con il presidente del Consiglio, che tra l’altro stava per raccogliere un buon successo in politica estera, con il Trattato di Rapallo che verrà stipulato il 12 novembre; e sul piano della politica economica e finanziaria con la riduzione del disavanzo del bilancio dello Stato. I socialisti non seppero coglierla, quest’occasione. Anzi, la maggioranza del PSI era del tutto lontana dal porsi questo problema. Turati e i riformisti (che si riuniscono in convegno a Reggio Emilia, nell’ottobre) non sono in grado di influire sulle scelte del partito, pur avendo dalla loro i sindacati.

Ancor oggi, esaminando la possibilità concreta di un’alleanza con Giolitti, ci si domanda se non sarebbe stato meglio per essi rompere gli indugi ed uscire dal partito. Ponendosi un quesito di tal genere, occorre però fare i conti con la particolare personalità del leader dei riformisti. Pur tormentato da mille dubbi, Turati non ebbe mai la tentazione di abbandonare il partito, dove ormai era in nettissima minoranza. “Questo uomo – ebbe a dire un suo discepolo, Nino Mazzoni – è stato sempre fanciullescamente innamorato del suo partito”. Scriveva già nel 1924 Alessandro Levi, in un suo “medaglione” del capo riformista: “Turati è rimasto fedele al partito – capitano in difficili ore, in certe altre adattandosi, con singolare abnegazione, a rientrare nei ranghi di semplice soldato – per non abbandonare la colonna in marcia, per salvare dai precipizi gli illusi, per segnare agli sbandati la strada. Egli aveva additato ai bissolatiani, nel 1912, i pericoli di certe scorciatoie, che avrebbero loro fatto perdere il contatto con la carovana ascendente a fatica. “Forse non è questa la via; certo, questa non è l’ora!” aveva detto nel triste commiato, e, contro le cercate solidarietà dei dissidenti, contro le punzecchiature degli estremisti, aveva affermato, per sé e per i suoi, il diritto, “il dovere” di rimanere nel partito. Vi rimaneva anche in quell’agitato periodo – dal 1919 al 1922, quando i massimalisti imposero la scissione degli unitari -nel quale il proletariato, ubriacato dalll’alcol della violenza, che tanti, dai bakuninisti a Mussolini, gli avevano propinato anche davanti alla guerra… minacciava assai più a parole che a fatti di sconvolgere la società. E vi rimaneva appunto per questo: perché soltanto restando nelle sue fila, esposto ai colpi dei comuni nemici, egli poteva acquistarsi il diritto di compiere intero il suo dovere di socialista, di difendere dall’assalto della gente nuova l’antico patrimonio ideale, per tenerne alto il vessillo”. (27)

Non solo non si riuscì in questo modo a sfruttare sul piano politico il successo (che indubbiamente tale era, e tale appare alla luce dell’analisi storica) dell’occupazione delle fabbriche. Si determinò addirittura una situazione paradossale: difatti, l’incertezza e il senso di impotenza politica che emersero con chiarezza in quell’autunno del 1920, provocò un moto di riflusso. “La classe operaia si fece prendere dallo scoramento: calarono gli iscritti ai sindacati e gli scioperi, diminuì l’impegno politico, mentre il fronte padronale incominciava ad attrezzarsi per la rivincita”.(28) Addirittura i parlamentari socialisti si guardarono bene dall’insistere alla Camera perché fosse posto in discussione, per essere approvato, lo stesso progetto di legge sul controllo operaio che, sulla scorta delle indicazioni fornite dalla Commissione paritetica, Giolitti aveva presentato. Mentre il PSI si arrovellava nella sua impotenza, incapace di scegliere tra una politica di avventura rivoluzionaria, della quale – ammesso che fosse stata auspicabile – non c’era nessuna premessa e nessuna possibilità, aumentavano dappertutto le avversioni nei suoi confronti. In tutte le classi sociali, ormai, non solo nelle fila della borghesia industriale ed agraria, ma nello stesso popolo minuto, nella piccola borghesia, tra i commercianti, tra i reduci, tra i disoccupati, tra gli intellettuali frustrati. E, dopo il campanello d’allarme dell’occupazione delle fabbriche, i nemici dei socialisti s’andavano organizzando sempre di più sul terreno della violenza e dello scontro fisico, pronti ad impedire che l’occasione creatasi nell’agosto-settembre del 1920 potesse ripresentarsi. I fascisti di Mussolini trovarono in quelle settimane, in quei mesi sempre più concrete solidarietà, e si apprestavano a giocare un ruolo decisivo, consapevoli che il PSI non era riuscito a sfruttare il successo di quella occasione irripetibile, e che ormai stavano per trovarsi in un vicolo cieco. C’è una regola ricorrente nel gioco del calcio, che sembra valere anche in politica. Quando si spreca l’occasione favorevole per segnare, è sempre la squadra avversaria, subito dopo, a capovolgere la situazione e a riuscire ad andare a rete.

Verso la scissione

Per dissipare ogni equivoco storiografico, va sottolineato come a Livorno si sia consumata la scissione di una minoranza. Infatti, la successione degli eventi non può lasciare alcun dubbio. L’11 ottobre del 1920 era stato reso noto a Milano il Manifesto Programmatico della frazione comunista del PSI. Ciò accadeva poco dopo la fine dell’occupazione delle fabbriche, nella quale i comunisti avevano visto una specie di prova generale della rivoluzione dei consigli operai. Da questo punto di vista l’occupazione aveva avuto un esito che era da considerarsi fallimentare; mentre doveva essere considerato positivo per le posizioni riformistiche.
Il Manifesto Programmatico, con il quale la frazione comunista rilanciava la sua iniziativa, era firmato dagli esponenti dei vari gruppi che in essa confluivano: Bordiga, esponente del Mezzogiorno, ed ormai riconosciuto leader della frazione; Terracini, Gramsci ed altri per il gruppo dell’Ordine Nuovo di Torino; Bombacci, esponente del partito nell’Italia Centrale. Il Manifesto trovò un’approvazione formale al convegno di Imola della corrente, che si tenne il 28 ed il 29 novembre successivi.
Com’è più noto, il fattore determinante della formazione della frazione (e poi della scissione) fu il rifiuto da parte degli altri settori rivoluzionari del PSI di accettare in blocco tutte le condizioni poste dal II congresso dall’Internazionale comunista (terza internazionale) per l’adesione ad essa dei singoli partiti operai nazionali: le famose 21 condizioni.

Racconta un testimone di quegli eventi, Umberto Terracini, nella sua “Intervista” raccolta da Arturo Gismondi, che in una riunione della direzione socialista, appositamente convocata, i delegati partecipanti al congresso dell’Internazionale comunista riferirono sull’argomento. Secondo Terracini: “Pronto ad accettare 20 delle 21 condizioni, Serrati (che era uno dei delegati) chiese che il PSI riconfermasse la propria adesione all’Internazionale, chiedendo a quest’ultima di sollevarlo dall’obbligo di espellere i riformisti”. (Obbligo nel quale consisteva la ventunesima condizione.) Si contrapposero due ordini del giorno: uno, firmato da Adelchi Baratono, che formalizzava la posizione di Serrati; l’altro, di Terracini, che chiedeva la piena accettazione delle 21 condizioni. Questo secondo documento ottenne la maggioranza dei voti, compreso quello del segretario del partito, Gennari.

La decisione maggioritaria del vertice del partito fu rovesciata dalla base nel corso del dibattito nelle istanze congressuali: e ciò, nonostante che alla frazione comunista si associassero la corrente Graziadei-Narabini, e quella detta dei “terzinternazionalisti” di Maffi e Riboldi. Pertanto dalla maggioranza ottenuta in direzione, la posizione comunista uscì largamente sconfitta dal voto di base.
Cosicché l’esito del congresso (che dovette tenersi a Livorno, anziché a Firenze, per timore delle possibili violenze da parte dei fascisti) smentì categoricamente e clamorosamente la previsione fatta il 20 novembre 1920 da Zinoviev all’esecutivo dell’Internazionale comunista. Zinoviev aveva infatti dichiarato che “i comunisti di Bordiga e Terracini affermano di avere con loro dal 75 al 90 per cento del partito” e che, di conseguenza, “in questa situazione qualsiasi compromesso con Serrati sarebbe dannoso”.
La controversia con Serrati non era puramente nominalistica, o di natura esclusivamente tattica. Investiva una questione storica di importanza tutt’altro che secondaria. Infatti la motivazione per la quale l’Internazionale comunista dichiarava incompatibile la presenza dei riformisti nel seno dei partiti ad essa aderenti era che i riformisti non avevano sabotato la guerra schierandosi nei rispettivi paesi contro di essa. Questa, agli occhi dell’Internazionale comunista, era la prova che i riformisti non erano internazionalisti, perché avevano anteposto, al momento decisivo, gli interessi nazionali a quelli internazionali della classe operaia.

A questa argomentazione Serrati non opponeva un rifiuto di principio, bensì una contestazione di merito. Egli faceva presente che i riformisti Italiani, a differenza di quelli di altri paesi, non avevano affatto aderito alla guerra, anche se non l’avevano sabotata. Su tale problema, il loro atteggiamento non s’era discostato da quello del partito nel suo complesso: eccezion fatta per Bordiga. La stessa posizione di Gramsci era stata oscillante tra l’interventismo e la neutralità attiva. Se l’argomentazione dell’Internazionale doveva essere presa alla lettera, si sarebbe dovuto espellere quasi tutto il partito.
Abbandonata la strada del compromesso con lo stesso Serrati e con i massimalisti che si rifiutavano di mettere fuori dal partito Turati ed i suoi, alla frazione comunista non rimase che la strada della scissione: che risultò essere una strada minoritaria, e che tale doveva restare anche dopo la costituzione del Partito comunista d’Italia, e per molto tempo ancora, se si pone mente al fatto che ancora nel 1946 i socialisti erano elettoralmente più forti dei comunisti. (Perché questi divengano il primo partito della sinistra italiana ci vorranno gli errori dei socialisti nel secondo dopoguerra, e la conseguente scissione di Palazzo Barberini.)
Già nella vicenda della scissione di Livorno risaltano alcune caratteristiche permanenti e denotanti della storia comunista successiva. Tra di esse, principalmente, il rifiuto della regola democratica della maggioranza e l’antiriformismo. (La scissione venne compiuta perché la maggioranza si oppose alle condizioni ultimative dei comunisti, e perché si riteneva incompatibile la coesistenza con i riformisti nello stesso partito.) Inoltre, la totale consonanza del gruppo dirigente comunista con le indicazioni politiche provenienti da Mosca: ci vorranno circa sessant’anni prima che questo vincolo cominci ad attenuarsi e a dissolversi.
In ogni modo, Livorno segnò un momento altamente drammatico della storia del movimento socialista e della sinistra italiana nel suo complesso. Condusse ad una crisi di orientamento politico, di spirito di iniziativa e di azione, di forza organizzativa per l’intero movimento dei lavoratori. Apri l’epoca delle dissociazioni e delle dispersioni, alimentò, ben presto, lo scoraggiamento dei quadri, dei militanti, degli elettori. E questo avveniva proprio nel momento in cui il movimento dei lavoratori, grazie anche alla conquista del suffragio universale, aveva tutte le possibilità di assumere un ruolo decisivo nella vita nazionale e nello sviluppo della democrazia italiana. La sua crisi fu la crisi del paese e del sistema politico che era sorto dal Risorgimento.

Il congresso di Livorno

Ormai Giolitti, non riuscendo a concretizzare un’intesa con i riformisti, dopo essersi esposto sul piano sociale come mai in passato, e dopo aver rotto i ponti con l’altro partito di massa, quello popolare, vedeva restringersi le basi politiche della sua maggioranza, nonostante gli obiettivi realizzati in politica estera, in politica finanziaria e sul piano parlamentare.
Un po’ per questa ragione, un po’ perché sentiva accrescersi il disagio socialista, dal quale pensava di poter trarre un vantaggio elettorale, e un po’ per sfruttare appunto il bilancio positivo del suo governo, decise di sciogliere la Camera. Il suo obiettivo era sempre quello di poter giungere ad associare i riformisti nella maggioranza, e di liberarsi dai popolari, con i quali era entrato in rotta di collisione.I socialisti andavano a congresso il 21 gennaio del 1921. Dopo quello della costituzione del partito, doveva essere questo il più famoso dei loro congressi: vi si consumava infatti, a Livorno, la scissione dell’ala comunista, ormai organizzatasi come un partito nel partito. La corrente comunista chiedeva l’accettazione da parte del PSI delle condizioni poste dalla Terza Internazionale per aderire ad essa e l’espulsione dei riformisti dal partito. I massimalisti erano d’accordo sulla prima questione, ma non sulla seconda, rifiutando di rompere l’unità del partito. I riformisti non erano d’accordo con la proposta di aderire all’Internazionale leninista e rifiutavano di lasciare il partito.

La mozione che prevalse fu quella massimalista con 98.020 voti, mentre ai comunisti andavano 58.783 voti e ai riformisti 14.695. Il risultato fu che i comunisti, non potendo ottenere l’allontanamento dei riformisti, presero l’iniziativa di scindersi e di fondare, riunendosi in un’altra sala di Livorno, il loro partito, il Partito comunista d’Italia.
Il fenomeno del diciannovismo, con tutta la sua coda di massimalismo intransigente e di rivoluzionarismo, costituì, ormai senza alcun dubbio, un fattore deleterio. Su di esso ricade la maggiore, anche se non esclusiva, responsabilità della sconfitta del movimento socialista, e della fine del regime democratico in Italia. Molti altri fattori concorsero a ciò. Nessuno di essi, tuttavia, fu altrettanto decisivo.
Il congresso di Livorno fu l’ultimo atto di quest’opera negativa, il risultato di una marea montante di errori che ebbero un esito catastrofico. Il Partito socialista che, nonostante tutto, era riuscito trionfalmente vincitore dalle elezioni del 1919, subiva una secessione, che al di là dei suoi dati numerici gettava Isorientamento tra i militanti e gli elettori; lo indeboliva di fronte all’azione dei fascisti; apriva la strada per nuove ulteriori divisioni.

Non si condannerà mai abbastanza lo spettacolo di miopia politica, di confusione mentale, di diserzione dinnanzi alle responsabilità dei propri doveri politici e morali da parte di molti dirigenti del socialismo d’allora, in specie delle frazioni comuniste e massimaliste, che si offrì a Livorno.
L’agiografia dei decenni successivi, la storiografia di corte (è Gramsci, con la sua concezione del partito come “moderno principe”, a suggerire questo termine) coltivata nei dintorni delle segreterie di partito, negli istituti e nelle case editrici compiacenti, idealizzeranno i momenti subito successivi a quel congresso, con l’iconografia della nascita del nuovo partito rivoluzionario, il Partito comunista d’Italia.
Nulla può però giustificare il colpo scientificamente inferto al PSI e con esso al movimento dei lavoratori con l’atto secessionistico, le cui conseguenze negative si prolungheranno negli anni, per durare fino ai nostri tempi. Il più importante strumento di lotta, di organizzazione di cultura dell’Italia moderna e civile, che aveva dato coscienza sociale ed educazione politica alle masse, che aveva conquistato per esse fondamentali diritti di libertà, tra cui il suffragio universale, veniva mandato in frantumi con un atto politico privo di ogni ragione realmente valida. In nome, cioè, di una confusa ideologia statalizzatrice e pseudorivoluzionaria; in nome dell’odio contro i valori della democrazia e della libertà individuale, che erano e saranno sempre valori perenni del socialismo; in nome di una palingenesi sociale che avrebbe dovuto costituirsi azzerando catastroficamente le conquiste rilevanti di un ventennio di lotte del mondo del lavoro. La storia del PsiUn passo avanti, diceva Lenin, due passi indietro. La scissione di Livorno rappresentò non uno o due passi, ma cento, mille, forse più passi indietro.

Come giustificò l’ala comunista l’iniziativa della scissione? Si disse, da parte di chi illustrò la posizione secessionista, che “la creazione del Partito comunista non è che la risoluzione del problema della creazione del partito di classe del proletariato che ha come sua meta la conquista del potere”, mentre a giudizio comunista il PSI si era formato per una lotta che non era quella medesima, cioè la lotta per conquistare il potere.

Gli stessi comunisti erano costretti a porsi la domanda: “Orbene, ci sono le condizioni materiali rivoluzionarie in Italia?”. E, ad essa, rispondevano affermativamente. “Perché – così sosteneva la frazione comunista – lo Stato borghese è in una impossibilità di funzionamento, perché la società borghese si spezza”. Questa situazione rivoluzionaria, secondo la loro opinione, sarebbe stata determinata dalla guerra che avrebbe “esasperato l’organismo di produzione”, con “le fabbriche allargate e i contadini strappati alla terra”, per cui dopo la guerra il proletariato si è trovato d’improvviso di fronte al problema assoluto e concreto della “presa di possesso del potere”. Nel frattempo “la rivoluzione mondiale ha avuto in Russia la sua prima manifestazione” con un “concetto di universalità della rivoluzione per cui nel 1917 non si è sviluppata la Rivoluzione russa, ma nel 1917 in Russia ha acquistato la sua prima forma concreta la rivoluzione mondiale”. In Italia, addirittura, “la rivoluzione già c’è”, bisogna affrettarsi a creare il partito rivoluzionario che corra a raccogliere i frutti maturi della conquista del potere che stanno per cadere dagli alberi. Il primo atto rivoluzionario era costituito dunque dalla scissione del Partito socialista che chiediamo in questo momento”.(29)

Bordiga va pure più in là, quando nel suo discorso dichiara esplicitamente che oltre al partito bisogna liquidare anche tutti gli strumenti economici e sociali creati dal PSI: il movimento cooperativistico, le organizzazioni sindacali, le istituzioni previdenziali e assistenziali. “Questi che a volte sembrano fortilizi, sono invece proprio le catene, le più sottili, ma le più tenaci, che il proletariato deve spezzare per andare alla conquista del mondo”. A spezzarle, quelle “catene”, ci penseranno altri ed in tempi molto ravvicinati.
Comunque è Bordiga che a nome della frazione comunista pone come condizione pregiudiziale l’adesione alle tesi di Mosca, ed in particolare all’articolo 21, secondo il quale dell’Internazionale comunista non possono far parte partiti socialdemocratici o che hanno nel loro seno gruppi e correnti socialdemocratiche. E per socialdemocrazia Bordiga intendeva non soltanto alcuni settori del partito, ma anche tutte quelle strutture ed organizzazioni degli interessi di classe che si erano autorganizzati nella società civile negli anni dell’esperienza riformista. Il miraggio della rivoluzione “già in atto”; il delirio distruttivo di ogni positiva esperienza del riformismo; l’obbedienza al diktat di Mosca, furono le tre componenti di questo atteggiamento politico della frazione comunista, che condusse alla scissione e alla crisi generale del movimento dei lavoratori, nel momento più cruciale della sua storia nazionale.
I riformisti non abbandonarono invece il PSI, nel quale rimasero in nettissima minoranza, senza più alcuna reale influenza politica, costretti a subire la linea di una maggioranza “rivoluzionaria” a parole, ma priva di una qualsiasi prospettiva politica.
“A Livorno – ha scritto Nenni – cominciò la tragedia del proletariato italiano” e, con amarezza, ricorda: “Già a Trieste i fascisti avevano attaccato, incendiato, svaligiato le organizzazioni operaie. Da Bologna il 21 novembre si era scatenata l’ondata di assalto in tutta la valle del Po. Ma il congresso aveva altre gatte da pelare. Si parlava solo delle 21 condizioni di Mosca, dell’espulsione di Turati, del cambiamento del nome del partito… Due tesi venivano trattate: unità o scissione, socialisti o comunisti. Si evitò la scissione a destra, ma non si evitò la scissione a sinistra…”.(30)

Si giunse così ad una situazione paradossale: i rivoluzionari socialisti restavano fianco a fianco con i riformisti. C’è da concordare con Nenni quando sottolinea l’errore dei massimalisti “che fecero dell’unità una questione sentimentale, invece di farne una questione politica, che si attaccarono alle porte di Mosca e che, per non sembrare meno rivoluzionari del nuovo Partito comunista, si ostinarono in una intransigenza accanita, anche quando avrebbero dovuto accettare la realtà: e cioè che in Italia la controrivoluzione precedeva la rivoluzione”. L’andamento del congresso di Livorno ha dato occasione agli storici della sinistra italiana per un’approfondita riflessione sul ruolo e la funzione storica del massimalismo. Gli studiosi d’ogni parte e d’ogni scuola convengono nell’esprimere un giudizio negativo. Da Arfé a Galli, da Nenni al Benzoni e a molti altri, si sottolinea concordemente la vacuità della strategia massimalista, seppur ve ne fosse una degna di questo nome.
Tali considerazioni non pongono certamente in questione l’onestà personale, la dedizione alla causa socialista, il coraggio personale, anche fisico degli esponenti e dei militanti in genere di tale tendenza. Molti di essi pagarono a duro prezzo la fedeltà alle loro idee politiche, con l’esilio o con il carcere.
Né pone in questione l’analisi, che pur dev’essere richiamata, delle condizioni obiettive, economiche, sociali e culturali della società italiana, specie di quella meridionale, che sole possono spiegare il sorgere di un sentimento massimalistico, il mito di una intransigenza rivoluzionaria, addirittura onirica, e, con essa, la popolarità dei capi massimalistici nella base del partito e nel suo stesso elettorato.

Su questa popolarità dei massimalisti del “diciannovesimo”, come ebbe a battezzare la loro tendenza Nenni, fa leva, enfatizzandola, uno dei rari storici che è portato dalla sua analisi ad assolvere il massimalismo dal suoi gravi peccati di impostazione ideologica e politica. È il Giobbio, che la contrappone a quella che definisce la “profonda impopolarità della socialdemocrazia” rappresentata da Turati. Per Giobbio il massimalismo rispondeva all’ipotesi di “un partito che accetta di farsi portavoce delle masse per non perdere il contatto con esse pur sapendo di non essere in grado – perché disarmato, perché privo di organizzazione paramilitare che non si improvvisa… – di guidarle fino al termine logico delle loro rivendicazioni”.31
Queste riflessioni, pur se non prive di una base di verità, si fondano su un assioma non dimostrato: quello della impopolarità nel paese della linea riformista. In realtà si scambia la minoranza dei consensi che nell’organizzazione del PSI e nei suoi congressi andava a Turati e ai suoi, di contro alla maggioranza che andava ai massimalisti e ai comunisti, prima della scissione. Il rapporto però si rovescia, quando dall’organizzazione territoriale del partito si va a considerare la presenza della tendenza riformistica nelle organizzazioni sociali ed economiche del movimento: qui, nei sindacati, nelle cooperative, in tutte le altre strutture la presenza riformista è saldamente maggioritaria. Nel movimento “reale”, dove i lavoratori dell’industria e dell’agricoltura vengono direttamente organizzati, il riformismo, cioè la socialdemocrazia, come la definisce Giobbio, non è affatto impopolare. Lo è, in quegli anni cruciali, nel partito.

E però bisogna tener presente che il PSI, nella fase di massima espansione, ha raggiunto meno di 200.000 iscritti; mentre la Confederazione generale del lavoro era salita a circa 4 milioni di aderenti. Certo, non tutti erano socialisti, ma i due terzi, almeno, lo erano, e di questi la più larga maggioranza seguiva le indicazioni dei riformisti. Va inoltre considerato (come vedremo in altra parte di questo volume) che mentre le organizzazioni sociali – sindacati in testa – erano associazioni di lavoratori dipendenti, occupati e no, l’organizzazione del partito accoglieva di tutto. Forse Turati aveva esagerato, quando già nel 1912 aveva parlato di “teppisti”, ma, sicuramente, specie nel dopoguerra erano entrati nel partito, in cerca sovente di avventura, molti piccoli borghesi frustrati, ambiziosi e spregiudicati, che cercavano una personale legittimazione o anche di far carriera politica assumendo posizioni barricadiere e ostentando una psicologia e, soprattutto, una fraseologia rivoluzionaria.
Probabilmente, l’errore dei riformisti fu quello di non far valere la forza di questo retroterra sociale, ponendo il partito di fronte ad una precisa alternativa: furono nel partito, forse, eccessivamente legalitari, cioè fin troppo rispettosi di quelle decisioni congressuali alle quali erano costretti a soccombere, nella marea di demagogia e di impotente rivoluzionarismo che li travolgeva, cancellando ogni razionalità politica. Della forza di questo retroterra sociale tendenzialmente riformista, si preoccuparono, con maggiore concretezza degli stessi massimalisti, i comunisti, particolarmente dopo la scissione di Livorno.
Se l’uscita dal PSI ottenne un qualche successo di adesioni (non si dimentichi che la frazione comunista s’era andata organizzando nel partito con una forte disciplina e con un embrione di apparato da cui dovrà scaturire l’ossatura dell’apparato comunista del futuro) essa aveva avuto scarso seguito nelle organizzazioni economiche dei lavoratori, a cominciare da quella sindacale.
In questo senso va interpretata l’iniziativa con cui essi s’inserirono nell’episodio che riguardò il mondo dei lavoratori, e che fu costituito dal tentativo di giungere alla formazione della Alleanza del lavoro, dopo il febbraio del 1922.

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