Capitolo 1 DALLE ORIGINI ALL’ETÀ GIOLITTIANA La nascita del PSI: ragioni e significato

La storia del Psi

L

a data di nascita del PSI è ben impressa nella memoria di molti socialisti e non socialisti: il 15 agosto 1892. Il luogo di nascita dovrebbe essere altrettanto conosciuto, ma a volte si fa confusione su di esso. Molti ritengono che sia a Genova, nella sala Sivori. Sbagliandosi, perché alla sala Sivori fu consumata la separazione tra anarchici e socialisti. Il nuovo partito, che non aveva ancora la denominazione di Partito socialista italiano, fu fondato invece il giorno successivo nella sala dei “Carabinieri genovesi”, il corpo dei fucilieri garibaldini.

Si è voluto ravvisare, da più parti, quasi un significato simbolico in questa coincidenza, un trait d’union tra la tradizione risorgimentale impersonata dall’esponente di essa più sensibile alle istanze del socialismo nascente e le idealità del sorgente partito dei lavoratori Italiani. Senza dubbio qualche tratto di continuità c’è stato, specie se si fa riferimento ai numerosi garibaldini, e allo stesso Garibaldi, che si erano proclamati socialisti ben prima della nascita del partito. O anche ad alcuni “protosocialisti” di fede mazziniana, quali Carlo Bianco di Saint-Jorioz, oppure a un Carlo De Cristoforis, o allo stesso Pisacane.(1) Fisicamente, uomini di tradizione risorgimentale, tra i fondatori del partito, era possibile rintracciarne ben pochi. Erano, per la maggior parte, umili operai ed anche intellettuali di idee socialiste, troppo giovani per aver preso parte al moto risorgimentale. Tra essi, il gruppo di “Critica Sociale” che aveva da qualche tempo iniziato a far circolare in Italia le idee marxiste che rapidamente si stavano diffondendo, contrassegnando incontrovertibilmente l’identità ideologica del movimento.

Un compito analogo si era assunto da parte sua Antonio Labriola, tuttavia assente a Genova perché critico verso l’impostazione che veniva data al nuovo partito. Esisteva un rapporto ideale tra il moto risorgimentale e quello di emancipazione dei lavoratori. C’erano però ben due ragioni storiche a distaccare da quel moto quest’esperienza dell’organizzazione che muoveva i suoi primi passi, per divenire ben presto adulta e protagonista della vita sociale e politica del paese. La prima risiedeva nel fatto che mentre il Risorgimento era stato, per sua natura e ragione storica, dominato dalla “questione nazionale”, la nascita del partito dei lavoratori era il risultato di un’altrettanto legittima ragione storica di segno diverso, quella che faceva assumere priorità assoluta alla “questione sociale”, rispetto anche alla stessa “questione nazionale”.

Non per un caso il partito si qualificò immediatamente come internazionalista e pacifista.

La tesi del “Risorgimento incompiuto”, cara a Gramsci e ai gramsciani di vecchio e nuovo conio, ha espresso il concetto – letterariamente seducente e non privo di efficacia propagandistica – dell’eredità, affidata al movimento dei lavoratori, di portare a compimento la rivoluzione risorgimentale non realizzata dalle classi dirigenti Italiane dell’800. Proprio il sorgere del partito dei lavoratori, e i modi in cui esso è nato e si è affermato, testimoniano la genericità di questa tesi e ne rappresentano una confutazione.

In realtà, il Risorgimento e la conseguita unità nazionale si presentavano già sulla fine del secolo scorso come un processo storico-politico ben definito, che aveva trovato il suo compimento con la costruzione dello Stato monarchico-costituzionale sui fondamenti di un sistema politico liberale. Ancora fragile ma con connotazioni inconfondibili.

La seconda, effettiva ragione storica che conduce alla costituzione del Partito socialista sta nel fatto che le classi subalterne, e tra di esse la classe operaia che s’era andata estendendo e irrobustendo negli ultimi decenni, erano e si sentivano del tutto escluse dalla vita e dalla gestione delle istituzioni liberali, rappresentative e di governo, da quelle centrali come da quelle locali.

La stessa introduzione dei sistemi di rappresentanza elettiva, fondata su una ristrettissima base elettorale, rendeva palese la realtà di questa netta esclusione, che conduceva a una separazione conflittuale tra lo Stato e le grandi masse lavoratrici. Una esclusione sempre di più inaccettabile, a mano a mano che in Italia si sviluppano le basi di un’economia moderna in seguito all’estensione del sistema di produzione industriale. Avviene, in Italia, quel che era avvenuto e avveniva in Inghilterra, in Germania, in Francia e in molti altri Stati europei, con la Rivoluzione industriale e la susseguente nascita ed espansione della classe operaia: il mondo dei lavoratori, escluso dalla partecipazione alla gestione delle istituzioni e assoggettato alle strutture del potere economico, si autorganizzava come partito rappresentativo delle esigenze sociali emergenti e si configurava quale soggetto politico nuovo, che in breve volgere di tempo si ergeva a protagonista, in forme organizzative, propagandistiche, di lotta politica del tutto innovative rispetto alle tradizioni e ai comportamenti politici vigenti. Un soggetto sociale e politico di questa natura e di questa forza tendeva a contrapporsi non soltanto al potere delle controparti sociali, ma anche al potere delle istituzioni statuali, almeno fin quando non si trovasse ad essere in esse rappresentato. Tendeva a contrapporsi allo Stato, non soltanto alle classi dominanti, finendo per identificare queste con quello. In tale processo risiede, infatti, la ragione della fortuna che immediatamente ebbe, nei movimenti dei lavoratori della seconda meta dell’800, la formula marxista dello Stato come “comitato politico della borghesia”. nel presente ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati, dall’altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze socialiNelle diverse esperienze di formazione dei partiti dei lavoratori di ciascuna delle società europee industrializzate si rivela un tratto comune: la forma che tali partiti assumono (la “forma-partito”) si differenzia nettamente dalle forme tradizionali di altri soggetti politici collettivi ad essi preesistenti o anche coesistenti.

Occorre qui fare una considerazione di natura più generale. Osserva opportunamente uno studioso italiano di storia dei partiti, il Brigaglia, che il termine “partito” ha una “valenza variabile sia da un punto di vista descrittivo che da un punto di vista valutativo”(2) aggiungendo che dal punto di vista descrittivo esso accomuna fenomeni diversi: “dai gruppi religiosi contrapposti alle fazioni parlamentari, alle organizzazioni sociali volte alla realizzazione di scopi politici”. Tra queste ultime, la forma-partito moderna, detta anche partito di massa, si contraddistingue, nelle sue varie fattispecie storiche, dalle forme-partito di epoche storiche diverse per una serie di caratteristiche relative all’organizzazione su base territoriale, ai rapporti con le strutture collettive sociali come il sindacato, le cooperative ecc. per la continuità del lavoro politico e il conseguente bisogno di un’organizzazione permanente, per le forme di propaganda e di lotta. Tale è, in buona sostanza, la forma-partito assunta nel movimento dei lavoratori, in tutti i paesi europei, contemporaneamente o susseguentemente ai processi di industrializzazione nelle singole realtà nazionali.
Di questo giudizio occorrerà in qualche modo tener conto, poiché in varie fasi della sua vita politica, il partito si troverà di fronte alla necessità di non ostacolare, ma di assecondare e sollecitare lo sviluppo economico della società italiana, rafforzando le basi del sistema sociale; di conseguenza, trovandosi anche ad assistere, come effetto di questi atteggiamenti, al rafforzamento dei propri antagonisti sociali e politici. Non è argomento da trascurare, però, la considerazione che la rapida politicizzazione e partiticizzazione del movimento dei lavoratori sia stata resa possibile dal fatto che si facevano proprie le esperienze del socialismo europeo e che ci si avvaleva di impostazioni provenienti dalle fonti internazionali del movimento, molto ascoltate, in quanto i princìpi internazionalisti erano accolti con convinzione, addirittura con entusiasmo: già al congresso costitutivo, il nuovo partito faceva propria la “Piattaforma del Congresso internazionale operaio di Bruxelles” del 1891, in cui veniva sancita la separazione degli anarchici; l’organizzazione di classe per arti e mestieri; e la partecipazione alla lotta politica. Tutte cose che a Genova trovarono puntualmente attuazione.

C’è tuttavia un’ulteriore osservazione che può concorrere a spiegare la “rapidità” della formazione della nuova forma-partito in Italia. Se si allarga infatti l’orizzonte alla storia economica generale del paese, ci si rende conto che il processo di industrializzazione benché tardivo, e forse proprio per questo, si sviluppò da noi in forme e tempi molto più accelerati che in altre nazioni. A ciò probabilmente non è estraneo un fattore culturale e storico: l’antica predisposizione al capitalismo nelle forme del policentrismo feudale e comunale della società italiana, (4) per cui il capitalismo industriale trovò, anche prima dell’unificazione nazionale, un terreno propizio al proprio sviluppo, specie in alcune regioni. Il nesso tra la rapidità dello sviluppo capitalistico italiano, e l’altrettanto rapido formarsi di una coscienza politica socialista, non sfuggì al più acuto analista e storico del socialismo di quei tempi, Robert Michels. Unendo in sé le qualità del sociologo e dell’economista, istruito anche dalla sua esperienza politica nelle fila della socialdemocrazia tedesca che preparò le sue riflessioni sulle tendenze oligarchiche nei partiti organizzati, Michels affidò le proprie considerazioni sociologiche e politiche sul socialismo italiano a un’opera che resta insuperata nell’analisi di quella fase: la Storia critica del movimento socialista italiano fino al 1911.(5)
Secondo il Michels, “fra i fenomeni atti a caratterizzare l’ambiente economico nel quale nacque e si svolse il movimento operaio in Italia” (6) il primo fu quello della “concentrazione capitalistica verificatasi nell’ambito della produzione industriale”(7).

Egli ci fornisce in modo convincente gli elementi di fatto di questo processo. Accanto ai dati concernenti il grande sviluppo quantitativo realizzato in alcuni settori industriali “traenti”, come il tessile e il metallurgico, negli anni tra il 1876 e il 1902, egli offre anche le cifre relative all’enorme diffusione delle società per azioni e ad un aumento quasi ininterrotto degli investimenti di capitale, che raddoppiano in pochi anni, passando dalla cifra di L. 846.000.000 nel 1888 a quella di L. 1.505.000.000 nel 1903, con la considerazione che gli aumenti maggiori avvennero nelle società più potenti rispetto a quelle meno potenti. “Si può quindi asserire – affermava il Michels – che nel periodo suddetto l’industria italiana è stata soggetta ad una spiccata tendenza concentrica”, ciò che rese possibile anche “l’agglomerazione rapidamente crescente della popolazione nelle grandi aree urbane”.(8)
La concentrazione industriale, con la conseguente crescente meccanizzazione della produzione e l’ampliamento delle dimensioni dell’azienda, ebbe come effetto un radicale mutamento delle relazioni sociali all’interno delle imprese. In precedenza, le imprese erano di dimensioni piccole, o comunque più ridotte; la meccanizzazione relativa, specie nella industria tessile – molto diffusa all’epoca -, dove nel 1876, su 27.000 telai esistenti, solo 14.000 erano meccanici mentre gli altri erano ancora a mano.(9) In queste imprese i rapporti tra operai e padroni (molto spesso essi stessi già operai divenuti piccoli imprenditori) erano rapporti tra persone che lavorano fianco a fianco molte ore al giorno: quindi rapporti sovente ispirati a una ridotta conflittualità, anche perché in molti casi la condizione economica dell’impresa era tutt’altro che florida. Tale situazione aveva obiettivamente favorito il diffondersi delle idee sociali mazziniane, basate sul principio della collaborazione tra capitale e lavoro, tra operai e imprenditori.E in effetti la teoria sociale mazziniana, fondata su princìpi etici “non materialistici”, era stata dominante nel mondo industriale e artigiano. Nella nuova situazione i rapporti tra imprenditori e lavoratori dipendenti mutano profondamente: la conflittualità s’accentua, come e dimostrato dalla statistica analitica del fenomeno degli scioperi. Essi assunsero un’importanza sempre maggiore, sia per il loro numero, sia per il numero degli operai in essi coinvolti, ed anche per la loro stessa durata. Dal 1879 al 1889, il numero complessivo degli scioperi crebbe da 32 a 126, e dal 1899, da 126 a 259. I relativi aumenti del numero degli scioperanti furono da 28.000 a 125.000, e da 125.000 a 259.000. Tra i vari rami d’industria, i più colpiti si dimostrarono essere quelli che avevano concentrato i loro operai in vari opifici, come le industrie tessili, edilizie, meccaniche e minerarie. In questo quadro, era più che naturale che l'”egemonia” della filosofia sociale mazziniana svanisse in fretta, per lasciare il posto alla diffusione dell’idea marxista della lotta di classe. Su questo terreno, obiettivamente ad esse favorevole, le tesi “classiche” di Marx ed Engels trovarono dunque un ambiente propizio al loro diffondersi, ed ebbero inevitabilmente la meglio tanto sulle idee sodali di Mazzini, quanto sulla prassi corporativa del “partito operaio esclusivista”, la cui esperienza si consumò nell’arco di una decina di anni.La storia del Psi

Il Partito operaio italiano s’era costituito a Milano, nel 1882, dieci anni prima di Genova, con la confluenza delle associazioni dei lavoratori dell’industria, e, nonostante il suo carattere rigorosamente corporativo, aveva rappresentato, in qualche modo, un passo avanti nel processo di politicizzazione del movimento. Il caposaldo del suo programma era stata l’accettazione del concetto di proletariato come classe antagonista alla borghesia, con la conseguente separazione dalle associazioni miste di lavoratori e imprenditori, per dar vita a un partito di soli operai, il cosiddetto “partito delle mani callose”. Rappresentava, in tal modo, la conclusione logica dell’annebbiamento e della consunzione dell’influenza mazziniana, una volta cessate le condizioni obiettive che l’avevano dapprima favorita. Viene in luce, in quegli stessi anni, un elemento politico nuovo per il movimento dei lavoratori: l’importanza della conquista del suffragio politico nella storia dell’evoluzione del movimento operaio. È un dato non solo italiano, ma universale.
Ne dovette prendere atto lo stesso Engels, il quale nella sua introduzione a Le lotte di classe in Francia – opportunamente e tempestivamente pubblicata in Italia da “Critica Sociale” – così scriveva: “Quando Bismarck si vide costretto ad introdurre questo diritto di voto (il suffragio universale) come unico mezzo per interessare le masse popolari ai suoi piani, i nostri operai immediatamente presero la cosa sul serio. E da quel giorno essi hanno utilizzato il diritto di voto in modo che ha loro recato vantaggi infiniti e che è servito da esempio agli operai di tutti i paesi”.

Gli operai Italiani non furono, in questo, diversi e non si comportarono diversamente. Il Partito operaio aveva colto al volo questa occasione, che non soltanto arrecò notevoli vantaggi alla classe in termini economici e sociali, ma divenne presto un canale di politicizzazione di tutto il movimento dei lavoratori, preparando il passaggio da quella situazione essenzialmente corporativa, in cui s’era collocato agli albori della sua autorganizzazione, a una situazione che preparava l’avvento della forma-partito quale nuovo soggetto della propria autonoma rappresentanza.

Il punto di svolta dell’evoluzione politica del proletariato italiano era segnato, così, da un’altra decisione presa da questo partito: partecipare alle competizioni elettorali, distinguendosi così dalle tesi antilegalitarie degli anarchici e dimostrando una precisa volontà di corrispondere ad un’esigenza di rappresentanza degli interessi dei lavoratori manuali nell’ambito delle istituzioni del nuovo Stato unitario. L’occasione era data al Partito operaio dalla concomitanza della promulgazione della nuova legge elettorale, proprio nel 1882, grazie alla quale il diritto di voto veniva esteso a molti altri cittadini in larga misura lavoratori manuali. Con la legge del 24 settembre di quell’anno, infatti, gli elettori salirono da 621.896 a 2.017.829, vale a dire il 6,9 per cento della popolazione.

E mutò anche la qualità del corpo elettorale, perché gli elettori iscritti per censo scesero dall’80 per cento del corpo elettorale, come era prima della nuova legge, al 34,7.
La riforma era dovuta soprattutto ad Agostino Depretis, e fu un’iniziativa che, nel bilancio generale del fenomeno del “trasformismo”, va senz’altro iscritta tra le poche partite attive.
Il Partito operaio aveva saputo cogliere quest’occasione diversificando nettamente la sua posizione da quella degli anarchici, che continuarono a mantenere la loro pregiudiziale negativa nei confronti di qualsiasi impegno elettorale: e questa decisione fu segno di notevole intelligenza politica, perché contribuì non poco a favorire l’evoluzione legalitaria del movimento dei lavoratori in Italia, tanto più che si andavano preparando situazioni di scontro e repressione sociale che avrebbe potuto determinare orientamenti dei lavoratori in senso opposto. Se l’influenza mazziniana andò indebolendosi, non altrettanto però avvenne per il movimento anarchico.
Nonostante la crisi successiva al 1879, dopo il fallimento dei moti di Bologna e di Benevento, l’allontanamento dal movimento di Andrea Costa e le nuove posizioni assunte dallo stesso Cafiero, la predicazione bakuniana, pur perdendo larghe zone di seguaci, aveva mantenuto una sua forza, specie nelle regioni meridionali e nelle aree agrarie dell’Emilia Romagna, della stessa Lombardia e del Veneto. La crisi cerealicola di quegli anni rendeva più esasperante la condizione di vita dei contadini, provocava scioperi e lotte, che però inducevano i lavoratori delle campagne ad autorganizzarsi e a formare leghe e cooperative: cioè quelle strutture che con il loro comporsi li aiuteranno ad uscire dall’isolamento individuale e a far prevalere le forme di una lotta organizzata su quelle dettate da un comprensibile sentimento di ribellione, individuale o di gruppo.
Il segnale più eloquente di questa evoluzione fu dato, come è noto, da Andrea Costa che, trascorso dall’anarchismo al socialismo, aveva invitato gli anarchici delle sue terre, con la lettera Agli amici di Romagna, a uscire dall’utopia e a entrare nella realtà delle condizioni economiche. Costa fonda nel 1881 il settimanale “Avanti!” per propugnare le sue nuove idee e il Partito socialista rivoluzionario di Romagna, presentandosi alle elezioni in Parlamento, ottenendo nel 1882 il mandato. Era il primo deputato socialista, dieci anni prima della costituzione del partito.

Poiché la nostra indagine ha per oggetto il Partito socialista italiano, non ci soffermiamo ulteriormente sul periodo, che pure è di grande interesse storico, precedente la sua formazione.
Abbiamo ritenuto opportuno richiamare quelle linee e quei fatti che sono essenziali a individuare il processo sociale e politico che conduce alla formazione del partito.
Da tutto ciò che abbiamo innanzi ricapitolato, si possono far emergere i tratti salienti della vicenda, tutt’altro che semplice, della costituzione del partito.
Tre erano le correnti ideali ed organizzative presenti a Genova. Quella anarchica, dalla quale, come abbiamo visto, s’erano distaccati molti dei suoi protagonisti, ma che manteneva ancora una forte influenza nel mondo contadino. Quella operaistica-corporativa, espressione del proletariato delle fabbriche, che pur nel suo rigore classista, aveva avviato la politicizzazione del movimento, comprendendo l’importanza della partecipazione alle battaglie elettorali. Quella, infine, degli intellettuali socialisti, a grande maggioranza di orientamento marxista, la cui punta di diamante era costituita dal gruppo della “Critica Sociale” di Milano, mentre a Roma viveva e insegnava, in una posizione critica, sostanzialmente isolata, Antonio Labriola. Ma né Costa, né Labriola presenziarono al congresso. Il Partito operaio era sorto sul presupposto che “gli operai non solo potevano, ma dovevano fare a meno della collaborazione degli intellettuali, anche se compagni di fede”,(10) per cui la fondazione di questo partito era stata la “rivincita del grosso buonsenso operaio contro quelle che a molti sembravano essere le elucubrazioni di cervelli o sopraffini, o per lo meno sognatori ed utopistici”. (11)

Nel 1882 la costituzione del partito delle “mani callose” era stata determinata tra l’altro dalla “disistima nella quale l’azione dei socialisti intellettuali era caduta, specie dopo il misero fallimento dei tentativi insurrezionali, presso le masse lavoratrici”.

Ma dopo la costituzione del Partito operaio, e forse grazie ad essa, era avvenuto che mentre gli anarchici persistevano nelle loro idee sostanzialmente antilegalitarie e ostili a qualsiasi partecipazione elettorale, i “socialisti intellettuali”, invece, abbandonavano ogni sogno insurrezionale, cercavano e in parte riuscivano a radicarsi nel movimento popolare, impegnandosi nelle battaglie sui problemi concreti del mondo del lavoro e partecipando anch’essi, in piena autonomia rispetto agli operaisti, alle competizioni elettorali. Anzi, in alcuni casi, erano stati gli operaisti a perdere il contatto con le masse popolari: come, ad esempio a Milano, avvenne per Antonio Maffi, fonditore “operaista”, il quale una volta eletto aderì in Parlamento al gruppo repubblicano, perdendo il contatto con quel settori operai a cui doveva la sua elezione.
Insomma: socialisti “intellettuali” come il Gnocchi Viani, il Cafiero, il Costa, il Barbanti-Brodano, il Covelli, il Gambuzzi, il Cipriani, il Colajanni stesso, che erano stati candidati alle elezioni, andavano mostrando con la loro azione sociale e politica di non essere quegli intellettuali “acchiappanuvole” che gli operaisti temevano, e non a torto, dovendosi in quelle condizioni operare prima di ogni cosa per tutelare gli interessi elementari delle classi lavoratrici.
Il Michels, scrivendo molti anni dopo, nel 1925, la storia dei socialisti di quel periodo, classifica gli “intellettuali socialisti” in quella categoria ormai classica del suo sistema di sociologia del partito politico dei cosiddetti “intellettuali spostati”. Con questa definizione egli intendeva quegli intellettuali di estrazione borghese (e all’epoca lo erano pressoché tutti, perché difficilmente un individuo di estrazione sociale diversa poteva accedere al mondo degli studi), che spostandosi dalla fascia sociale di origine, si collocavano nell’area degli interessi sociali, culturali e politici della classe operaia e di quella contadina.

Tali erano i già citati; come tali erano i Turati, i Treves, i Prampolini, i Bissolati: giornalisti, professori, avvocati, spesso professionisti seri e stimati, anche se assoggettati al controllo di polizia, che attraverso esperienze personali diverse erano pervenuti alla fede socialista e accompagnavano le elaborazioni teoriche all’impegno delle lotte sociali, fianco a fianco con i lavoratori. Non erano più, come aveva scritto Marx quindici anni prima, solo “una combriccola di spostati, il rifiuto della borghesia… avvocati senza clienti, medici senza ammalati e senza cognizioni, studenti assidui al biliardo, commessi viaggiatori di commercio e specialmente giornalisti della piccola stampa di fama più o meno dubbia”. (12) Addirittura quegli intellettuali “spostati” erano divenuti nel frattempo i diffusori del verbo marxista e gli interpreti autorevoli, non solo in Italia ma anche all’estero, del pensiero marxista dell’epoca, ricevendo il viatico, insieme con la collaborazione e il consiglio, direttamente dal compagno di Marx e coautore di molte opere di dottrina e di strategia, quel Friedrich Engels che Turati, appena divenuto direttore della “Critica Sociale”, volle ripresentare ai socialisti Italiani dopo alcuni anni di silenzio. La storia del PsiNel 1882 la costituzione del partito delle “mani callose” era stata determinata tra l’altro dalla “disistima nella quale l’azione dei socialisti intellettuali era caduta, specie dopo il misero fallimento dei tentativi insurrezionali, presso le masse lavoratrici”. Ma dopo la costituzione del Partito operaio, e forse grazie ad essa, era avvenuto che mentre gli anarchici persistevano nelle loro idee sostanzialmente antilegalitarie e ostili a qualsiasi partecipazione elettorale, i “socialisti intellettuali”, invece, abbandonavano ogni sogno insurrezionale, cercavano e in parte riuscivano a radicarsi nel movimento popolare, impegnandosi nelle battaglie sui problemi concreti del mondo del lavoro e partecipando anch’essi, in piena autonomia rispetto agli operaisti, alle competizioni elettorali. Anzi, in alcuni casi, erano stati gli operaisti a perdere il contatto con le masse popolari: come, ad esempio a Milano, avvenne per Antonio Maffi, fonditore “operaista”, il quale una volta eletto aderì in Parlamento al gruppo repubblicano, perdendo il contatto con quel settori operai a cui doveva la sua elezione.
Insomma: socialisti “intellettuali” come il Gnocchi Viani, il Cafiero, il Costa, il Barbanti-Brodano, il Covelli, il Gambuzzi, il Cipriani, il Colajanni stesso, che erano stati candidati alle elezioni, andavano mostrando con la loro azione sociale e politica di non essere quegli intellettuali “acchiappanuvole” che gli operaisti temevano, e non a torto, dovendosi in quelle condizioni operare prima di ogni cosa per tutelare gli interessi elementari delle classi lavoratrici.
Il Michels, scrivendo molti anni dopo, nel 1925, la storia dei socialisti di quel periodo, classifica gli “intellettuali socialisti” in quella categoria ormai classica del suo sistema di sociologia del partito politico dei cosiddetti “intellettuali spostati”. Con questa definizione egli intendeva quegli intellettuali di estrazione borghese (e all’epoca lo erano pressoché tutti, perché difficilmente un individuo di estrazione sociale diversa poteva accedere al mondo degli studi), che spostandosi dalla fascia sociale di origine, si collocavano nell’area degli interessi sociali, culturali e politici della classe operaia e di quella contadina. Tali erano i già citati; come tali erano i Turati, i Treves, i Prampolini, i Bissolati: giornalisti, professori, avvocati, spesso professionisti seri e stimati, anche se assoggettati al controllo di polizia, che attraverso esperienze personali diverse erano pervenuti alla fede socialista e accompagnavano le elaborazioni teoriche all’impegno delle lotte sociali, fianco a fianco con i lavoratori. Non erano più, come aveva scritto Marx quindici anni prima, solo “una combriccola di spostati, il rifiuto della borghesia… avvocati senza clienti, medici senza ammalati e senza cognizioni, studenti assidui al biliardo, commessi viaggiatori di commercio e specialmente giornalisti della piccola stampa di fama più o meno dubbia”. (12)

Addirittura quegli intellettuali “spostati” erano divenuti nel frattempo i diffusori del verbo marxista e gli interpreti autorevoli, non solo in Italia ma anche all’estero, del pensiero marxista dell’epoca, ricevendo il viatico, insieme con la collaborazione e il consiglio, direttamente dal compagno di Marx e coautore di molte opere di dottrina e di strategia, quel Friedrich Engels che Turati, appena divenuto direttore della “Critica Sociale”, volle ripresentare ai socialisti Italiani dopo alcuni anni di silenzio. i salariati d’ambo i sessi, d’ogni arte e condizione, formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto ad uno stato di miseria, d’inferiorità e di oppressione In un volume pubblicato in esilio, nel 1933, Giuseppe Faravelli, socialista di scuola turatiana, divenuto dopo la seconda guerra mondiale per lunghi anni direttore di “Critica Sociale”, così sintetizza questa funzione degli “intellettuali socialisti”: “L’introduzione del marxismo in Italia, mentre spinge la cultura a un profondo generale rinnovamento, segna l’ingresso della classe lavoratrice nella vita politica nazionale e, quindi, dà impulso ad un profondo rinnovamento di questa vita… Non già che prima dell’apparizione del marxismo non esistesse in Italia un movimento operaio e che le correnti socialiste non vi avessero preso piede. Ma solo il marxismo, trionfando della corrente cosiddetta nazionale del socialismo, ossia del generico rivoluzionarismo democratico e repubblicano filiato dalle lotte del Risorgimento, trionfando dell’utopismo anarchico divulgato dal Bakunin e dai suoi seguaci, soprattutto nell’Italia Meridionale e Centrale, trionfando infine del riformismo umanitario dei maloniani raccolti nel Settentrione intorno alla “Plebe” di Bignami e di Gnocchi-Viani, dette alle classi lavoratrici una direttiva organica e coerente di azione, suscitandone l’organizzazione in partito politico autonomo volto alla conquista dei poteri dello “Stato””.(11) Il marxismo del gruppo della “Critica Sociale” e degli altri “intellettuali socialisti” era evoluzionistico, gradualistico, legalitario, riformistico. Anche se patentato da Engels, sorgono notevoli dubbi se esso potesse considerarsi un’interpretazione autentica del pensiero rivoluzionario di Marx. Era comunque ben lontano dall’indirizzo che quel marxismo internazionale doveva successivamente assumere, volgendosi, tra interpretazioni catastrofiche, o volontaristiche, in direzione del leninismo.
Dal 1892, data della formazione del Partito operaio a Genova, mentre s’accentuò il distacco tra questo e gli anarchici, diminuì rapidamente la distanza con gli “intellettuali socialisti”, e in particolar modo con il gruppo milanese. Scrive Gaetano Arfé che la “presenza costante e via via sempre più attiva del gruppo marxista milanese nella discussione e nell’agitazione dei problemi sociali più pressanti e drammatici stabiliva un legame con le organizzazioni operaie, tra le quali la teorizzazione dell’inconciliabile antagonismo tra le classi dava contenuto alla nascente coscienza della propria autonomia e della propria funzione”. (14) Si determinò in tal modo quella convergenza di interessi e di idealità che convinsero il Partito operaio a superare la pregiudiziale esclusivista e ad accettare la fusione con quegli “intellettuali” che non avevano le “mani callose”, ma già rappresentavano una componente necessaria all’autonomia e alla identificazione politica del partito della classe lavoratrice.
Sociologicamente, dunque, il partito che nasce nell’agosto del 1892 è rappresentativo in modo indiscutibile di due componenti: quella del lavoro manuale, operaio e contadino, e quella “intellettuale”, cioè di lavoratori non manuali già borghesi, ma che hanno rifiutato la loro collocazione di classe originaria. Da questa sintesi deriva un fenomeno politico-sociale del tutto nuovo: quello dell’affacciarsi sulla scena politica nazionale di una porzione di classe dirigente che non coincide con le classi sociali tradizionali, tra cui la borghesia, e che è ad esse alternativa.

Questa nuova porzione di classe dirigente nasceva da una frattura della borghesia ed ebbe un effetto a catena in quanto destinata a produrne una successiva, all’interno della stessa borghesia, tra una parte che si pose a combattere pregiudizialmente e intransigentemente questo nuovo soggetto politico; e una parte che tendeva a rendersi conto della necessità storica della nascita di questo nuovo soggetto e che si apprestava, in un modo o nell’altro, a fare i conti con esso, non escludendo neppure la possibilità di convergenze e alleanze sia pur temporanee.
Questo processo a catena rivelava l’affiorare di una reciproca consapevolezza politica: la sostanziale, anche se ancora non del tutto esplicitata, accettazione delle istituzioni dello Stato democratico con la cui formazione s’era compiuto il Risorgimento. Sia da parte della borghesia liberale, sia da parte del nascente movimento politico socialista, cominciava a manifestarsi il convincimento che le istituzioni dello Stato democratico costituivano un terreno irrefutabile di evoluzione politica, e insieme, il terreno sul quale era possibile il reciproco affermarsi e potenziarsi come soggetti determinanti, tanto nel conflitto sociale, quanto nella contesa politica. All’opposto, sia la borghesia conservatrice o decisamente reazionaria, sia l’estremismo insurrezionale e intransigente, scorgono in queste istituzioni un ostacolo ai loro rispettivi disegni strategici. Per entrambi esso diviene un ostacolo da abbattere, in nome di idealità opposte, ma convergenti nel fine comune. Comincia così già a delinearsi, nell’ultimo decennio del XIX secolo, il profilo dello scontro politico fondamentale che si svilupperà nei decenni successivi: tra una destra e una sinistra che si contrasteranno nell’ambito di una concezione sostanzialmente comune di accettazione dell’impianto democratico dello Stato risorgimentale; e una destra e una sinistra che, apertamente o implicitamente, contrasteranno questa adesione, proponendosi di svellere o di modificare in senso autoritario l’organizzazione statuale.

Malfattori, sabotatori, legislatori

Il partito che si costituisce a Genova prende il nome di Partito dei lavoratori Italiani. In esso confluiscono duecento associazioni di lavoratori; i gruppi intellettuali e i Fasci siciliani di Palermo e di Catania. Lo Statuto prevedeva l’adesione per associazione e permetteva con l’articolo 17 l’adesione individuale solo in casi eccezionali. Era sostanzialmente ancora la vecchia struttura corporativa del Partito operaio, appena mitigata da qualche eccezione che permettesse agli intellettuali più prestigiosi di aderire a titolo personale. Il programma poggiava su tre punti-cardine: il riconoscimento dell’antagonismo di classe tra capitalisti e proletari; l’obiettivo di attuare la socializzazione di tutti i mezzi di produzione e di gestirli collettivamente; l’organizzazione di un partito di classe che persegua i miglioramenti economici attraverso la “lotta di mestieri” ma conduca anche una lotta più generale rivolta a conquistare i pubblici poteri (i Comuni, le Amministrazioni Provinciali, lo Stato) per trasformarli da “strumenti di oppressione e di sfruttamento in uno strumento per l’espropriazione economica e politica della classe dominante”. Si ricalcava di fatto il modello della socialdemocrazia tedesca, per cui il partito si presentava come “rivoluzionario nei fini, legalitario nei mezzi”. Rompendo con l’insurrezionalismo, manteneva tuttavia una caratteristica rivoluzionaria, con una ambiguità storica che sarà campo di discussioni e contrasti anche dilanianti. Comunque la scelta della presenza in Parlamento fu concomitante alla nascita della organizzazione politica. L’aveva addirittura preceduta. Oltre alla presenza di Garibaldi nel primo Parlamento unitario – un Garibaldi che può essere considerato socialista a tutti gli effetti, anche se con caratteristiche tutte proprie – abbiamo ricordato quella di Andrea Costa. Il significato di questo impegno parlamentare può ben riassumersi nella epigrafe che Costa detterà qualche tempo dopo: “Da malfattori a legislatori”.
Nell’anno successivo alla fondazione il partito cambia la sua denominazione in quella di Partito socialista dei lavoratori Italiani (PSLI).

Vi appare così una qualificazione politica specifica (socialista) accanto alla qualificazione sociale (dei lavoratori). Non basta più essere “lavoratori” per farne parte, ma occorre essere lavoratori “socialisti”.
Questo avviene a Reggio Emilia, dove s’è tenuto il secondo congresso. Ancora, due anni dopo, a Parma, un nuovo congresso fissa l’etichetta definitiva: Partito socialista italiano (PSI), con la quale la qualificazione politica cancella quella sociale o, meglio, s’identifica con essa. Il partito assume, in quanto socialista, la rappresentanza esclusiva del mondo del lavoro. È una decisione basata non su di una presunzione, bensì su un dato di fatto, in quanto in questo triennio l’espansione del partito è stata rapidissima, sia in termini elettorali che organizzativi. Il suo messaggio politico viene raccolto in ogni contrada del paese, dagli operai e dai contadini, dagli artigiani e dai professionisti. Sempre più numerosi affluiscono nelle sue fila intellettuali, giovani e, enorme novità per l’epoca, le donne. È questa affluenza che impone di affermare il principio della piena legittimità della adesione individuale, direttamente al partito, non più attraverso le associazioni. Principio che viene definitivamente sancito, appunto, al congresso di Parma del 1895. E un congresso che si svolge nella clandestinità, in seguito alle leggi eccezionali che Crispi – irritato per l’aperta ostilità dei socialisti all’impresa africana – ha fatto approvare dal Parlamento. In base ad esse le organizzazioni socialiste vengono disciolte e l’assise nazionale deve tenersi in forma illegale. Sono gli anni della adesione di intellettuali di grande prestigio e di grande popolarità, come Cesare Lombroso, Enrico Ferri, Edmondo De Amicis e tanti altri. In quasi tutte le università Italiane si costituiscono gruppi di studenti socialisti. Sono gli anni dell’esplosione delle lotte in Sicilia, dei conflitti cruenti tra gli aderenti ai Fasci siciliani e i “gabellotti” dei latifondisti, sostenuti dalle truppe inviate dal governo centrale, che risponde alle lotte dei lavoratori siciliani, esasperati dalla miseria e dalla fame, con la repressione, lo scioglimento dei Fasci e i processi e le condanne contro i capi del movimento: De Felice, Barbato, Garibaldi Bosco, Bernardino Verro ecc… La Storia del Psi Sono gli anni anche del sorgere di un movimento operaio cattolico-sociale, per iniziativa di personaggi come don Albertario, movimento che metterà presto vaste radici, contrastando l’egemonia e la rappresentatività socialista nel mondo del lavoro.
Nonostante la repressione e, probabilmente, proprio a ragione di essa, il PSI raccoglie sempre più vasti consensi nelle competizioni elettorali. In quelle del 1895 i voti salgono a 77.000 e la rappresentanza parlamentare ne risulta pressoché raddoppiata: 12 sono i seggi che spettano ai socialisti.

L’anno seguente, in una elezione suppletiva a Milano, viene eletto per la prima volta Filippo Turati. La crescita elettorale conferisce indubbiamente una forza maggiore al partito nella sua azione politica, che si dispiega nella società civile, con le lotte sociali per il progresso economico dei lavoratori, per la difesa della democrazia e della libertà contro le repressioni autoritarie che avevano raggiunto già in quegli anni una fase acuta e cruenta che continuerà con la repressione di cui sarà teatro Milano nel 1898.
Il problema che si poneva concretamente all’intelligenza politica del partito, sia in quest’opera di difesa della legalità, sia nell’attività elettorale, politica e amministrativa, sia nelle battaglie parlamentari, era quello dell’alleanza con le forze della sinistra democratica. Dopo il congresso di Firenze del 1896, dedicato alla elaborazione del programma agrario per rispondere alle esigenze dei contadini espresse dai moti nelle campagne, è nel V congresso del partito che si impone il tema della alleanze. Settori notevoli della democrazia liberale mordevano il freno di fronte alle iniziative autoritarie di marca crispina. Da parte sua la sinistra democratica, repubblicana e radicale, mentre da un lato vedeva con preoccupazione nella crescita socialista il pericolo di una concorrenza soprattutto elettorale, dall’altra parte avvertiva già in essa le possibilità concrete di un sostegno reciproco per battere gli schieramenti moderati, in specie nei comuni e nelle province, oltre che la possibilità di convergenze parlamentari.
I socialisti erano interessati a non perdere l’occasione di possibili intese con entrambe queste due forze. In sei anni di vita del partito, tra il 1892 ed il 1898, l’organizzazione socialista viene soppressa per ben quattro volte. A mano a mano che le condizioni economiche e sociali suscitano un vasto e profondo malcontento nelle masse popolari, che si manifesta con moti che spesso sfiorano il livello insurrezionale, i socialisti ne sono coinvolti e, per forza naturale delle cose, sono destinati a guidare la maggior parte di questi movimenti. Sui socialisti, di conseguenza, si abbattono le repressioni da parte delle forze reazionarie che vedono nei loro capi i “sobillatori” come Turati dirà in un suo scritto. Lo scontro si fa violento. Si cerca di isolare il partito, per stroncarne la crescita che già si presenta imponente. Gli uomini da colpire, i dirigenti più prestigiosi, pagano di persona. E non si tratta di mestatori, di estremisti infuocati, di rivoluzionari di professione: si tratta di democratici che hanno scelto la via della legalità e che se la vedono precludere. Si tratta allora per il gruppo dirigente socialista di uscire dall’isolamento, di creare punti di contatto con le forze politiche e parlamentari riluttanti ad una politica di repressione quale quella avviata dai governi del tempo, di stringere le alleanze necessarie.

La politica delle alleanze

Del resto lo stesso Engels aveva dato un suggerimento in tal Senso a Turati e alla Kuliscioff che gli avevano chiesto la sua opinione su come dovesse comportarsi il partito di fronte ai movimenti delle masse. Era il 1894, un anno cruciale di conflitti e di repressioni, ed Engels addirittura pronosticava la possibilità della instaurazione di una Repubblica borghese ad opera di radicali e repubblicani Italiani, considerando comunque come positiva l’azione di queste forze che “allargherebbe ancora e di assai la nostra libertà”.(15) Stava ai socialisti, secondo il collaboratore del defunto Marx, assecondare questo movimento, mantenendo la piena indipendenza ideologica e organizzativa. Il PSI doveva essere “alleato pel momento ai radicali e repubblicani, ma interamente distinto da essi”. Più che da un’analisi di tipo ideologico, la linea era imposta al partito da una necessità addirittura esistenziale. Sta di fatto che l’estremizzazione, in quegli anni, della lotta sociale e politica non portò il giovane partito ad estremizzare le sue posizioni in senso, come si dirà in fasi successive, “massimalistico”. All’opposto, ne maturò rapidamente la capacità politica, l’intelligenza tattica e il carattere morale. I suoi dirigenti e i suoi militanti non si tirarono indietro di fronte allo scontro e solidarizzarono con le masse; ma agirono politicamente in modo saggio e concreto per uscire dalla situazione che si era pericolosamente creata, per cercare e consolidare le alleanze possibili, facendo fare un passo innanzi al processo di rafforzamento e di espansione del sistema democratico, ancora recente ed ancora notevolmente fragile.

Allo stesso tempo, sia pure in modo del tutto consapevole, il partito tendeva a sciogliere quella contraddizione tra finalità rivoluzionarie e mezzi legalitari che aveva presieduto la sua nascita, e che riapparirà anche in fasi successive. Uno storico del socialismo italiano, Giorgio Galli, definisce il biennio 1894-95 come “il paradigma” di un processo “ripetitivo” in cui “la legalità deve essere utilizzata per accumulare energie rivoluzionarie; ma quando le energie si manifestano, la tensione sociale si accentua, sino a mettere in pericolo la legalità”. (16)
Ci sembra che, almeno in quella fase, il gruppo dirigente socialista non abbia attuato né una strategia ne delle tattiche corrispondenti a questo paradigma. Non era stato un loro obiettivo la crescita della tensione sociale, che era indiscutibilmente un prodotto delle condizioni di arretratezza sociale di molte zone del paese, di ritardo nel riconoscimento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, condizioni inasprite dalla crisi economica di quel periodo che aveva condotto (con il rincaro del Prezzo del pane) alla esasperazione larghi strati popolari che vivevano in condizioni di precarietà e di indigenza.
Lo scopo prioritario del PSI era quello di costituire una struttura rappresentativa organica delle esigenze popolari e di garantirne il rafforzamento e l’espansione: questo scopo coincideva con il rafforzamento delle istituzioni, l’allargamento della vita democratica, attraverso, ad esempio, l’allargamento del suffragio, l’introduzione nella vita politica di zone della società civile che ne erano state escluse fino ad allora.
Per tali ragioni, il gruppo dirigente socialista – almeno nella sua grande maggioranza – non si fece travolgere dagli avvenimenti, non tentò di “cavalcare la tigre” rivoluzionaria (anche se non mancavano alcune sirene che li sollecitavano in questa direzione) e riuscì ad uscire con successo dalla prova di quegli anni.
La coscienza dell’importanza della vita parlamentare, come sede elevata della lotta politica democratica, fece dei socialisti i più intransigenti difensori del Parlamento e delle sue prerogative. Nel Parlamento i socialisti condussero tutte le battaglie per la libertà di associazione dei lavoratori, per il diritto di sciopero, per la giustizia sociale attraverso la legislazione del lavoro. E condussero anche una lotta intransigente contro la repressione autoritaria di Crispi, Di Rudinì e Pelloux, che intendevano colpire i lavoratori e, con essi, tutti i democratici.


La crescita del partito

A Bologna, dove si riunisce il V congresso (18-20 settembre 1897) c’è una grande novità: da molti mesi, dal Natale dell’anno precedente, i socialisti vantano un loro quotidiano, l'”Avanti!“, diretto da Bissolati, che già s’è distinto come bandiera di libertà e di emancipazione sociale e ha già conquistato molti elettori, anche tra il pubblico non socialista.
Inoltre, nelle elezioni politiche del marzo dello stesso 1897, il partito è stato premiato per la sua opposizione condotta contro la politica antipopolare del Di Rudinì, raddoppiando quasi i suoi suffragi: ha ottenuto 130.000 voti, sono stati eletti 15 deputati.
Anche la sua organizzazione è più forte. Dai dati offerti al congresso dalla relazione Dell’Avalle, risultava che gli iscritti erano passati da 19.121 a 27.281, mentre le sezioni erano salite a 623.
Di pari passo con la crescita del partito e del suo elettorato si irrobustisce la tendenza democratica nell’ambito del socialismo di contro a quelle estremistiche, la cui consistenza è dovuta alla presenza della repressione del governo nelle campagne e specie nel Mezzogiorno. La posizione “transigente”dell’ala che si chiamerà “riformista” tende a farsi luce nel gruppo parlamentare e nel partito. La caduta di Crispi diede conferma e forza all’azione dei socialisti che vi si richiamavano.
Al congresso di Firenze (26 maggio-4 giugno 1896) si appalesò il contrasto tra l’ala “intransigente” capeggiata dal Lazzari, che rigettava le tesi democratiche e quindi la politica delle alleanze, e l’ala turatiana. Il contrasto non s’acuì e prevalse un ordine del giorno di centro presentato da Enrico Ferri che ottenne 147 voti favorevoli, 71 contrari ed una astensione.
Sul piano delle alleanze sociali, il VI congresso discusse il problema dell’azione socialista nelle campagne, dove il PSI dimostrava una notevole capacità di espansione, e in particolar modo il problema della “piccola proprietà lavoratrice”. Fu accolta la tesi di Bissolati che, innovando lo schema teorico marxista, individuava nella creazione delle cooperative agricole un fertile terreno d’intesa tra il movimento contadino con i piccoli proprietari agricoli.
Per il gruppo parlamentare socialista, che fu sempre ispirato alle concezioni riformiste, “la democrazia è il punto di partenza, il socialismo il punto di arrivo”.
Respingendo le suggestioni rivoluzionarie degli estremisti, il gruppo parlamentare fece del Parlamento la sede più feconda dell’evoluzione sociale, civile e politica del paese, operando per la crescita e l’affermazione di tutto il mondo del lavoro.

Tra il V e il VI congresso, molti avvenimenti scossero la società italiana ed impegnarono i socialisti in una dura difesa della libertà e delle prime conquiste sociali.
Nel Parlamento e nel paese essi dovettero condurre una lotta intransigente contro le repressioni autoritarie dei Crispi dei Di Rudini. e Pelloux, che erano rivolte a colpire le organizzazioni socialiste, e con esse tutte le forze democratiche e le stesse organizzazioni sociali dei cattolici. I parlamentari socialisti pagarono un duro prezzo per la difesa della libertà.
Oltre al Costa – che nel 1889 era stato incriminato, dichiarato decaduto dal seggio e condannato – anche altri deputati socialisti conobbero in quegli anni il carcere e vennero processati e condannati. tutti gli uomini, purché concorrano secondo le loro forze a creare e a mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di cotesti benefici, primo dei quali la sicurezza sociale dell’esistenzaIl 9 maggio 1898, insieme ai provvedimenti che decretavano lo stato di assedio e la sospensione della libertà di stampa, il generale Bava Beccaris fece arrestare i deputati socialisti Turati, Bissolati e il repubblicano De Andreis. Con loro finirono in carcere altri dirigenti del PSI, tra cui Anna Kuliscioff. Turati e De Andreis furono condannati ciascuno a 12 anni di carcere; a pesanti pene detentive anche gli altri. Verranno liberati a seguito dell’amnistia politica, reclamata dalle petizioni popolari. Nel novembre 1898, contro le misure repressive delle libertà di associazione, di sciopero, di stampa presentate dal primo ministro, il generale Pelloux, insorsero i parlamentari socialisti, radicali e democratici, con alla testa Bissolati, Prampolini e Ferri. Per la difesa delle prerogative democratiche del Parlamento contro la decretazione d’urgenza – che troverà la sanzione anche della Corte di Cassazione – essi adottano la tattica dell’ostruzionismo. La battaglia dura parecchi mesi. Il 30 giugno 1898, avendo il presidente della Camera tolto la parola a Prampolini, che ne aveva diritto, lo stesso Prampolini, Bissolati ed altri deputati rovesciarono le urne in cui si deponevano le schede per la votazione. Si andavano creando, su questo terreno di lotta, le condizioni per un rapporto politico positivo tra i socialisti e le altre forze costituzionali, che mostravano una crescente ostilità alla linea reazionaria. Sciolta la Camera, nella consultazione che si tenne nella prima domenica di giugno, i socialisti videro premiata la loro coerente iniziativa in difesa della democrazia e dei lavoratori: i consensi più che raddoppiati portarono in Parlamento 32 deputati socialisti, al posto di 15 uscenti. Per la prima volta sono eletti due operai: il biellese Rinaldo Rigola e il genovese Pietro Chiesa.
Un successo elettorale ottenne anche l’opposizione costituzionale di Giolitti e di Zanardelli. Ciò permise di prefigurare una nuova situazione parlamentare favorevole a un’intesa tra i socialisti e queste forze, isolando in Parlamento i conservatori e i reazionari.

Il programma minimo e il compromesso con Giolitti

Nel VI congresso socialista svoltosi a Roma dall’8 all’11 settembre 1900 si delinea una frattura tra l’ala riformista favorevole alla collaborazione con le altre forze democratiche e l’ala estremista, guidata da Arturo Labriola, che invece vuole una opposizione intransigente e il virtuale isolamento del PSI.
Turati, appena uscito dal carcere, dichiarava che l’intesa con i settori democratici doveva ormai essere considerata come "il principio di una nuova fase dell’esistenza del partito socialista". I fondamenti della nuova politica socialista sono: democratizzazione; fabianesimo economico; libertà politica.
Questa linea si concretizza nella presentazione di un documento, con le firme di Turati, Treves e Sambucco, approvato pressoché all’unanimità, che contiene il "programma minimo" del partito, il programma cioè che servirà da guida per il PSI in tutta la sua azione politica e parlamentare.
Il "programma minimo" era un programma di "governo" dei socialisti; esso doveva indicare la larga corrente di trasformazioni che debbono avvenire nello Stato moderno perché il proletariato divenga sempre più capace di far valere la sua forza economica e politica nella marcia verso il socialismo. Le richieste più importanti contenute nel "programma minimo" erano le seguenti:
il suffragio universale; la proporzionale; la libertà piena per le organizzazioni sindacali; l’abbandono della politica coloniale; il decentramento politico e amministrativo; la municipalizzazione dei servizi pubblici; la riduzione a 36 ore della settimana lavorativa; la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli; la riforma tributaria; l’attuazione del sistema assistenziale e previdenziale; l’istruzione elementare obbligatoria e laica; l’autonomia della università ecc…

Si trattava di numerose e fondamentali questioni, che costituiranno gli obiettivi della lotta sociale e politica del PSI e della sua azione parlamentare. La sua approvazione fu un grande successo dell’impostazione riformistica data al partito soprattutto da Filippo Turati. Con l’astensione decisa dai socialisti al governo Zanardelli e successivamente con il voto favorevole al governo Giolitti si avviava e si sviluppava la fattiva e feconda collaborazione che permise all’Italia alcuni anni di progresso civile, sociale e politico, anche se inframmezzati da sanguinosi episodi di repressione delle lotte operaie e contadine, specie nel Mezzogiorno. È proprio in quegli anni che, accanto alla grande espansione del movimento sindacale a larga base operaia, sotto la guida socialista di Gnocchi Viani, di Cabrini, di Rigola, si estende e si rafforza, anche attraverso dure lotte, il movimento contadino per la conquista dei diritti, per la modernizzazione delle campagne, per il superamento dell’arcaica struttura padronale ancora basata in larga misura sul feudo.

Nel 1901, in una grande assise congressuale tenuta a Bologna, fu costituita la Federazione nazionale dei lavoratori della terra, che votava la sua adesione alle idee e ai programmi del partito socialista. Spiccavano, tra i dirigenti del movimento, Carlo Vezzani e Argentina Altobelli; mentre grande prestigio e popolarità conquistava per la sua costruttiva opera di costituzione delle cooperative

contadine Nullo Baldini. Questo movimento si scontrava con la resistenza miope degli agrari e delle strutture parassitarie di sfruttamento del lavoro agricolo, specie nel Mezzogiorno. In Puglia, in Sicilia, in Calabria, in Campania ogni manifestazione contadina si risolveva in episodi cruenti, in cui perdevano la vita numerosi lavoratori.
Nonostante ciò, la collaborazione parlamentare con le forze costituzionali risultò positiva, perché condusse ad una maggiore imparzialità del governo nei conflitti di lavoro, e all’attuazione di importanti norme della nuova legislazione sociale, come quelle sulla tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli. Questa legge veniva perfezionata accogliendo alcune proposte di Turati e di Cabrini. In base ad essa veniva vietato il lavoro dei fanciulli sotto i 12 anni, mentre veniva proibito per i minori di 14 anni e per le donne quello nelle attività minerarie; si fissava l’orario massimo per i minorenni a 11 ore giornaliere e a 12 per le lavoratrici, a cui venivano riconosciuti anche i diritti di protezione della gravidanza.
Fu istituito l’Ufficio del lavoro presso il ministero dell’Agricoltura e della Industria, a dirigere il quale fu chiamato il socialista Giovanni Montemastini. Fu insediato il Consiglio superiore del lavoro, con una larga rappresentanza operaia, e con alcuni deputati socialisti nella delegazione scelta dal Parlamento. Vengono autorizzati i Comuni ad istituire la gestione municipale di servizi pubblici e se ne fissano le regole amministrative. Vengono favorite le cooperative di lavoratori nell’appalto dei lavori pubblici.

Lo scontro delle tendenze

Intanto sorgevano nel PSI due opposte tendenze "revisionistiche": quella che faceva capo al tedesco Bernstein che promuoveva una revisione del marxismo e sosteneva la tesi che la democrazia politica è la condizione necessaria per lo sviluppo e l’affermazione del mondo del lavoro; l’altra, che aveva come suo principale autore il Sorel, contrapponeva all’organizzazione del partito di classe l’azione rivoluzionaria del sindacato, e, come strumento di lotta decisivo per abbattere la società capitalistica, lo sciopero generale. Al VII congresso di Imola (6-9 settembre 1902) nasceva la corrente "sindacalista rivoluzionaria" che si richiamava alle tesi del Sorel. Essa faceva capo ad Arturo Labriola e a Enrico Ferri, e aveva la sua maggiore forza tra i socialisti delle regioni meridionali.

Di fronte ai successi realizzati dal partito con la linea politica democratica, successi che vennero riepilogati nella relazione Canepa-Cabrini, l’opposizione, che esprimeva essenzialmente la protesta meridionale, non solo dei contadini ma anche della borghesia intellettuale insofferente ai metodi dei prefetti governativi, restò in netta minoranza. Essa però ebbe modo di chiarire la sua volontà di far leva sulla persistenza di strutture "precapitalistiche" in larga parte della società e dell’economia italiana, per propagandare la sua linea "rivoluzionaria" e per condizionare il PSI con la propria presenza agguerrita.La Storia del PsiUn primo effetto della azione delle correnti antiriformiste è la sostituzione di Bissolati nella direzione dell’"Avanti!"con Enrico Ferri nel corso nel 1903. Al primo, conseguente riformista, e per questo accusato di parzialità dalla corrente di opposizione, viene preferito Ferri perché collocatosi su una posizione media dava maggiori garanzie alla minoranza, con la quale ben presto si allineerà.

Il pensiero riformista si sviluppa, però – incessantemente, arricchendosi con l’opera di uno dei maggiori esponenti di questa corrente politica ed ideale, Ivanoe Bonomi, del quale nel 1903 viene pubblicato Le vie nuove del socialismo. È uno scritto che opera una audace revisione del pensiero storico del socialismo non solo italiano, proponendo un organico modello di moderna democrazia sociale, nel quale, tuttavia, il ruolo del partito appare fortemente ridimensionato rispetto a quello delle organizzazioni economiche e sociali della classe lavoratrice (cooperative, sindacati, circoli). Per tale ragione l’opera di Bonomi, generalmente apprezzata, suscita l’aspra polemica dei dottrinari, ma anche qualche dissenso tra gli stessi riformisti.

Nell’ottobre del 1903, Giolitti, incaricato di formare il nuovo governo, offre un dicastero a Turati, che lo rifiuta. Egli, come la maggioranza dei riformisti, è convinto che sia indispensabile e positiva la collaborazione parlamentare, ma non matura la partecipazione ministeriale.

L’VIII congresso (Bologna 8-11 aprile 1904) si svolge in un clima di notevole tensione. Esso viene tra l’altro anticipato di sei mesi, ed è preceduto da serrate polemiche tra le varie correnti in cui il partito è ormai suddiviso. I "rivoluzionari" accusano i riformisti di praticare un parlamentarismo "bottegaio", mentre i riformisti denunciano con forza l’ingresso di concezioni estranee alla tradizione ideale del socialismo democratico nell’ambito del PSI. Un conflitto permanente contrappone il gruppo parlamentare, a stragrante maggioranza riformista, alla direzione del partito, nella quale essi sono ormai in minoranza. Pur conservando la maggioranza relativa dei consensi congressuali, la corrente che fa capo a Turati viene posta in minoranza da una eterogenea coalizzazione tra i "sindacalisti rivoluzionari" di Arturo Labriola e la corrente cosiddetta "integralista" di Ferri. Nonostante questa ibrida alleanza, lo scarto dei voti è lieve: 16.304 voti contro 14.882. Ma esso è sufficiente per spostare su posizioni estremistiche l’asse politico del PSI.

Nello stesso 1904, come prova di "ginnastica rivoluzionaria", la nuova direzione promuove il primo sciopero generale. Lo sciopero generale dal 16 al 20 settembre 1904 fu un fallimento. Le elezioni successive segnarono una flessione dei socialisti e dei radicali. I "rivoluzionari" ebbero delle cocenti delusioni, tant’è che alcuni dei loro esponenti non furono eletti (Arturo Labriola e Ciccotti). I sindacalisti estremisti avevano perso larga parte del loro seguito ed Enrico Ferri s’andava avvicinando alle posizioni riformiste. I risultati davano ragione a Turati e a Bissolati, che cercavano di riprendere l’iniziativa, riconducendo il partito al centro del gioco politico parlamentare.

L’accordo con Giolitti

Giolitti, per prendere tempo e far maturare gli avvenimenti, “passò la mano” al suo luogotenente Fortis, il cui governo realizzò la statizzazione delle Ferrovie: e questo fu un avvenimento che favorì il reinserimento dei socialisti nel dialogo con le forze democratico-liberali. Paradossalmente questa operazione non si realizzò con Giolitti, né a favore di Giolitti. Bensì in occasione della costituzione del governo presieduto da Sidney Sonnino, un uomo politico molto più conservatore di Giolitti, contro il quale c’era stata un’improvvisa rivolta di una parte della sua stessa maggioranza.

Tornato Giolitti al potere nel giugno del 1906, s’inaugura quel suo lungo ministero che durerà sino alla fine del 1909, che permise di conseguire utili risultati all’azione dei socialisti, specie sul terreno dei diritti di libertà e della legislazione sociale. Due avvenimenti contrassegnarono la vita del movimento socialista in quel biennio: la nascita della Confederazione generale del lavoro, guidata da Rinaldo Rigola, e alleata del partito, cui sarà legata con un patto formale nel 1917; si opera un riavvicinamento all’interno del PSI tra i riformisti e gli “integralisti” di Ferri. Quest’ultima corrente prevale nel IX congresso che si svolge a Roma, dal 7 al 10 ottobre 1906 grazie all’appoggio che alla mozione degli “integralisti” dettero i riformisti. Furono 26.947 i voti a questa mozione, contro i 5278 dei “sindacalisti rivoluzionari” e i 1101 voti ad una mozione di “rivoluzionari intransigenti” di Lerda. Una notevole quota fu raggiunta dagli astenuti (757).

Un anno dopo, nel luglio del 1907, l’ala “sindacalista rivoluzionaria”, sempre più minoritaria nel sindacato e nel partito, decide la scissione e inizia un avventuroso percorso politico che condurrà molti esponenti e militanti nelle fila del movimento fascista.

Turati riconquista il partito nel successivo congresso, il X, che si tiene a Firenze dal 19 al 22 settembre 1908. E una concentrazione di riformisti e di ex integralisti, con l’appoggio della Confederazione generale del lavoro, che riporta la maggioranza dei voti. L’ordine del giorno “concordato”, sottoscritto da Modigliani, contro i 6520 di Morgari e i 6001 degli “intransigenti”.

Tra l’altro, il documento della maggioranza conteneva, oltre alla richiesta di ampliamento della legislazione sociale, quella di abolizione del dazio del grano e l’opposizione ad ogni aumento delle spese militari. La storia del Psi Il congresso approvava all’unanimità un ordine del giorno di Gaetano Salvemini per l’introduzione del suffragio universale, esteso anche ai lavoratori analfabeti che nel Mezzogiorno erano la maggioranza. Questa misura, insieme con la richiesta di abolizione del dazio sul grano (con la quale i socialisti si allineavano alle posizioni antiprotezionisfiche della cultura liberale) rappresentavano due provvedimenti ritenuti indilazionabili per la modernizzazione delle regioni meridionali, e per dare, con l’estensione del suffragio, una rappresentanza politica alle masse contadine che non avevano diritto al voto.

Intanto, però, s’approfondisce la divergenza tra una parte ‘dei riformisti che fanno riferimento a Bissolati e a Bonomi, che, richiamandosi a Bernstein, spingono alle estreme conseguenze la posizione revisionistica, fino a contestare la stessa legittimità del partito a rappresentare gli interessi della classe lavoratrice, e la parte della corrente che con Turati e Modigliani ha assunto la guida del PSI e del gruppo parlamentare, sostenuta dai socialisti della CGL. A Modigliani si riconduce anche Salvemini che insiste sulla esigenza di abbandonare la visione protettiva delle fasce operaie più forti e organizzate del Nord, per rivolgere l’azione socialista maggiormente a favore dei “cafoni” delle regioni meridionali.

Nell’XI congresso, che si svolge a Milano dal 21 al 25 ottobre 1910, è Turati che tiene la relazione generale, nella quale traccia un quadro approfondito dell’azione riformista del primo decennio del secolo e della sua ispirazione culturale e ideale.

Egli sostiene in modo lucidissimo che l’evoluzione della società aveva condotto al superamento del concetto marxista Stato per cui la “vera azione socialista” nasceva da “questa revisione del marxismo primitivo”. “Il proletariato si riconosce – egli aggiungeva – come uno dei massimi fattori del progresso economico”. Il socialismo “mescolandosi al presente” con l’azione riformatrice non poteva tralignare nel radicalismo o nel laburismo, se non si perdevano di vista le finalità generali. In questo modo, concludeva Turati, “ogni passo in avanti, e se pur breve, sulle presegnate direttive, varrà sempre meglio delle iperboliche promesse, scritte nel presagi. La riforma, così intesa, è la rivoluzione senza il bluff. È la rivoluzione in cammino”. (17)In questo congresso fa il suo esordio oratorio Mussolini, che critica tutto e tutti, liquidando come contrastanti col fine della rivoluzione riforme, azione parlamentare, suffragio universale. Curiosità storica: Mussolini dedica il finale del suo discorso al “cliché” della patria, “nel nome del quale si pompa il sangue alla miseria del proletariato”.(18) Turati prevale con 13.000 voti contro i 5928 voti che vanno alla mozione “rivoluzionaria” di Lazzari. Il documento della “sinistra riformista” di Modigliani raccoglie però 4547 voti.

In questo congresso si verificava la suddivisione della componente riformista in tre tronconi: a quello guidato da Turati, che riesce a vincere nelle votazioni finali riuscendo ad assorbire, momentaneamente, la dissidenza del secondo troncone di Bonomi, Bissolati e Cabrini (i quali nei loro interventi giungono a prospettare la formazione di un “partito del lavoro” che sostituisca il PSI) si contrappone il terzo troncone costituito dalla “sinistra riformista”, nata dalla separazione del gruppo che fa capo a Modigliani, Morgari e Salvemini.

Era il germe di una futura separazione, che porterà fuori del PSI uomini come Bissolati e Bonomi, i quali avevano fortemente contribuito, tanto nel piano politico e organizzativo, quanto nel piano teorico, alla crescita del partito.

Alle elezioni del marzo 1909 i socialisti salgono a 42 deputati. Costa viene eletto alla vicepresidenza della Camera. Nella nuova Assemblea, emerge il problema delle spese militari. I socialisti dicono di no alla richiesta di uno stanziamento aggiuntivo di mezzo miliardo, trovandosi da soli all’opposizione, con una linea dettata dagli ideali pacifisti.

Dimessosi Giolitti nel dicembre 1909 – a seguito del rifiuto della Camera al suo progetto di riforma fiscale giudicato insufficiente dai socialisti ma, in realtà, per sottrarsi alla scelta dei gruppi da favorire con le Convenzioni marittime da parte dello Stato – dopo un altro breve governo di stampo conservatore presieduto dal Sonnino, era Luigi Luzzati che formava il nuovo ministero, includendovi i radicali Sacchi e Credano, ottenendo il voto favorevole dei socialisti.

Il voto socialista fu motivato dalla promessa del nuovo governo di allargare il suffragio, di finanziare le cooperative agricole in gravi difficoltà economiche, di ampliare la legislazione sociale con l’istituzione, tra l’altro, della Cassa di maternità per le lavoratrici (marzo 1910). Ma il consenso socialista fu ritirato alla fine dell’anno, a ragione del comportamento del governo sulla questione delle cooperative agricole, che fu di ostilità nei confronti delle cooperative socialiste della Romagna.

All’atto della costituzione del suo nuovo governo nel marzo 1911, Giolitti aveva offerto un ministero a Bissolati, che si fece ricevere dal re, ma poi rifiutò. “Partecipazione al potere? – commentò Turati -. Si dovrebbe forse; non si può certamente”. I socialisti votarono tuttavia la fiducia mentre i conservatori la rifiutarono. Il governo presentava ben presto il progetto per il monopolio statale dell’assicurazione sulla vita, con la creazione dell’Istituto nazionale delle assicurazioni.

Di fronte all’opposizione conservatrice la forza parlamentare socialista fu decisiva. Veniva votata la legge sulla ispezione del lavoro e veniva inoltre riconosciuta al sindacato ferrovieri la rappresentanza legale del personale di fronte alla direzione dell’azienda.

Nel giugno 1912, sempre con il voto socialista, veniva approvata la più importante legge dell’epoca giolittiana: la legge elettorale che estendeva il diritto di voto agli alfabetizzati con 21 anni compiuti; agli analfabeti con 30 anni compiuti e a tutti coloro di qualsivoglia età che avessero assolto il servizio militare. Essa concedeva altresì quella indennità ai deputati che i socialisti avevano chiesto fin dal loro ingresso alla Camera. I socialisti avanzavano questa richiesta perché rappresentavano ceti sociali meno abbienti: i loro eletti si trovavano in difficoltà ad esercitare un mandato parlamentare che era stato fino allora del tutto gratuito. Tanto è vero che già al IV congresso nazionale nel 1896 avevano preso la decisione di stabilire un fondo di L. 350 mensili per ciascun deputato, che doveva rilasciare un riconoscimento annuale delle spese sostenute.

Il XII congresso (Modena, 15-18 ottobre 1911), tenutosi a solo un anno di distanza dal precedente, è certamente uno dei più drammatici di quegli anni. Esso si svolge sotto il segno dell’impresa libica avviata da Giolitti, alla quale s’era opposta la maggioranza dei socialisti, e con essi la Confederazione generale del lavoro, che promuove lo sciopero generale del mese di settembre, un mese prima del congresso.

L’impresa libica divide però i socialisti e fa precipitare la crisi del riformismo, di cui s’erano manifestati già i prodromi a Milano.

La crisi del rapporto con Giolitti

Contro l’avventura libica di Giolitti si schierò la stragrande maggioranza dei socialisti, anche se un nugolo di deputati si dissociò dal partito e assunse una posizione favorevole all’intervento (Bissolati, Ferri, Bonomi, Podrecca e Arturo Labriola).

Un grande sciopero generale venne indetto dalla Confederazione del lavoro nel settembre del 1911.

L’impresa libica, radicalizzando i sentimenti popolari, ridava fiato all’ala rivoluzionaria che al XIII congresso, che si svolge a Reggio Emilia dal 7 al 10 luglio 1912, conquista la maggioranza del PSI. Per bocca di Mussolini, si chiede l’espulsione dell’ala bissolatiana. La mozione riceve 12.556 voti; mentre una mozione riformista di semplice biasimo ne ottiene 5633. Altri 3250 voti confluiscono su una mozione presentata da Modigliani che dichiara Bissolati, Bonomi e gli altri “essersi posti fuori del partito”. Il rovesciamento della linea politica del partito portò Lazzari alla segreteria e Mussolini alla direzione dell'”Avanti!”. Gli espulsi formarono un partito riformista autonomo, che però se raccoglierà consensi elettorali, non sarà in grado di darsi una struttura organica e permanente. Alle elezioni del 1913, le prime che si svolgono con il suffragio allargato, secondo la nuova legge, essi avranno 26 deputati, mentre il PSI ne eleggerà 53. La legge elettorale realizzava, seppure non ancora compiutamente, l’obiettivo socialista dell’universalità del voto, almeno di quello maschile, estendendo la platea elettorale a circa 8 milioni e mezzo di elettori. Il successo socialista nasceva tuttavia da una concomitanza con gli interessi del gruppo giolittiano, e, con esso, di una forte frazione della borghesia italiana. Infatti Giolitti si riprometteva, con la riforma e l’apertura verso il PSI, di bilanciare le reazioni all’impresa libica, con la quale aveva senza alcun dubbio accontentato interessi capitalistici e l’opinione pubblica di destra.

Inoltre, Giolitti si adoperava per indurre un’altra grande forza sociale, quella cattolica, a entrare nel gioco politico, fronteggiando la costante ascesa socialista e sostenendo il suo potere. Si trattò di un passaggio cruciale, che determinò insieme l’apogeo e l’inizio della fine della potenza politica giolittiana.

Con la regia di Giolitti, si riuscì ad istituire una fitta rete di accordi locali tra candidati liberali, quasi tutti a lui fedeli, e gruppi di elettori cattolici che li sostenevano, in cambio dell’impegno che i candidati assumevano di rispettare, una volta eletti, i punti indicati in una circolare diramata dal conte Gentiloni, presidente dell’Unione elettorale cattolica. I candidati s’impegnavano, specificamente, a opporsi ad ogni proposta di legge diretta a “turbare la pace religiosa della nazione”; a garantire l’insegnamento privato; ad opporsi al divorzio; a realizzare il principio dell’istruzione religiosa nelle scuole comunali. A seguito di quest’accordo – enfaticamente definito “Patto Gentiloni” – le autorità ecclesiastiche sospesero il “non expedit” in 330 dei 508 collegi in cui era suddiviso il corpo elettorale. Il sostegno del voto cattolico fu determinante per la elezione della maggior parte dei 304 liberali che entrarono alla Camera.

Il sostegno determinante del voto cattolico, che fu influente specialmente nel Mezzogiorno, finì alla lunga per sottrarre gran parte di quei deputati, che ne avevano usufruito, al controllo di Giolitti: essi finirono per rispondere più alle associazioni cattoliche che li avevano aiutati ad essere eletti che al prestigioso capo liberale. Tutte le Federazioni, Consociazioni, Consolati di Società e Società indipendenti, che fanno adesione al sopraesposto programma, sono costituite in Partito dei lavoratori italiani allo scopo, di difendere i salariati nella lotta per la loro emancipazione L’allargamento del suffragio di per se stesso conferiva un potere maggiore alle strutture organizzate dalle associazioni, capaci di influire su larghi strati della cittadinanza. Giolitti aveva intuito questo fenomeno ed aveva operato per l’estensione del suffragio per mettere in campo i cattolici contro i socialisti. Ma finì per perdere il controllo dei gruppi parlamentari che per quindici anni erano stati alla base della sua personale egemonia nel Parlamento e nel governo.

D’altronde egli era perfettamente cosciente che l’impresa libica, che segnava l’inizio di un nuovo periodo coloniale dell’Italia, avrebbe determinato necessariamente una crisi nei suoi rapporti con i socialisti. Allo stesso tempo egli si rendeva conto che l’intesa elettorale con i cattolici (che tra l’altro elessero 30 loro rappresentanti) si prestava facilmente all’accusa di snaturare il carattere liberale e laico dello schieramento parlamentare a lui amico, prestando così il fianco alle reazioni dell’opinione pubblica democratica. Tant’è che nelle sue Memorie egli fa le veci di chi non era neppure a conoscenza dell’accordo, quando scrive poche parole a proposito di quell’avvenimento: “Gli elementi che facevano capo al partito clericale esercitarono una maggiore influenza in numerosi collegi”. (19)

Lo scontro, nel Parlamento e nel paese, sulla guerra di Libia e le vicende connesse al cosiddetto “Patto Gentiloni” scavarono rapidamente un fossato tra Giolitti e i socialisti, tanto più che, avendo perduto i riformisti la guida del partito, all’uomo di Dronero erano venuti a mancare gli interlocutori. Questi non poterono essere i riformisti che erano usciti dal PSI, che avevano ben presto dimostrato di avere scarsa influenza e poco seguito tra le masse.

Come i riformisti avevano perso il partito, in breve tempo Giolitti, da parte sua, fu costretto a lasciare in altre mani la direzione del paese.

La crisi provocata dalle polemiche sul Patto Gentiloni, se fa perdere a Giolitti la guida del governo, accentuò l’estremizzazione del PSI, ormai ipnotizzato dalla campagna di stampa di Mussolini dalle colonne dell'”Avanti!”.

Ad Ancona, nel XIV congresso che ivi si tiene dal 26 al 29 aprile 1914, i “rivoluzionari” ottengono una schiacciante vittoria. Il loro documento risultò vincente con 22.591 voti, di contro gli 8584 dell’ordine del giorno presentato da Mazzoni per i riformisti, e i 3214 di quello di Modigliani. Il congresso decretò, inoltre, l’espulsione degli aderenti alla Massoneria. Per una singolare concomitanza sono alcuni di questi avvenimenti – l’opposizione socialista alla guerra di Libia e l’espulsione di Bissolati e degli altri riformisti a Reggio Emilia – ad attirare l’attenzione di Lenin. Lenin era stato in Italia nel 1908 e nel 1910, a Capri, per incontrarvi Gorkij. Ma soltanto in questa fase comincia ad interessarsi organicamente ai problemi Italiani, scrivendo note di commento ad essi e seguendo attentamente l'”Avanti!” mussoliniano.

Lenin annetteva grande importanza al fatto che “gli opportunisti, con Bissolati alla testa, erano stati allontanati dal partito” e che mentre “gli operai della maggior parte dei paesi europei sono stati ingannati dall’unità fittizia degli opportunisti e dei rivoluzionari, l’Italia è una felice eccezione, un paese dove, in questo momento, non c’è un simile inganno”.(20)

L’interesse di Lenin si manifesterà ancor di più in seguito, alle soglie del conflitto mondiale. Ma va detto che Lenin non era del tutto sconosciuto in Italia, essendo stato citato, già dal 1902, in uno scritto di Achille Loria, l’economista socialista che aveva goduto di grande prestigio, e non poche volte dall'”Avanti!” e da altre pubblicazioni del PSI, mentre la “Critica Sociale” aveva pubblicato un scritto di Rosa Luxemburg, polemico nei suoi confronti.

Gli interventi di Lenin sulla situazione italiana si intensificheranno negli anni successivi, negli anni cioè della prima i guerra mondiale e del dopoguerra, sviluppando quei temi che caratterizzavano il suo pensiero già nel primo decennio del secolo, e di cui qualche eco era giunta anche in Italia.

Gli effetti del "compromesso riformista"

Con il congresso di Ancona del 1914 poteva dirsi conclusa quella fase, di grande importanza storica, nella quale l’ala riformista socialista aveva guidato, sia pure con alterne vicende, il partito, riuscendo a realizzare alcuni obiettivi fondamentali tra quelli indicati dal programma “minimo” varato da Imola all’inizio del secolo. Questa fase aveva coinciso con una forte espansione organizzativa ed elettorale del PSI.

Momenti fondamentali di questa politica erano stati quelli in cui, pur tra tante contraddizioni, il PSI era riuscito a trovare punti di congiunzione con quelle forze della democrazia liberale, guidate da Giolitti, da cui erano sortiti effetti benefici e positivi per tutto il sistema sociale e politico nazionale. Quello che potrebbe essere definito il “compromesso riformista” si sviluppa praticamente lungo l’arco di un quindicennio e in gran parte coincide con la guida del governo da parte di Giolitti. Basti pensare all’attuazione, nel 1902, della legge sul lavoro dei fanciulli e delle donne, che costituisce una pietra miliare nella storia dell’evoluzione sociale in Italia. Essa fu, in un certo senso, il segnale d’avvio di un ciclo politico che, pur nelle sue intermittenze, presentò uno sviluppo unitario e sostanzialmente organico. Già prima di quella legge il movimento dei lavoratori Italiani aveva tratto notevoli vantaggi dal dialogo e dalle convergenze tra dirigenza riformista socialista e democrazia liberale. Fin dall’epoca dei Fasci siciliani apparve evidente la differenza tra la politica giolittiana e quella repressiva di Crispi, Di Rudinì, Pelloux e Saracco.

L’atteggiamento di Giolitti nei confronti delle controversie del lavoro fu democratico e fattivo. Egli affermò il principio della neutralità tra padroni e lavoratori nei conflitti di lavoro, anche i più aspri, da parte dello Stato, che non doveva intervenire a sostegno di una delle parti in conflitto. Principio che sfatava la veridicità del dogma marxista, per cui lo Stato costituiva comunque la protezione giuridica degli interessi della borghesia. E ciò favoriva il revisionismo teorico dei riformisti, e, di conseguenza, il loro positivo pragmatismo politico. Non sempre questo principio fu applicato: e molte violazioni ad esso si registrarono nelle campagne e nel Mezzogiorno, dando voce alla protesta di esponenti politici e di intellettuali come Salvemini. In effetti, la politica giolittiana trovava più facili condizioni di attuazione nelle aree più evolute economicamente e socialmente del paese, che non in quelle più sfortunate e nelle quali la borghesia era più debole e insieme più miope politicamente. Al di là di questa contraddizione, non di poco conto, l’effetto determinante che il “compromesso riformista” ebbe sulle possibilità di espansione della forza organizzata dei lavoratori e di garanzia dei loro diritti individuali e collettivi, si evidenzia proprio negli anni dell’accantonamento di Giolitti, dopo lo scandalo della Banca Romana: gli anni della repressione autoritaria, fino ai fatti del 1898 e gli inizi del secolo. La storia del Psi Il governo Zanardelli con Giolitti agli Interni segnò il vero punto di svolta. La differenza nello stile di comportamento con i governi precedenti risultò subito in maniera trasparente. “Gli scioperi del 1901 e del 1902 furono il banco di prova della politica democratica che il ministero si era impegnato ad adottare. La prova fu superata in maniera brillante: veramente l’Italia aveva voltato pagina e la politica repressiva dell’ultimo scorcio dell’Ottocento era solo un brutto ricordo”. (21) Questa volta trovò riscontro sul piano legislativo: i socialisti ottennero importanti concessioni: oltre alla legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli, l’aumento degli stipendi ai ferrovieri, il riconoscimento legale delle associazioni operaie e delle leghe contadine, le provvidenze per i poveri colpiti da pellagra e da malaria ecc…Il “pacchetto” di provvedimenti realizzati in quel biennio servì a Turati, Bissolati e compagni per tenere a bada le correnti di “sinistra” nel partito, fino al congresso di Imola, dove tra le due “anime” socialiste si addivenne ad una unità del tutto fittizia, ma che permise il varo di quel programma “minimo” che rappresentò il punto di riferimento del PSI in tutto il periodo successivo, fino al 1914.

Sull’onda di questa positiva collaborazione – che non si concretizzava tuttavia nell’appoggio al governo – Giolitti aveva assunto l’iniziativa delle dimissioni da ministro degli Interni, per varare una coalizione governativa da lui presieduta, con la partecipazione dei socialisti, o con il loro sostegno. Non ottenne né l’una, ne l’altra, perché i riformisti non potevano assumersi la responsabilità di una rottura clamorosa con le altre tendenze del partito, che avrebbe potuto condurre ad una lacerazione probabilmente insanabile.

Non per questo il dialogo e la collaborazione ebbero a cessare. I socialisti assecondarono in Parlamento tutte quelle iniziative legislative di stampo riformistico che il gabinetto presieduto da Giolitti propose, dalla sanità alla giustizia, all’istruzione e per favorire un’evoluzione delle regioni meridionali, fino a che l’ala sindacalista rivoluzionaria alleata con quella massimalista non prevalse nel congresso di Bologna del 1904, ed impose lo sciopero generale nel settembre dello stesso anno. Lo sciopero si rivelò un fallimento e preluse a nuove elezioni, dalle quali i socialisti uscirono indeboliti, come i radicali: non fu Giolitti a beneficiarne, la situazione gli era sfuggita dalle mani, e paradossalmente i deputati socialisti concessero a Sonnino quell’appoggio al governo che non avevano mai concesso a Giolitti.

Successivi momenti di incontro si realizzarono dopo il congresso di Roma del 1906, con l’inserimento nel programma di governo da parte di Giolitti di provvedimenti richiesti dai socialisti (miglioramenti salariali, provvidenze per le regioni meridionali, conversione della rendita, oltre al riconoscimento della giustezza delle critiche dei socialisti per lo scandalo delle commesse alla Società Terni), e, nel 1912, in occasione del varo della legge elettorale che estendeva ampiamente il suffragio, con il riconoscimento dell’indennità a parlamentari e con il monopolio delle assicurazioni sulla vita.

Nel frattempo s’era inserito nel dialogo un nuovo interlocutore: la Confederazione generale del lavoro che, legata da un patto di solidarietà e d’azione comune con il PSI, e in particolare con la sua ala riformisa, sapeva farsi valere dal governo, e ottenere oltre a riforme normative essenziali, anche benefici concreti come ad esempio cospicue sovvenzioni alle cooperative.

Compromesso, dunque: perché mai si trattò di alleanza, e soprattutto di una alleanza organica, quale sarebbe stata suggellata da una partecipazione socialista al governo. Giolitti, com’è noto, l’aveva proposta ripetutamente, ma non sappiamo quanto realmente auspicata, sia dai leader riformisti sia, successivamente, da Bissolati dopo la divisione dell’ala riformista.

Compromesso anche, però, perché entrambe le parti, pur coincidendo nella valutazione di una svolta democratica dopo il 1900, e sulla necessità di avviare un processo di modernizzazione del paese, conservarono obiettivi e ispirazioni diversi o addirittura opposti tra di loro, come diversi erano i referenti sociali, spesso in conflitto tra di loro, seppero scrivere insieme un capitolo di civiltà e di tolleranza, dal quale furono favorite entrambe, e con loro tutta l’Italia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...