Altri cenni storici

«Come forza ideologica e politica organizzata, il movimento socialista si è sviluppato pressoché in tutto il mondo almeno a partire dal 1848 e dalla Comune di Parigi. Già in precedenza, però, in concomitanza con gli squilibri e le diseguaglianze connessi ai primi processi d’industrializzazione dei maggiori Paesi dell’Europa occidentale, i socialisti avevano rivendicato un nuovo e più equo sistema economico-sociale che avrebbe dovuto trasformare la società in senso sia materiale sia morale, sostituendo all’individualismo e al profitto personale i principi, di cui si ritenevano portatori i ceti popolari, della solidarietà, di una più ampia libertà e della comunione dei beni. La sfiducia verso un’azione meramente volontaristica e gradualistica, fondata sulla creazione di movimenti cooperativistici dei lavoratori, determinò la rottura con i liberali. Nacquero così, in momenti differenti e in quasi tutti i Paesi dell’Europa occidentale, partiti socialisti (o socialdemocratici) contrassegnati dall’obbiettivo di organizzare politicamente la classe operaia, tendenza consolidatasi con l’avvento del socialismo scientifico di Karl Marx da cui si originò il movimento comunista. Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento tali partiti assunsero progressivamente un ruolo determinante nell’evoluzione sociale e politica, guadagnando man mano grande peso politico, vasto seguito popolare e notevole incidenza elettorale con l’estendersi del suffragio universale. Viceversa, nell’Europa orientale e balcanica i movimenti d’ispirazione socialista sono apparsi come un’eco del populismo russo dell’ultimo quarto del sec. XIX o – è il caso per esempio della Polonia – del nazionalismo. La distinzione tra socialisti, moderatamente riformisti, e movimento comunista, rivoluzionario e radicale, si accentuò dopo la prima guerra mondiale e in conseguenza del successo della rivoluzione guidata in Russia dai bolscevichi: in molti casi le componenti di sinistra provocarono scissioni nei partiti socialisti, costituendo autonome formazioni comuniste, critiche verso il riformismo socialista e verso il sostegno fornito dai socialisti allo sforzo bellico dei loro Stati di appartenenza. Per contro, laddove i socialisti realizzarono le loro prime esperienze di governo, divennero ancor più pragmatici, giacché il successo dei loro programmi dipendeva ora dalla collaborazione dei ceti medi e degli apparati burocratici dello Stato. Nuove affermazioni il movimento socialista ottenne dopo la seconda guerra mondiale, grazie al diffuso desiderio popolare di una società più giusta e alle politiche asssistenzialistiche del Welfare State. Nell’ultimo decennio del sec. XX, i partiti socialisti di tradizione democratica, particolarmente forti nel continente europeo, dovevano fronteggiare una congiuntura del tutto peculiare. Ciò non solo e non tanto per l’improvviso crollo dell’Unione Sovietica e dei regimi a essa collegati (che, sebbene denominatisi socialisti, erano lontanissimi dalla cultura politica socialdemocratica), quanto e soprattutto per la grande ristrutturazione economica in atto nel mondo industrializzato, processo reso improcrastinabile dalla recessione e dal sempre più evidente fenomeno della globalizzazione, che si manifestava con il decentramento della produzione in aree a più basso costo di forza lavoro e con pesanti ripercussioni sui livelli occupazionali dei Paesi a più antica industrializzazione. Le difficoltà economiche, d’altra parte, favorivano un’offensiva neoliberista che tentava di rimettere in discussione la rete di ammortizzatori sociali che era il vanto delle esperienze di governo di vari partiti socialisti al potere in Europa. Malgrado gli sforzi di rinnovamento, di fronte a questa inedita situazione i partiti socialisti non sembravano sempre in grado di approntare risposte convincenti e in diversi Paesi dovevano assistere all’egemonia conservatrice e neocentrista. Per il partito socialista in Gran Bretagna, vedi laburismo.
In Italia, durante il Risorgimento, alcuni spunti di socialismo teorico si possono rintracciare nel giacobinismo filosofico di G. Ferrari, o in quello più realistico di C. Pisacane, volto a risolvere il problema agrario e militare del nascente Stato italiano. Più tardi, a unificazione avvenuta, il movimento socialista si sviluppò sul terreno delle società operaie di mutuo soccorso, fondate o patrocinate da esponenti della borghesia illuminata e filantropica e, almeno in parte, subito politicizzate dalla diffusione del mazzinianesimo. Allora gli appelli del grande patriota genovese avevano additato il programma di una “democrazia sociale” nella quale l’educazione politica dei cittadini si sarebbe raggiunta con il lavoro, la cooperazione, l’istruzione elementare e l’esercizio dei diritti politici estesi a tutti. Da simili premesse risulta chiaro perché il movimento operaio italiano mantenne a lungo i connotati di un movimento fondamentalmente aclassista, e di conseguenza perché il rivoluzionarismo anarchico di M. Bakunin durò fatica a penetrarvi senza ottenere mai risultati apprezzabili, e trovando soltanto un’eco disordinata in alcuni settori del mondo contadino. Negli anni Settanta e Ottanta del sec. XIX furono mossi i primi passi verso una visione di lotta operaia dichiaratamente classista e antiborghese, soprattutto in Lombardia, dove cominciò a circolare il settimanale La plebe di Lodi e dove nacque il POI (Partito Operaio Italiano). Il marxismo, tuttavia, rimaneva poco e male conosciuto. A diffonderne la conoscenza nelle aule universitarie cominciò poco più tardi A. Labriola, mentre la rivista Critica sociale, sorta nel 1891 e diretta da F. Turati, iniziava a penetrare tra gli intellettuali più aperti e nelle frange più evolute e istruite del movimento operaio, sostenendo una concezione umanitaria, gradualistica ed evoluzionistica del socialismo marxista, legata sia al positivismo di quel periodo sia all’eredità risorgimentale e mazziniana delle origini. Queste caratteristiche si mantennero a lungo nel partito socialista fondato a Genova nel 1892, col nome di Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), poi mutato, al Congresso di Reggio Emilia del 1893, in Partito Socialista Italiano (PSI). Al suo interno ben presto vennero manifestandosi due tendenze contrapposte, variamente denominate, che però, nella sostanza, hanno rappresentato sempre da una parte la corrente riformistica e dall’altra quella massimalistica. La prima, accettando i metodi di lotta legale, esperibili anche nelle istituzioni politiche e costituzionali di uno Stato borghese ormai avviato verso forme rappresentative liberaldemocratiche, insisteva nella conquista di riforme politiche, economiche e sociali sempre più avanzate a favore del proletariato, convinta che attraverso un lento ma inarrestabile “viaggio nelle istituzioni” si sarebbe arrivati, senza salti traumatici, a realizzare una completa trasformazione delle strutture capitalistico-borghesi in una società socialistica. La tendenza massimalistica, invece, più sensibile ai fermenti volontaristici e magari irrazionalistici, considerava illusoria qualsiasi fiducia nella borghesia, e giudicava ogni contatto con i gruppi dominanti un tradimento della classe operaia; da qui l’impegno all’uso anche violento della forza da parte del proletariato per impadronirsi del potere.
Nell’epoca giolittiana, la politica di riforme intrapresa dal governo parve in un primo tempo dare ragione alle analisi e alle strategie dei riformisti, e la vivace dialettica interna al partito vide il prevalere della corrente riformista, culminato con l’espulsione del gruppo dei sindacalisti rivoluzionari, troppo vicini alle concezioni soreliane (Congresso di Firenze, 1908). Più tardi, però, l’indirizzo colonialista impresso da G. Giolitti al Paese con l’impresa di Libia e i cedimenti ideologici di alcuni esponenti della destra riformista (I. Bonomi, L. Bissolati), anch’essi espulsi dal partito al Congresso di Reggio Emilia (1912), indebolirono la corrente riformista turatiana a vantaggio dei massimalisti che si impadronirono del partito e del suo organo ufficiale; B. Mussolini assunse la direzione dell’Avanti! (1912) sino allo scoppio della prima guerra mondiale. Il conflitto, che fu causa di gravissima crisi nel movimento socialista internazionale, non mancò di avere notevoli conseguenze anche sul socialismo italiano. La linea ufficiale del PSI nei confronti della guerra, infatti, fu coerentemente pacifista, rispettando i principi fondamentali dell’internazionalismo proletario; e Mussolini, per il suo improvviso atteggiamento interventista, venne cacciato dal partito. Ma anche la formula di C. Lazzari “né aderire né sabotare”, che abilmente mediava tra le posizioni interventiste e pacifiste, conobbe interpretazioni difformi al punto che, mentre i riformisti ponevano soprattutto l’accento sul “non sabotare” la guerra per motivi ideologici e di carattere nazionale e democratico (irredentismo), la sinistra (soprattutto nel movimento giovanile) vedeva la guerra come ulteriore opportunità alla maturazione rivoluzionaria del proletariato, avvicinandosi così alle tesi della sinistra leninista che ai convegni di Zimmerwald e Kienthal aveva sostenuto la necessità di trasformare la guerra da “conflitto imperialista” (fra Stati borghesi in lotta fra loro per il dominio del mondo) in “guerra civile” (fra borghesia e proletariato all’interno di ogni Stato). Più tardi, un altro fatto traumatico per il PSI fu lo scoppio della Rivoluzione d’ottobre. Il precario equilibrio interno (la direzione e il quotidiano controllati dai massimalisti, il gruppo parlamentare e le organizzazioni sindacali prevalentemente riformiste) venne sconvolto dal mito della rivoluzione bolscevica: “fare come in Russia” fu lo slogan che infiammò le speranze di larghe frange del movimento operaio nell’immediato dopoguerra. Ma proprio allora il PSI, benché accresciuto come forza parlamentare (156 deputati eletti nel 1919), non seppe affrontare la crisi di potere del vecchio Stato liberale, rinunciando a optare o per una chiara strategia parlamentare governativa o per una drastica soluzione rivoluzionaria. Neppure con il Congresso di Livorno (1921) e la scissione della sinistra (A. Gramsci, U. Terracini, A. Bordiga ecc.), che costituirà il Partito Comunista d’Italia, si arrivò a un chiarimento tra le cosiddette due anime del socialismo italiano, personificate allora dal riformista F. Turati e dal massimalista G. M. Serrati. Il successivo Congresso di Roma (1922), che sanciva la separazione dei riformisti (con Turati, C. Treves, G. Modigliani, G. Matteotti ecc., usciti dal PSI per fondare il Partito Socialista Unitario, PSU), indebolì ulteriormente il partito, impedendogli di contrastare la marea montante del fascismo che aveva già devastato gran parte delle organizzazioni socialiste del Paese.

L’avvento del fascismo, e poi le tragiche elezioni del 1924 (che costarono la vita a Matteotti, deputato del PSU) e l’instaurarsi della dittatura con le leggi eccezionali del 1925 e 1926, costrinsero i due tronconi socialisti alla lotta nella clandestinità e al fuoriuscitismo. Parigi divenne così il centro della rinascita socialista sancita dal congresso della riunificazione (Grenoble, 1930) e realizzata senza che i dibattiti stimolati dai movimenti di Giustizia e Libertà (fondato da C. Rosselli) e del Liberalsocialismo (creato da A. Capitini e G. Calogero) potessero in qualche modo animarla con la loro sofferta ricerca di un nuovo programma tendente a conciliare i principi egualitari dell’emancipazione operaia con quelli liberalgarantisti della tutela dei diritti dei cittadini contro ogni strapotere dello Stato. La lotta contro il nemico fascista spinse inevitabilmente i socialisti verso sempre più strette intese con il movimento comunista, stabilendo con esso patti di unità d’azione culminati nella comune partecipazione alla lotta armata delle brigate internazionali impegnate in Spagna contro F. Franco, fedeli in questo alla parola d’ordine di Rosselli: “oggi in Spagna domani in Italia”. Tale collaborazione si protrasse anche durante la Resistenza, i governi del CLN e dell’intesa tripartita dell’immediato secondo dopoguerra. Ma allora, sotto la direzione di P. Nenni, uscito il partito rinnovato dalla fusione con altri gruppi di ispirazione socialista (agosto 1943) e mutatosi persino il nome in quello di Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), cominciarono a farsi vive anche le esigenze di una netta autonomia ideologica e politica rispetto ai comunisti, senza con ciò voler spezzare l’unità della classe operaia, né rinunciare al patto di unità d’azione col PCI. Contemporaneamente cresceva il disagio di alcune correnti della destra del partito (Iniziativa Socialista di Zagari, M. Matteotti; Critica Sociale di U. G. Mondolfo ecc.), spaventate dall’ipotesi “fusionista” col PCI, a loro avviso preparata dalla sinistra (L. Basso, Nenni, R. Morandi ecc.). Si giunse così alla scissione di Palazzo Barberini (1947) durante la quale la destra secessionista, guidata da G. Saragat, dava vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), poi diventato Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), mentre il tronco originario del partito riassumeva il vecchio nome PSI.
Frattanto, il fallimento del Fronte popolare del 1948, le mutate condizioni internazionali durante la “guerra fredda”, le delusioni elettorali e un’ulteriore scissione a destra (il gruppo del Partito Socialista Unitario di G. Romita, poi confluito nel PSDI), inducevano il PSI a un profondo ripensamento autonomista, avviato dalla segreteria di Morandi. I congressi di Milano (1953) e di Torino (1955), tenuti rispettivamente all’insegna delle parole d’ordine “alternativa socialista” e “dialogo coi cattolici”; il disorientamento per le drammatiche rivelazioni sullo stalinismo fatte al XX Congresso del PCUS (1956); l’incontro fra Nenni e Saragat avvenuto a Pralognan nell’agosto e la reazione alla repressione della rivolta di Budapest (ottobre 1956) costituiscono altrettante tappe della recuperata autonomia dai comunisti. Essa conduceva al riavvicinamento fra socialisti e socialdemocratici e al progressivo impegno di governo dei socialisti italiani, maturato, a partire dal 1963, nelle esperienze del centrosinistra contro cui reagì l’ala sinistra del partito, fondando l’effimero Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP, 1964). Del resto, altrettanto breve e verticistico fu il tentativo di fusione fra socialisti e socialdemocratici nel Partito Socialista Unificato (PSU), durato dal 1966 al 1969. In effetti, gli indirizzi sempre più moderati nel gruppo ex PSDI e la sostanziale inerzia dei ministeri con a capo M. Rumor e E. Colombo, non solo produssero malcontento nella base elettorale socialista, delusa per la carenza di riforme incisive, ma provocarono anche una nuova rottura, che riproponeva sulla scena italiana la presenza di due partiti socialisti, il PSDI e il PSI. I socialdemocratici riprendevano a muoversi in un’ottica politica di piccolo partito spesso schiacciato dalla DC, ritagliandosi spazi di sottogoverno, cosa che li esponeva a vari scandali che investivano nel tempo i massimi dirigenti. Il PSI tentava invece la strada di un maggiore impegno sul terreno delle riforme: Statuto dei lavoratori, istituzione delle Regioni, divorzio. L’ascesa alla segreteria del PSI di B. Craxi nel 1976 apriva una nuova stagione per il partito, stretto tra democristiani e comunisti. Attraverso una profonda trasformazione ideologica e programmatica i socialisti si liberavano di una sorta di subalternità nei confronti del PCI, anche se proprio la spinta di quel partito rendeva possibile al socialista Sandro Pertini di essere eletto nel 1978 alla massima carica dello Stato. Trasformato lo stesso storico simbolo con il “garofano rosso”, il PSI craxiano trovava un suo spazio autonomo ponendosi come l’ago della bilancia del quadro politico italiano. Gli incrementi elettorali alle politiche del 1979 (dal 9,4 al 9,8%) e alle regionali del 1980 (12,6%) sembravano dare ragione a Craxi, e l’ulteriore aumento registrato nelle politiche del 1983 (+1,6%) consentiva al leader socialista di assumere la guida di una coalizione di governo con liberali, repubblicani, socialdemocratici e democristiani. Le elezioni del 1987, rese necessarie dalla caduta del secondo governo Craxi, assegnavano ai socialisti un nuovo successo (14,3%). L’indubbia avanzata non aveva determinato, però, quello sfondamento elettorale a sinistra necessario per conquistare un definitivo ruolo di leadership nello schieramento progressista italiano. Alla guida delle coalizioni di pentapartito tornava la DC, mentre il PSI di Craxi finiva per rimanere subalterno al partito di maggioranza relativa. La fase aperta dal crollo del comunismo internazionale modificava lo scenario politico italiano, liberando forze che chiedevano con insistenza il cambiamento, ma i socialisti, ormai completamente coinvolti in un sistema di potere che di lì a poco si sarebbe svelato in tutti i suoi aspetti negativi, non avvertivano la portata di tali novità. In occasione di un primo referendum sulla legge elettorale (1991) l’indicazione socialista agli elettori di astenersi veniva largamente disattesa. La conferma di una disaffezione elettorale veniva, nelle politiche del 1992, in concomitanza con l’apertura di inchieste della magistratura milanese su alcuni fenomeni di corruzione ("tangentopoli"). Lo sviluppo delle indagini faceva emergere in particolare il coinvolgimento dei socialisti e del loro leader. Travolto dagli scandali, Craxi era costretto alle dimissioni (1993). Alla guida del PSI gli succedeva Giorgio Benvenuto, ex segretario della UIL, che doveva ben presto cedere per le resistenze della vecchia maggioranza ed era sostituito da un altro sindacalista, della CGIL, Ottaviano Del Turco. Il declino del partito era ormai irreversibile, come si incaricavano di dimostrare i risultati delle elezioni del 1994, quando il PSI, per la parte proporzionale, non riusciva a superare lo sbarramento del 4%. L’ex segretario aggiunto della CGIL riusciva a imporre un radicale cambiamento, sancito dal XLVII Congresso (1994) che decretava la fine del partito storico.
Al posto del PSI nasceva la formazione dei Socialisti Italiani (SI), che sceglieva come suo leader E. Boselli, e il Partito Socialista Riformista. In precedenza si era già avuta la scissione del gruppo di V. Spini, con la creazione della Federazione laburista, nonché la nascita di un movimento di fedeli craxiani. Negli anni a seguire, il ruolo di erede diretto del PSI veniva formalmente svolto dal SI, accolto nell’Internazionale socialista e nel PSE. Fin dagli inizi l’obiettivo di fondo della nuova formazione era la nascita di una nuova forza federata con chi intendeva combattere il centrodestra, in quest’ottica si creava un’intesa con AD e Patto Segni, poi l’ingresso nell’Ulivo, da cui decideva, anche, di fuoriuscire nel dicembre 1995, e partecipava attivamente al progetto di Rinnovamento italiano, con L. Dini (febbraio 1996). Con le elezioni politiche dell’aprile 1996 e la vittoria della coalizione di centrosinistra dell’Ulivo, lo scenario politico dell’intera sinistra subiva una svolta profonda e ciò significava per i SI un’annessione di fatto al Partito Democratico della Sinistra. Il progredire dell’esperienza di governo dell’Ulivo determinava però tensioni con il PDS, che nel febbraio del 1998 raccoglieva nel nuovo partito dei Democratici di Sinistra (DS) altre forze della sinistra italiana (laburisti, sinistra repubblicana, comunisti unitari), mentre nel maggio dello stesso anno la nascita dei Socialisti Democratici Italiani (SDI) segnava una tappa fondamentale nel processo di ricomposizione della diaspora socialista, riportando definitivamente sotto lo stesso tetto varie formazioni (i SI di Boselli, il Partito Socialista di Intini, il PSDI di Schietroma e Autonomia laburista di Ronchitelli). Pur non mancando polemiche con altre correnti socialiste, i SDI cercavano di tamponare quelle che giudicavano le pretese egemoniche dei DS nell’ambito del centrosinistra. Partecipavano così ai tentativi di ricostruire un’area di centro, alleandosi con l’UDR e con i repubblicani di Giorgio La Malfa. Con queste forze si collocavano tra i protagonisti della crisi del governo guidato dal leader diessino Massimo D’Alema (dicembre 1999) e non partecipavano al nuovo esecutivo presieduto ancora da D’Alema, limitandosi all’astensione al momento del voto di fiducia parlamentare. Anche riguardo alle riforme istituzionali e alla nuova legge elettorale, i SDI, favorevoli al sistema proporzionale, divergevano dai DS, sostenitori del maggioritario. Non meno veementi le polemiche sull’atteggiamento tenuto dagli ex comunisti negli anni delle indagini condotte dalla magistratura sulla corruzione politica, tornate prepotentemente d’attualità tra la fine del 1999 e i primi mesi del 2000, anche per la spinta emotiva suscitata nel mondo politico dalla morte di Craxi (gennaio 2000). La rottura con l’UDR e il sostegno fornito al governo guidato da un ex leader storico del PSI, Giuliano Amato, succeduto a D’Alema, favorivano il clima di riavvicinamento dei socialisti ai DS, rafforzando il superamento di divergenze legate ormai più alle specifiche vicende politiche italiane dell’ultimo decennio del Novecento che a differenze di tipo ideologico, appartenendo ormai, al di là delle polemiche contingenti, entrambe le formazioni a pieno titolo a quella più vasta famiglia del riformismo progressista europeo che, all’inizio del terzo millennio, veniva connotandosi per il superamento delle dottrine socialiste otto-novecentesche di derivazione marxista e per l’accettazione dell’economia capitalistica di mercato, nel quadro di un pragmatismo non ideologico entro cui, sempre più, le varie componenti dei socialisti italiani sembrano obbligate a dover cercare un equilibrio tra loro e con le forze del centro non disponibili ad allearsi con la destra. Tutto ciò, comunque, non impediva la sconfitta alle elezioni politiche del 2001, che segnavano in particolare un pesante ridimensionamento dei DS. § Nel maggio 2000, a seguito della morte di Craxi, nasceva la Lega socialista, movimento che si proponeva di ripromuovere e tenere vivi i principi politici del vecchio PSI. La Lega sarebbe diventata la piattaforma politica che avrebbe costituito la base per la nascita di un altro partito socialista, in opposizione al SDI di Enrico Boselli, il Partito Socialista Nuovo (NPSI), guidato da G. De Michelis e da Bobo Craxi e vicino alle posizioni del Polo delle Libertà. Nel dicembre 2001 Bobo Craxi abbandonava questo schieramento per passare al partito guidato dal secessionista Claudio Martelli, chiamato anch’esso Nuovo Partito Socialista (per dirimere la questione sul nome entrambe le parti si rivolgevano al tribunale), più vicino alle posizioni del centrosinistra. Successivamente, però, Craxi veniva espulso dal partito di Martelli e si accordava nuovamente con De Michelis. Nelle elezioni politiche del 2008 il partito di Boselli non riusciva a superare il quorum per avere dei rappresentanti alle Camere.

Fonte: http://www.sapere.it

 

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